Chi non si schiera si è già schierato
Sono finite da pochi giorni le celebrazioni per il 63° anniversario della Resistenza, ma noi vogliamo ricordarne una, quella di 33 anni fa, tenuta pressa l’Università degli Studi di Padova dove si affermava che “l’altro aspetto della Resistenza è, infatti, la sua universalità. Non si può celebrare una particolare Resistenza storica senza celebrare insieme ogni altra Resistenza, tutte le Resistenze passate e in atto, quelle che gloriosamente segnano un nuovo destino di libertà dei popoli che questo destino hanno pagato, seminando ogni angolo della terra di morti per giungere ad un’alba di giusta pace, e quelle che ancora duramente e tra mille sacrifici si aprono anche oggi, ogni giorno, ogni notte, sotto le raffiche della violenza liberticida, un cammino verso ancora lontani porti di pacificate famiglie e di focolari sognati nella luce di una inesausta speranza umana”.
Tra poco, esattamente l’ 8 Maggio si aprirà a Torino la Fiera del Libro che avrà come “ospite d’onore” Israele, una scelta che ci sembra in linea con l’affermazione fatta nel 1969 da l’allora primo ministro Golda Meir “Non è che in Palestina c’era un popolo palestinese che si considerava tale, e noi siamo arrivati e gli abbiamo sottratto la sua terra: esso semplicemente non esisteva”.
La Palestina invece esisteva, come esisteva ed esiste tutt’oggi il suo popolo anche senza terra, un popolo che nell’anno in cui Israele pretende di festeggiare la sua nascita, nel ‘48, ricorda quella data come l’inizio della Nakba, “il disastro, la catastrofe, l’apocalisse”, termine per indicare proprio quell’insieme di eventi che determinarono la loro dispersione e la creazione dello stato di Israele in terra di Palestina. Forse nessun altro termine può indicare con la dovuta precisione e intensità le sorti di questo popolo la cui tragedia continua ancora oggi. Per occultare la cacciata di un popolo intero, si è ricorsi a termini come “partenza”, “trasferimento”, “fuga”, così come si è tentato di riscrivere la storia e far dimenticare il continuo processo di svuotamento del territorio palestinese iniziato negli anni ‘47 e dovuto ad un’espulsione di massa attuata con il terrorismo e la violenza.
Deir Yassin, Saffuriyya, Zakariyya, Isdud, Ramleh, Ludd, Kawfakha, Innata, Faluja, Abu Shushe, Hittin, Ayn Hawd, Al-Walaia, Salama, Iqrit, Al Bassa, Chaifa, sono i nomi di alcuni villaggi che vennero evacuati con le “buone o con le cattive”. Delle buone non abbiamo traccia, mentre delle cattive esiste un lungo elenco che arriva fino ad oggi, e tra le quali vogliamo ricordare il massacro compiuto il 9 aprile 1948 nel villaggio di Deir Yassin dove 254 uomini, donne e bambini furono assassinati, tra questi 25 donne incinte, 52 madri con bambini di pochi mesi e circa 60 tra donne e ragazze. Un massacro ripetuto nel 1982 in Libano con la parola d’ordine “bisogna fare un altro Deir Yassin per espellere i palestinesi”.
Il 17 settembre del 1982, 400 carnefici scelti fra il fior fiore del falangismo, cioè la destra “cristiana” libanese, furono introdotti nei campi profughi di Sabra e Chatila in accordo con le truppe israeliane dirette da Sharon, allora Ministro della Difesa (nel 1948 appartenente alla formazione terroristica Haganà): 3000 persone, a maggioranza donne e bambini furono uccisi nei modi più barbari. L’eccidio fu un’operazione politica premeditata, ispirata dalla fedele volontà di seminare il panico fra i palestinesi, con torture prima dell’assedio, mutilazioni, dinamitaggio di case con gli abitanti chiusi dentro, fucilazioni di intere famiglie, meno un superstite lasciato vivo in ciascun nucleo famigliare perché potesse raccontare e spargere il terrore. Il massacro si inquadrava in una logica precisa “espellere i palestinesi verso le linee siriane e non permettere loro di tornare”.
Perché raccontare ancora queste cose? E cosa c’entra la Resistenza?
Perché i racconti dei sopravvissuti ai massacri del ‘48, a quelli di Sabra e Chatila, sono i racconti dei nostri nonni, dei nostri anziani, dei sopravvissuti agli eccidi nazi-fascisti, dei nostri partigiani, perché è la stessa la logica che sta dietro questi stragi e che ha portato alla eliminazione quasi totale di una comunità in una zona che doveva essere desertificata per motivi strategici e nella quale si muovevano le formazioni partigiane (come fu per il Libano). Azioni stragiste che avevano come finalità la repressione antipartigiana, la politica di far “terra bruciata”, il depauperamento del territorio, la preparazione di operazioni militari.
Paragonarli è naturale perché tra sionismo e fascismo esiste la stessa radice ideologica e le stesse pratiche genocide, il sionismo come il fascismo è totalmente contrario ad ogni aspirazione di progresso, di democrazia e di libertà. Ideali che animarono la nostra Resistenza, senza i quali la Resistenza non sarebbe vissuta, senza i quali gli uomini e le donne che vi aspirano non potrebbero progredire.
Denunciare la politica del massacro, espansionistica, colonialistica di Israele significa essere antisemiti? Noi crediamo che la continua equiparazione tra antisionismo e antisemitismo, fatta anche dal Presidente Napolitano sia strumentale.
Esiste una ricca documentazione, per chi volesse controllare, che stabilisce la volontà già prima del ‘48, su precisi orientamenti politici, di attuare e perseguire misure militari per prendere possesso della Palestina. Prima del ‘48 tutte le operazioni svolte, da quella dell’acquisto di terra, dall’espulsione di lavoratori arabi dalle aziende ebraiche, alla formazione di un sistema economico sionista, fanno vedere come ci si preparava alla presa della Palestina e come la Shoah fu utilizzata per giustificare la pretesa di quella terra.
Perché gli ebrei non hanno mai cercato di parteggiare per le sorti di un popolo, con il quale in parte avevano condiviso e vissuto?
Come mai non si sono mai indignati contro i massacri diretti, eseguiti e ordinati da Sharon, pur conoscendo le sue responsabilità politiche e militari, ma anzi lo hanno eletto a proprio rappresentante politico-istituzionale?
Come mai non si sono mai indignati per il massacro di Sabra e Chatila, pur sapendo dalla diretta testimonianza di uno dei falangisti assassini, intervistato dalle televisioni israeliane, come si erano svolti i fatti?
Come mai sono restati muti davanti al motto “… fare come a Deir Yassin per espellere i palestinesi!”?
Come mai non si indignano quanto gli arabi vengono definiti “sottospecie o cani”? Eppure non era così che i nazisti definivano gli ebrei?.
Come mai hanno accettato che Israele non abbia mai riconosciuto e applicato le risoluzioni dell’ONU, se non nelle parti che lo interessavano?
Come mai non si sono ribellati alla costruzione del Muro, ai check point, al rifiuto di rientrare impartito ai profughi, alla privazione dell’acqua, dei diritti e della terra ai palestinesi, all’insediamento dei coloni e alla violazione dei diritti umani sanciti dalla Convenzione di Ginevra del 1949?
Forse gli ebrei dovrebbero dichiarare apertamente, ed al mondo intero, che sostengono, appoggiano e riconoscono uno stato sionista e la sua politica colonialista, uno stato che si avvale delle complicità internazionali. Uno stato che grazie al silenzio europeo ed al pieno sostegno militare, economico e politico degli Usa, continua la sua politica segregazionista, razzista e fascista.
Si vuole ricordare che nel 1982 proprio in Libano tra le cosiddette “forze multinazionali di pace” c’era anche quella italiana, che non fece rispettare l’accordo di garantire la sicurezza dei civili palestinesi in cambio dell’evacuazione dei feddayn, lasciando libero il campo ai macellai sionisti e ai falangisti.
Abbiamo iniziato questa lettera ricordando l’universalità della Resistenza. É in nome di quella universalità di valori e contenuti che non possiamo sottrarci dallo schierarci, perché come diceva Gramsci “odio gli indifferenti, odio chi non parteggia. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria. Non è vita… Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
L’universalità della Resistenza ci ha insegnato che nessun intervento straniero, nessuna opera di corruzione e di infiltrazione, nessun assassinio politico, come nessun eccidio o guerra guidata o teleguidata dallo strapotere economico, potrà mai prevalere, se non per breve tempo, sullo spirito di Resistenza di un popolo calpestato, strumentalizzato, schiavizzato, ingannato, torturato, soffocato in ogni sua manifestazione ed in ogni sua esigenza di vita. Questa lezione storica è li, davanti agli occhi di tutti.
La libertà e la giustizia sono indivisibili.
Siamo per la giustizia e ci battiamo per la libertà e l’indipendenza effettiva, per tanto siamo coerenti per il diritto all’effettiva libertà, indipendenza e giustizia di ogni popolo.
Noi pensiamo che tutti quelli che nutrono un sentimento antifascista, tutti quelli che hanno conservato il senso della vita e dell’umanità non possano che considerare un insulto l’invito di Israele alla Fiera del Libro di Torino, per questo ci schieriamo risolutamente e apertamente al fianco del popolo palestinese e della sua lotta, in sostegno e solidarietà a tutti i popoli che lottano contro l’imperialismo.
Vi invitiamo a partecipare alla Manifestazione Nazionale per la Palestina, che il 10 Maggio si terrà a Torino durante i giorni della Fiera del Libro. Il concentramento è alle ore 15.00 in Corso Marconi. Per ulteriori informazioni: http://www.forumpalestina.org/
A.N.P.I. Giovani di Massa