Archivia per Dicembre 2007

23
Dic

comunicato stampa 22 dicembre

Ancora una volta il Sindaco Neri, che ieri non si è neanche presentato in piazza Mercurio, ha dimostrato di non essere in grado ne di prendersi le sue responsabilità ne di rappresentare la memoria storica di una città Medaglia d’oro alla Resistenza. Da almeno due giorni infatti egli era a conoscenza della situazione ma non se ne è preoccupato, così che è stato necessario presidiare la sede ANPI per un pomeriggio intero prima che si decidesse a revocare l’utilizzo della sala di Palazzo Bourdillon all’iniziativa promossa dall’MSI, cioè di quegli stessi che chiedono lo scioglimento dell’Associazione dei Partigiani che in quel edificio ha la propria sede. D’altro canto va sottolineato come gli stessi organizzatori abbiano dimostrato quanto fosse strumentale e provocatoria la loro richiesta, infatti nonostante già dalla mattina l’Amministrazione avesse messo a loro disposizione il Teatrino dei Servi essi l’hanno rifiutato. Gli stessi che mentre si lamentano per i loro diritti negati si scordano di dire che colui che ha ferito con una bottiglia un giovane dell’UDS è un loro simpatizzante probabilmente allontanatosi scontento da piazza Mercurio per inneggiare all’antisemitismo.
L’ANPI giovani di Massa nel ringraziare tutte le altre forze e persone che ieri con la loro presenza hanno permesso di risolvere nel migliore dei modi la situazione invita tutti a partecipare al presidio di domani pomeriggio, dalle ore 15 davanti al Teatro Guglielmi, per portare la nostra solidarietà al ragazzo ferito ma soprattutto per ribadire che a Massa non accetteremo mai chi inneggia al fascismo o alla discriminazione di qualsiasi tipo, razziale o sessuale che sia.

20
Dic

Torino: cade l’accusa di devastazione e saccheggio per gli antifascisti ·

10 dicembre 2007 – Si è chiuso oggi il processo di 1° grado a danno di 10 antifascisti/antirazzisti torinesi accusati di “devastazione e saccheggio” per la partecipazione al corteo del 18 giugno (che fece seguito all’accolteolamento di 2 occupanti del barochhio) e ad un presidio di solidarietà con i migranti rinchiusi nel cpt dei corso Brunelleschi qualche settimana prima.

Nonostante le pene inflitte ai compagni e agli imputati siano comunque alte (da 8 a 18 mesi) questa sentenza è comunque una sconfitta per il Pm Tatangelo e tutto l’impianto accusatorio messo in piedi in più di 2 anni di iter processuale dalla Procura della Repubblica di Torino.
Un impianto tutto giocato sull’uso strumentale di un reato (quello di “devastazione e saccheggio”) come misura cautelare e politica contro i protagonisti dell’antagonismo sociale nella nostra città. Un uso già sperimentato per Genova 2001 e Milano-11 marzo.

Gli scontri di via Po non furono “devastazione e saccheggio” per il giudice che oggi ha emesso la sentenza. Per quanti erano in piazza quel giorno furono soprattutto un legittimo e coerente atto di resistenza contro le provocazioni di una Polizia che pretendeva di contare i metri di un corteo antifascista in una città medaglia d’oro della Resistenza.

20
Dic

In ogni caso nessun rimorso

SUPPORTOLEGALE.ORG - COMUNICATO STAMPA
La sentenza del processo contro 25 manifestanti per gli scontri avvenuti durante le proteste contro il g8 a Genova, ha deciso qual è il prezzo che si deve pagare per esprimere le proprie idee e per opporsi allo stato di cose presenti: 110 anni di carcere. Il tribunale del presidente Devoto e dei giudici a latere Gatti e Realini, non ha avuto il coraggio di opporsi alla feroce ricostruzione della storia collettiva ad uso del potere che i pm Andrea Canciani e Anna Canepa gli ha richiesto di avvallare.
Anzi, ha fatto di peggio. Ha scelto di sentenziare che c’è un modo buono per esprimere il proprio dissenso e un modo cattivo, che ci sono forme compatibili di protesta e forme che vanno punite alla stregua di un reato di guerra.
Per completare l’opera ha anche fornito una consolazione a fine processo per i difensori e gli “onesti cittadini”, chiedendo la trasmissione degli atti per le false testimonianze di due carabinieri e due poliziotti, un contentino con cui non si allevia il peso della sentenza e il cui senso di carità a noi non interessa.Il tribunale di Genova ha scelto di assecondare tutte quelle forze politiche, tutti quei benpensanti, tutti quegli avvocati, che - coscientemente - speravano che pochi, ancora meno dei 25 imputati, fossero condannati per poter tirare un sospiro di sollievo, per poter sapere dove puntare il proprio dito grondante morale e coscienza sporca. L’uso del reato di devastazione e saccheggio per condannare fatti avvenuti durante una manifestazione politica apre la strada a un’operazione pericolosa, che vorrebbe vedere le persone supine alle scelte di chi governa, inermi di fronte ai soprusi quotidiani di un sistema in piena emergenza democratica, prima ancora che economica. Nessuno di coloro che era a Genova nel 2001 e che ha costruito carriere sulle parole d’ordine di Genova, salvo poi tradirle con ogni voto e mezzo necessario, ha voluto schierarsi contro questa operazione assurda e strumentale: nessuno, o quasi, in tutto l’arco del centro sinistra al governo ha saputo dire che a Genova, tra coloro i quali oggi sono stati condannati ad anni di galera, avrebbe dovuto esserci tutti quanti hanno partecipato a quelle giornate.

La stessa cosa è stata portata avanti anche da molti dei movimenti, e molte delle persone che hanno cercato di sabotare i contenuti della manifestazione che solo tre settimane fa, il 17 novembre, ha riempito le strade di Genova: hanno voluto annebbiare le persone su chi fossero coloro che si battevano per un modello di vita e di società diverso, e chi difendeva il modello che viviamo sulla nostra pelle tutti i giorni; hanno voluto confondere le acque, forse perché anche la loro dignità è confusa. E allora decine di comunicati sulle possibili Commissioni Parlamentari, sulla Verità e sulla Giustizia, e troppe poche parole su 25 persone che stavano avviandosi a diventare capri espiatori di un potere che ha avuto paura.
Genova però non si cancella con il revisionismo a mezzo procura, né con le pelose scelte di comodo e gli scheletri nascosti negli armadi. Le 80.000 persone che lo scorso 17 novembre hanno sfilato per le vie di Genova, non chiedevano una Commissione Parlamentare, bensì che 25 persone non diventassero il paravento dietro cui seppellire un passaggio storico scomodo, che ha messo in discussione l’attuale sistema di vita e di società. Siamo convinti che quelle 80.000 persone ci ascoltano e non permetteranno a un’aula di tribunale di espropriare la propria memoria e devastare le vite di 24 persone.
A maggior ragione oggi, con una sentenza che cerca di schiacciarci e farci vergognare di quello che siamo stati e quello che abbiamo vissuto, di dipingere quei momenti di rivolta a tinte fosche anziché con la luce e la dignità che meriterebbero i momenti più genuini che esprimono la volontà popolare, noi diciamo che non ripudieremo nulla, che non chiederemo scusa di nulla, perché non c’è nulla di cui ci pentiamo o di cui sentiamo di dover parlare in termini diversi che del momento più alto della nostra vita politica.

Noi pensiamo che tutti coloro che erano a Genova dovrebbero gridare: in ogni caso nessun rimorso. Nessun rimorso per le strade occupate dalla rivolta, nessun rimorso per il terrore dei grandi asserragliati nella zona rossa, nessun rimorso per le barricate, per le vetrine spaccate, per le protezioni di gommapiuma, per gli scudi di plexiglas, per i vestiti neri, per le mani bianche, per le danze pink, nessun rimorso per la determinazione con cui abbiamo messo in discussione il potere per alcuni giorni.
Lo abbiamo detto il giorno dopo Genova, e in tutti questi anni: la memoria è un ingranaggio collettivo che non può essere sabotato. E per tutto quello che Genova è stata e ha significato noi non proveremo nessun rimorso. Oggi, come ieri e domani, ripeteremo ancora che la Storia siamo Noi. Oggi, come ieri e domani, diremo di nuovo: in ogni caso nessun rimorso.

SUPPORTOLEGALE
info@supportolegale.org

11
Dic

Il 90% degli stupri commesso da italiani

Il rischio maggiore da familiari e conoscenti!!

da repubblica.it

Non sono immigrati ma italiani i responsabili della piaga della violenza sulle donne nel nostro Paese. Secondo le stime dell’Istat, non più del 10% degli stupri commessi in Italia è attribuibile a stranieri, contro un 69% di violenze domestiche commesso a opera di partner, mariti e fidanzati. Dati che fanno crollare d’un colpo il luogo comune che associa l’immigrazione a una diminuzione della sicurezza nelle città italiane.

Secondo l’Istat, che oggi ha aperto, nella sua sede centrale a Roma, il Global Forum sulle statistiche di genere, solo il 6% degli stupri in Italia è commesso da persone estranee alla vittima: “Se anche considerassimo che di questi autori estranei la metà sono immigrati - ha spiegato Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell’istituto di statistica - si arriverebbe al 3% degli stupri; se ci aggiungessimo il 50% dei conoscenti, al massimo si arriverebbe al 10% del totale degli stupri a opera di stranieri”.

11
Dic

Aldo dice 26×1: il giornale!

Domenica 16 dicembre dalle ore 17.00
sotto il Comune di Massa
presidio informativo e presentazione di:

“Aldo dice 26×1″
il nuovo giornale dell’Anpi giovani di Massa

sarà inoltre allestita la mostra “Omofobia tra vecchi e nuovi fascismi” e sarà possibile fare la tessera ANPI per il 2008!

vi aspettiamo

08
Dic

Flessibile da morire

Loris Campetti

Era molto flessibile Antonio, un giovane di 36 anni ucciso ieri alla Thyssenkrupp di Torino. Ucciso non da un incidente, non da un infortunio: ucciso dallo sfruttamento selvaggio che fa tirare a mille gli impianti fino a far esplodere le macchine e costringe a un lavoro bestiale gli operai. Al momento in cui quel maledetto tubo che trasportava olio bollente è stato colpito da una scintilla sprigionatasi dal quadro elettrico s’è spezzato, trasformandosi in un lanciafiamme, Antonio e una decina di ragazzi come lui sono stati colpiti. Tutto e tutti hanno preso fuoco, gli estintori non funzionavano, la linea 5 delle ex Ferriere sembrava una città bombardata con il napalm, raccontano i sopravvissuti. Quando si è trasformato in una torcia umana, alle due di notte, Antonio era alla quarta ora di straordinario. Dunque era alla dodicesima ora di lavoro in quell’inferno.
Antonio era molto flessibile, come tutti gli altri ragazzi della Thyssenkrupp. Alle 12 ore di lavoro ne aggiungeva ogni giorno due o tre di viaggio da casa, nel Cuneese, alla fabbrica, e ritorno. Non è che gli restasse molto tempo per la sua compagna e i suoi tre bambini, la più grande di 6 anni e il più piccolo di 2 mesi. Antonio era proprio il tipo di operaio di cui ha bisogno un padrone tedesco che decide di chiudere la fabbrica di Torino per portare la produzione in Germania, ma prima di mettere i sigilli agli impianti vuole tirare fino all’ultima goccia di sangue alle macchine e agli uomini, ai ragazzi. Per questo una decina di loro ha preso fuoco, nel 2007, nell’occidente avanzato, sotto il comando di Thyssenkrupp, un nome che se scomposto in due rimanda ad altri fuochi, a un altro secolo, a un’altra guerra.
C’è la fila, adesso, di quelli che si lamentano per la mancanza di sicurezza sul lavoro. Forse tutti si erano distratti: presi com’erano a combattere l’insicurezza provocata dai rumeni si sono dimenticati della guerra quotidiana in fabbrica, nei campi, nei cantieri. Chi oggi dice che servono maggiori misure di sicurezza sul lavoro dovrebbe aggiungere che il modello sociale ed economico dominante è criminale. Chi chiede di produrre di più, per più ore nel giorno e per più anni nella vita è corresponsabile dei crimini quotidiani sul lavoro. La sicurezza è incompatibile con l’accumulazione selvaggia, togliendo dignità e diritti ai lavoratori si aumenta l’insicurezza, sul lavoro e nella vita.
I teorici del liberismo, della fine del welfare, di quella che spudoratamente chiamano flessibilità ma che per noi è precarietà, hanno tutti i diritti nella nostra società. Ma uno almeno non ce l’hanno: quello di piangere i morti sul lavoro perché quei morti sono vittime della loro cultura e della loro fame di danaro e di potere. I tre bambini di quel paesino del cuneese che si chiama Envie non sanno che farsene delle loro lacrime. E noi con loro.
Probabilmente i cancelli della fabbrica torinese della Thyssenkrupp non riaprirà mai più. Speriamo che non riapra più, il prezzo da pagare per tenerla aperta è troppo alto.

06
Dic

Bettio (Lega): con gli immigrati usiamo i metodi SS

www.tribunatreviso.repubblica.it
(04 dicembre 2007)

«Usare con gli immigrati lo stesso metodo delle SS: punirne dieci per ogni torto fatto a un nostro cittadino». Ha usato queste parole il consigliere leghista Giorgio Bettio, intervenuto durante il consiglio comunale per dare il suo appoggio all’ordinanza anti-sbandati sottoscritta da Gobbo e chiedere metodi più duri contro gli stranieri che abitano in città.

A dare il “la” all’invettiva del consigliere, a suo dire, «l’ennesimo sopruso patito da un inquilino dei palazzi dove abitano anche gli immigrati». Bettio accusa, ma non spiega quando e cosa sia avvenuto per scatenare tanta ira. «Non è possibile che gli immigrati vengano a vivere nei nostri condomini e poi comincino a comportarsi come Ras di quartiere o terroristi - dice - dovrebbero rispettare le regole e invece prima fanno finta di non capire poi, se redarguiti, passano alla minacce. Il decreto è troppo tenero».

E lancia la sua proposta: «Gli immigrati che chiedono la residenza, se in possesso dei requisiti, dovrebbero essere messi sotto osservazione per sei mesi». Il piano, annunciato davanti ai volti increduli ma silenziosi dell’opposizione, suona più o meno come una prova d’esame: «Nel momento in cui ottengono la residenza - dice - la commissione dovrebbe assumersi il compito di seguirne gli spostamenti e controllarne il comportamento andando a chiedere informazioni anche ai vicini di casa. Passati questi primi sei mesi - continua Bettio - se gli stranieri si sono comportati bene, allora possono restare, in caso contrario devono essere sottoposti ad altri tre mesi di verifica e poi espulsi».

Poi l’affondo: «Sarebbe giusto fargli capire come ci si comporta usando gli stessi metodi dei nazisti. Per ogni trevigiano a cui recano danno o disturbo, vengono puniti dieci extracomunitari». Dal banco della giunta, Gobbo annuisce e l’opposizione lascia correre: «E’ da anni che viviano il fenomeno dell’immigrazione - dice Sbarra - e la Lega, per propaganda, continua a spacciarlo come emergenza, invece di attivare tempestivamente politiche serie».

www.ansa.it 5 dicembre

BETTIO, SULLE SS UNO SFOGO DA OSTERIA
TREVISO - “E’ stata un’espressione dettata semplicemente dalla rabbia, riconosco di aver detto una cosa grave e soprattutto in un luogo sbagliato. E’ stato uno sfogo da osteria, non lo ripeterei né in consiglio né altrove”. Così il consigliere comunale leghista Giorgio Bettio, salito alla ribalta per aver indicato, nel corso di una seduta dell’assemblea comunale di Treviso, quale metodo di comportamento verso gli immigrati che delinquono il criterio applicato dalle SS nei lager.

“E’ fuori discussione come sia imperdonabile il riferimento alla polizia di Hitler - ammette il consigliere comunale - e posso al massimo cercare di attenuare la mia responsabilità facendo osservare come le mie dichiarazioni siano state fatte in un momento in cui la discussione politica e amministrativa era terminata, tanto che nessuno, in aula, ha immediatamente obiettato alcunché”. Bettio si pone però anche un dubbio relativo alla differenza di risonanza che le sue parole paiono aver assunto in sole 24 ore rispetto a quanto avviene “per elementi della Lega ben più pesanti di me”. In ogni caso, riflette infine il consigliere, “forse si tratta di un segnale, e cioé che questo bombardamento di notizie e suggestioni sugli stranieri ci sta provocando un nervosismo eccessivo. Occorrerebbe che tutta la politica fosse capace di raffreddare gli animi - conclude - e francamente mi hanno dato fastidio quelli che oggi, incontrandomi nei bar o per la strada, mi hanno espresso la loro solidarietà facendomi i complimenti per quello che ho detto”.

GALAN: PRESENTERO’ UN ESPOSTO
Il governatore del Veneto Giancarlo Galan ha annunciato che la Regione del Veneto presenterà una denuncia esposto contro Bettio. “Si è trattato certamente di un’affermazione, quella fatta dal consigliere comunale di Treviso, Giorgio Bettio - ha dichiarato il governatore del Veneto Giancarlo Galan - delirante, ripugnante per poter essere anche semplicemente ascoltata da chiunque in Veneto. A nessuno è concesso far cenno ‘ai metodi delle SS” quando si affrontano temi così dolorosi quali quelli che troppo spesso hanno a che vedere con immigrazione e sicurezza. Condivido quindi pienamente quanto detto dall’amico sindaco di Treviso Paolo Gobbo, che ha immediatamente stigmatizzato, anche a nome della Lega, le aberranti affermazioni del Bettio”.

(AGI) 6 dicembre

- Scaricato da tutti, anche dai suoi compagni di partito, Giorgio Bettio, il consigliere comunale leghista che ha evocato le Ss parlando di sicurezza, dice che lascera’ la politica.
La cosa piu’ sicura pero’ e’ che a tempo di record la Procura di Treviso lo ha indagato per apologia del fascismo e del razzismo e per istigazione all’odio razziale e istigazione a delinquere. Il Procuratore capo di Treviso, Antonio Fojadelli, ha commentato: “Stiamo andando fuori di senno. Era il minimo che si potesse fare. Quelle di Bettio sono espressioni che dovrebbero fermarsi sulla soglia della buona educazione. Ma questa non e’ stata sufficiente e si continua ad alzare il tiro”.
Il consigliere sotto accusa, perorando la causa delle ordinanze anti sbandati, come quella di Cittadella (Padova) e adottata anche a Treviso, aveva lanciato il monito: “Se qualche straniero osa fare del male ai nostri concittadini, faremo come le Ss, ne puniremo dieci”.
Fojadelli ha dichiarato che acquisira’ quanto prima i verbali della seduta del consiglio comunale dove Bettio ha detto le frasi sotto accusa e sentira’ anche i consiglieri della maggioranza e dell’opposizione, compreso il sindaco Gian Paolo Gobbo e il suo vice Giancarlo Gentilini.
Bettio questa mattina, ospite nella trasmissione radiofonica “Radio anch’io”, ha ribadito le sue posizioni confermando di non avere piu’ la tessera della Lega Nord: “Ho parlato cosi’ - ha detto - perche’ alcuni stranieri hanno minacciato mia madre di morte. E’ stato una sorta di sfogo, mi scuso per quelle parole”. Ma Bettio non ha ritrattato sulla sua proposta, sempre espressa in consiglio comunale, di controllare per sei mesi gli stranieri che hanno ottenuto la residenza in Italia e magari poi revocargliela, se necessario. (AGI)

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questa vicenda potrebbe sembrare finita bene ma è comunque grave che queste cose possano accadere!

03
Dic

Parigi, riesplode la banlieue

Due minorenni in motorino si scontrano con un’auto della polizia e perdono la vita. Ore di scontri a Villiers-le-Bel e in un’altra periferia. Ieri un corteo che è sfociato in nuovi incidenti di strada

Anna Maria Merlo (il manifesto)

Grande tensione ancora ieri sera a Villiers-le-Bel, comune di 27mila abitanti a una ventina di chilometri a nord di Parigi, dopo la morte di due ragazzini, nel pomeriggio di domenica, in seguito a uno scontro con un’auto della polizia e gli scontri violenti che ne sono seguiti per buona parte della notte. In serata gli abitanti del quartiere hanno organizzato una manifestazione silenziosa. E’ stata l’occasione per un nuovo «confronto» di strada. La polizia era presente in forze: almeno 100 agenti in assetto antisommossa. Secondo le prime ricostruzioni sono stati bersaglio di petardi e bombe carta. Gli agenti hanno risposto in modo pesante: gas lacrimogeni e ordigni stordenti. Un auto e un camion per la raccolta di rifiuti sarebbero stati dati alle fiamme. «E’ una Clichy bis», ha commentato il sindaco di Sarcelles, François Pupponi, riferendosi ai disordini scoppiati nel 2005 dopo la morte di due ragazzini che si credevano inseguiti dalla polizia e si erano rifugiati in una centralina elettrica rimanendo fulminati.
Anche questa volta alla base della rivolta c’è la morte di due giovani. Non si conosce ancora bene la dinamica dei fatti. Anche se un primo rapporto dell’Ispezione generale della polizia ha scagionato i poliziotti, si indaga per «omicidio involontario e non assistenza a persona in pericolo»: il test di alcolemia è risultato negativo e l’auto viaggiava «tra i 40 e i 50 km l’ora», mentre la moto andava «molto forte», dicono i primi elementi dell’inchiesta. Moshim, 15 anni, e Larani, 16 anni, avevano partecipato a una gara di motocross nel pomeriggio. Tornavano a casa sulla mini-moto, una Kawasaki verde. Erano senza casco e queste mini-moto, oggi molto diffuse tra i giovani, in teoria non avrebbero il diritto di viaggiare sulle strade. Verso le 17,15 la mini-moto si scontra con un’auto della polizia. L’urto è frontale, la moto viene trascinata per alcune decine di metri, come mostrano i segni lasciati sull’asfalto. Due ragazze che hanno assistito ai fatti pare abbiano confermato che l’auto della polizia non stava inseguendo i giovani, ma la mini-moto andava in senso vietato. I soccorsi sono arrivati dieci minuti dopo, ma non c’è stato più nulla da fare per i due ragazzini. Alcuni testimoni rimproverano ai poliziotti coinvolti nell’incidente di non aver portato soccorso immediatamente ai due giovani. E’ questo uno dei punti-chiave dell’inchiesta in corso. «Una seconda équipe di poliziotti è venuta a recuperare i loro colleghi - racconta un testimone - ma hanno lasciato i due ragazzini, senza fare nulla».
Non è ancora chiaro dove stesse andando l’auto della polizia, che non aveva la sirena, qualcuno dice che era stata chiamata per un intervento in zona. C’è molta gente sulla rue Louise-Michel, dove è avvenuto l’incidente. Immediatamente si forma un assembramento di persone, con molti giovani. Un commissario, venuto a constatare i fatti da Sarcelles, è violentemente colpito: sarà ricoverato in ospedale con tre costole rotte e il naso fratturato. Dagli insulti tra giovani e poliziotti (in tutte e due le direzioni), si passa alla violenza fisica. Saranno sei ore di scontri, a Villiers-le-Bel ma anche in alcuni comuni vicini. Il bilancio è pesante: un pompiere e 25 poliziotti feriti, di cui uno gravemente, 28 auto bruciate, 4 condomini presi d’assalto, negozi incendiati, il commissariato di Villiers-le-Bel distrutto, la stazione Rer sfasciata. Un gruppo è riuscito a entrare nei locali della polizia ad Arnouville-lès-Gonesse, saccheggiandola. Ad Arnouville sono state rotte le vetrine di una ventina di negozi sulla via principale. Gli scontri sono continuati fin dopo l’una del mattino. La polizia ha fatto ricorso a lacrimogeni e alle flash-ball. I giovani erano armati di barre di ferro e assi di legno, ma anche di molotov e, secondo un poliziotto, «c’era anche un fucile a pompa».
Adesso c’è chi teme il contagio nelle altre banlieues. Dopo le rivolte del 2005, la situazione non è cambiata anche se erano state fatte promesse. A breve la sottosegretaria Fadela Amara, ex presidente dell’associazione Ni putes ni soumises, nata in banlieue, deve presentare un rapporto al governo per intervenire nelle periferie degradate.