Archivio per Aprile 2008

29
Apr
08

25 aprile 2008 Provocazione Fascista a La Spezia

La Spezia, sabato 26 aprile 2008 Rete contro la precarietà

Oggi, 25 aprile 2008, la Rete contro la precarietà della Spezia, ha deciso di ricordare e festeggiare la Liberazione, organizzando un presidio, ritrovandosi in piazza per condividere, in una bellissima giornata di sole, quei valori e quelle speranze che hanno portato alla sconfitta del
nazi-fascismo.
Prevedibile e banale è arrivata l’ennesima provocazione da parte di 2 loschi fasci figuri che spintonando, brandendo cinture, minacciando di morte, pretendevano di passare nel mezzo del presidio. Così, sotto gli stendardi istituzionali voluti dalla Provincia, inneggianti ai diritti della Costituzione, le forze dell’ordine, adducendo motivi di sicurezza, hanno costretto 50 persone ad interrompere l’iniziativa, avvallando i metodi di chi da sempre agisce nell’ombra,
cercando l’aggregazione nel codardo squadrismo, incitando all’odio razziale, fomentando paure.
A loro ed a tutti quelli che confondono il coraggio con lo squallido tentativo di affermare il proprio “machismo” da film western di serie B, ricordiamo che Arditi siamo noi, e tutti coloro che quotidianamente resistono ai vili attacchi sferrati nel mondo del lavoro, nella vita, nella
salute, al nostro futuro.

ORA PIÙ’ CHE MAI, RESISTENZA!

29
Apr
08

Ostia: distrutta targa delle Fosse Ardeatine ·

(ANSA) – ROMA, 28 APR – La targa commemorativa delle vittime delle Fosse Ardeatine, collocata in piazza della Stazione Vecchia ad Ostia, quartiere del litorale di Roma, e’ stata frantumata, probabilmente con un grosso martello, e sopra e’ stato scritto, con la vernice, ‘’Il popolo di Ostia inneggia al Duce’’. Lo rende noto il presidente del XIII municipio Paolo Orneli spiegando che la targa si trova in prossimita’ dei locali del Municipio Roma XIII.
‘’Si tratta di un gesto di inaudita barbarie – ha commentato Orneli – uno scempio gratuito e ingiustificato alla memoria dei nostri concittadini che hanno trovato la morte in uno degli episodi piu’ cupi della storia contemporanea di Roma. Sono fiducioso che le forze dell’ordine sappiamo quanto prima individuare gli autori di questo gesto barbarico. Non appena saranno concluse le indagini provvederemo a ripristinare la targa e alla pulizia del muro’’.

29
Apr
08

“L’occupazione fascista dei Balcani e i campi di concentramento italiani”

L’Anpi gio vani di Massa organizza per la giornata del 3 maggio alle ore 18 una conferenza presso il teatro dei Servi in Via Palestro a Massa dal titolo “L’occupazione fascista dei Balcani e i campi di concentramento italiani”, a cura della storica Alessandra Kersevan, che presenterà il suo ultimo libro “Lager italiani” edito
dalla Nutrimenti.

 

27
Apr
08

Ritrovarsi a Milano. In centomila

In tanti sono scesi in piazza per sentirsi meno soli. La sinistra, seppur smarrita, dimostra di essere ancora viva fuori dal Parlamento. Uno straordinario corteo che interroga i partiti, senza quasi nemmeno nominare Berlusconi. L’assenza del sindaco Moratti
Luca Fazio (da Il Manifesto)
Milano


Quante persone, ma che peccato per loro! Milano, un giorno all’anno, ma è l’unico giorno che bisogna esserci per forza, dimostra di essere la città meno di destra che ci sia in Italia. Le urne dicono il contrario? Le urne, da un pezzo, non dicono quello che accade nella realtà. La sinistra, per chi avesse voglia di vedere quello che si muove nel profondo, riparte sempre da queste parti. O non riparte più. Allora evviva? Mica tanto.
Dire, oggi, che si ricomincia da questa piazza sarebbe sbagliato, perché da qui ancora non si capisce quale direzione bisogna prendere, ma dire che queste persone meritano ben altro rispetto alle forze politiche che sarebbero chiamate a rappresentarle, questo bisogna dirlo forte. E non è che ci sia la fila di politici o opinionisti o telegiornalisti o istituzioni per cercare di interpretare questo strano 25 aprile a Milano. Sembra rito stanco, il solito, per chi di professione è tenuto a interpretarlo. Libertà di stampa, o di chiacchiericcio politico, vuol dire anche dare spazio, per esempio, all’opinione di Fiamma Nirenstein per farle dire che questa volta Milano si è comportata bene con la comunità ebraica (ma grazie!), oppure sottolineare che qualcuno ha scritto sul muro una brutta frase contro la Confindustria (eh…questi estremisti). Ma davvero niente di che. Insomma, è filato tutto liscio e dunque ancora una volta Milano non esiste, ecco un altro pezzettino, molto interessante e molto imbarazzante, della cosiddetta «questione settentrionale», non declinata in chiave leghista. Del futuro della sinistra ne discuteranno altrove, e questo si sente, lo avvertono tutti quelli che ieri – senza curarsi di Berlusconi – si sono dati appuntamento, come da 63 anni a questa parte, in Porta Venezia.
Interessa sempre sapere quanti. Dunque: sono senz’altro più di 100 mila: ma veri, non come i cortei strombazzati dalla ex sinistra ufficiale, quando serviva fare la voce grossa. Qui, di ufficiale, e meno male, ci sono solo un paio di non fondamentali dichiarazioni, rilasciate con un filo di voce, il resto sono – scusate la parolaccia – moltissime persone della sinistra diffusa (altro che 3%!), un po’ smarrite ma ugualmente sorridenti. Quasi mute, però. Strano che non tutti se ne siano accorti, proprio questa volta che gli «scomparsi» in piazza ci sono tornati veramente. Eccoli, a occhio, e per la precisione – visto che ormai tutti ma proprio tutti hanno deciso di dire 50 mila e basta: con piazza Duomo mezza vuota (30 mila persone almeno), un serpentone fitto fitto scorre ancora lungo corso Vittorio Emanuele, poi piazza San Babila e poi ancora fino ai giardini di via Palestro: un chilometro di manifestanti almeno, oltre piazza Duomo. 50 mila quindi è impossibile. Allora contenti? Sì, però.
Come nascondere quel certo disagio che serpeggia tra il corpo smembrato delle tante sinistre che non sanno più a che santo votarsi, e votare? «Mucillaggine» (ma ancora motivata e di sinistra), direbbe il sociologo Giuseppe De Rita. Sparsa, senza un filo di corrente a smuovere le acque. Che ancora nemmeno si saluta, adesso che per la prima volta dopo la batosta elettorale è riuscita almeno a risalire in superficie. Ma anche troppo seria, oggi, 25 aprile, per regolare conti e mandarsi reciprocamente aff…; ognuno rimane antifascista ma ognuno rimane per conto proprio: il furgoncino techno/trance di un centro sociale sta a due metri dallo spezzone del Partito Democratico, in trance: tante le bandiere nuove per l’imbarazzante prima antifascista. Semplicemente si ignorano, fatta eccezione per il pezzetto di corteo (mai stato così visibile) occupato dai socialisti: «Ricordati (si danno ancora del tu, ndr) che senza di noi in questo paese la democrazia non esiste, ricordatelo…». Silenzio. I partiti, le associazioni, i centri, ci sono proprio tutti, e fanno ogni sforzo necessario per sventolare il proprio vessillo di appartenenza (i partiti fin troppo). Ma mai come questa volta i milanesi sono scesi in piazza non per farsi vedere ma per senso del dovere. Siamo depressi ma non siamo morti, questo è il messaggio che la piazza consegna a…a…già a chi?
Per dirla sempre con il sociologo De Rita, si potrebbe leggere la manifestazione con le lenti dello «psichismo collettivo». Migliaia di persone hanno espresso: disagio, pura testimonianza, attaccamento all’unica piazza dove ci si sente a proprio agio, consapevolezza che il peggio deve ancora arrivare, ma anche semplice desiderio di ritrovarsi fra simili e in tantissimi, anche fuori dal Parlamento (alcuni, soprattutto). E’ una piazza che interroga la sinistra in maniera imbarazzante, e che non ha più tempo e nemmeno parole da sprecare sul ritorno scontato di Berlusconi: solo uno striscione ricorda che Fischia Bossi infuria Berlusconi, scarpe rotte eppur bisogna andar.
Dove, e con le scarpe risuolate da chi, forse è presto per andare a chiederlo in giro. Gira voce, ma assumono giustamente un basso profilo, che da qualche parte – laggiù – si vede lo stato maggiore (è una battuta…) del Prc – il partito che più ha sofferto la distanza con questa piazza si è sistemato nelle ultime file. Sono tanti, e non è un caso che Nichi Vendola e Paolo Ferrero abbiano scelto Milano. Dice il primo: «Far vivere l’antifascismo riguarda la capacità di capire la realtà odierna». Già. E ancora, sul sindaco Moratti che ha disertato il corteo: «C’è un establishment che depotenzia il significato del 25 aprile. Ha iniziato Dell’Utri, ora c’è chi non si vuole sottoporre ad un calendario per loro imbarazzante perché il 25 aprile è lo spartiacque nella storia della democrazia». Anche Ferrero ritiene «gravissima l’assenza del sindaco Moratti». Questa è l’unica notizia squisitamente politica della bella giornata, anche se in piazza Duomo non se n’è accorto quasi nessuno.
27
Apr
08

La piazza romana non vede «nero»

In decine di migliaia nella capitale contro «il ritorno del fascismo». Un corteo poco istituzionale e con tantissimi giovani. Al Campidoglio arriva anche Rutelli, che incontra i partigiani dell’Anpi
Giacomo Russo Spena (da Il Manifesto)
Roma


Se il «vento nero» torna a soffiare, l’antifascismo risale la china. A Roma sotto un sole battente si festeggia una Liberazione in grande stile. «Siamo 40 mila» dicono, esagerando un po’, gli organizzatori. Ma di gente ce n’è comunque tanta: oltre 20 mila tra partigiani, centri sociali, associazioni, partiti, sindacati e soprattutto tanti, tantissimi giovani. E’ la loro presenza massiccia quella che balza all’occhio più di tutto, insieme al fatto che i partiti, dal Pd alla Sinistra arcobaleno, appaiono invece piuttosto in sordina. E Rutelli? Si fa vedere al Campidoglio, nota la grande partecipazione e nel pomeriggio da Tor Pignattara dirà chiaro che non bisogna consegnare Roma al neofascismo.
Ad aprire il corteo sono i partigiani, con i loro vessilli e la stessa convinzione di sempre. Sono passati 63 anni dalla Liberazione ma per loro «i fascisti in Italia ci sono ancora e quindi non bisogna smettere di combattere». Tanti i giovani che tengono gli striscioni dell’Anpi. Iacopo è uno di loro: «Bisogna conservare il sacrificio di migliaia di persone – dice – Ora dobbiamo tenere alta la guardia per il ritorno dei nuovi fascismi». Si riferisce, spiega, all’«omologazione» mediatica e culturale che «cancella una coscienza civile e critica». «Hai ragione», aggiunge un altro, «la scuola dovrebbe fare la differenza, s’è persa la memoria storica». E ieri, forse anche come reazione al «nuovo squadrismo» giovanile, gli studenti l’hanno fatta. Hanno un loro spezzone e ballano spensierati dietro il camion che «pompa» ska e reggae. «Rilanciamo le bellissime parole della nostra Costituzione: libertà, uguaglianza delle opportunità, pace – dice l’Uds – Contro gli episodi di violenza e intolleranza». Non sono però i soli a manifestare a suon di musica. Ci sono bande, giocolieri e sambisti che danzano con le loro magliette rosse.
Il clima del corteo è sereno come la giornata, e a turbarlo non riesce nemmeno un gruppetto che intima ai partigiani della Brigata Ebraica di riporre quattro bandiere di Israele. «Forse i contestatori – scherza un manifestante – non sanno che più di 9 mila ebrei hanno combattuto in Italia contro il nazifascismo». La solidarietà per lo Stato d’Israele è accompagnata dalla «voglia di liberazione» delle altre comunità presenti, quella palestinese e kurda. Chiudono il corteo i partiti del centrosinistra, Sinistra Critica e la triade sindacale. Presenti per l’occasione i segretari della Cgil Guglielmo Epifani e della Cisl Raffaele Bonanni. Tante anche le associazioni: dall’Unione atei e agnostici a Emergency.
Giunti al Campidoglio l’Anpi, come previsto, arresta la propria marcia, con una delegazione che viene ricevuta dal commissario prefettizio. In quel frangente arriva in piazza Rutelli. Al collo ha un fazzoletto dell’Anfim, difficile da non notare: «E’ l’associazione dei familiari delle vittime delle fosse Ardeatine – spiega il candidato sindaco – Me lo ha regalato il presidente Gigliozzi, prima di morire». Sulle strumentalizzazioni della destra puntualizza: «Il 25 aprile è una festa di tutti, a patto che si sappia da che parte era la ragione e da che parte la barbarie. Qui ci sono gli ultimi protagonisti della lotta per la libertà e tanti giovani».
Al Campidoglio oltre ai partigiani si fermano tutti gli «istituzionali», mentre lo spezzone di movimento, che sfila dietro lo striscione «Nuove Resistenze», prosegue oltre. A capeggiare la manifestazione fino a Piazza Vittorio saranno gli studenti medi. Il «nuovo» corteo punta ad «attualizzare» la Memoria, rivendicando l’«antifascismo sociale» attraverso «l’apertura di spazi di conflitto». Al Colosseo espongono un totem che ricorda i morti sul lavoro: «Le chiamano morti bianche – dice Valerio – ma in realtà sono assassini, con responsabili». Dal microfono parlano di occupazioni abitative, di precarietà, di razzismo, di nuovi diritti di cittadinanza. Giunti nei pressi di Piazza Vittorio, vicino al centro sociale di estrema destra Casa Pound, per qualche momento sale la tensione. I camerati della Fiamma Tricolore, circa una ventina, affacciati alle finestre con sotto centinaia di poliziotti pronti a evitare qualsiasi contatto, ascoltano Bella Ciao, cantata a squarciagola dai manifestanti. E’ l’ultimo atto del corteo.

24
Apr
08

25 aprile 2008

 

In fondo, non sarebbe poi così difficile festeggiare il 25 aprile: basterebbe essere antifascisti.

L’Anpi giovani di Massa augura a tutti i compagni un 25 aprile di festa, di gioia, di lotta.

 

24
Apr
08

Da dove ripartire dopo la catastrofe elettorale?

PAOLO CACCIARI

A fronte della catastrofe elettorale, bisogna evitare di aggiungere altri due errori ai molti che abbiamo già commesso.
Il primo, pensare che tutte le persone critiche verso questo modello di società e sistema politico siano di botto sparite o peggio siano diventare simpatizzanti delle destre reazionarie e del neoliberismo ben temperato, quando invece non dobbiamo dimenticare che le elezioni sono sempre di più un filtro deformante della realtà, non una libera espressione dei propri desiderata, ma un atto di delega coartato dai ricatti delle regole bipolariste e condizionato dalle paure di una crisi economica incombente che spinge al «si salvi chi può» che spinge ad affidarsi a chi appare più aggressivo nella difesa dei propri interessi immediati. «Presupposto della libertà è l’autonomia dalla necessità del bisogno» – mi pare dicesse Hannah Arendt – e non siamo certo in questa condizione.
Il secondo errore sarebbe quello di pensare che il disastro elettorale abbia fatto piazza pulita delle esigenze di fondo che sono all’origine del progetto di dare vita ad un processo di autoaggregazione di un soggetto politico unitario e plurale delle sinistre.
Certo, è prevedibile che in questi giorni ci siano molti ripensamenti, in tutte le direzioni: repentini adeguamenti al nuovo ordine bipolare sotto l’ombrello del Pd [«Veltroni si faccia carico di noi»]; sono già scese in mare a raccogliere i naufraghi molte «scialuppe identitarie», che però scontano il fatto che il Novecento ci ha lasciato in eredità molti comunismi, molti socialismi, molti ambientalismi… ; infine ci dobbiamo aspettare anche «esodi» e abbandoni da qualsiasi progetto politico collettivo. Se siamo qui è perché pensiamo che nessuna di queste strade possa portare lontano.
Ma se vogliamo salvare il nostro progetto dobbiamo distinguere ciò che è andato definitivamente bruciato nel rogo elettorale, dalla Fenice che invece vorremmo prendesse il volo.
Abbiamo imparato che: «soggetto unitario» non vuol dire giustapposizione di partiti che rimangono quelli che sono; «pluralismo e rispetto delle diversità» non vuol dire inimicizia, autismo, assenza di relazioni; «Arcobaleno» non vuol dire vestito a toppe di Arlecchino; «casa comune del popolo della sinistra» non vuol dire unificazione delle sedi dei comandi degli stati maggiori.
Dobbiamo rimanere ancorati all’impostazione originale, che non nasce per motivi tattici, congiunturali, ma ambisce a rispondere a una crisi politica della sinistra che viene da lontano e che è profonda e che io individuo nel progressivo distacco tra rappresentanze istituzionali e corpo sociale. Le prime sempre più imbrigliate nelle logiche sistemiche, totalizzanti dei poteri costituiti sia quelli economici [il produttivismo, che lascia spazio solo a conflitti redistributivi], sia quelli istituzionali [lo statalismo, che sequestra e monopolizza lo spazio della politica]. I secondi–i corpi sociali–sempre più segmentati, corporativizzati, spoliticizzati, facili prede del populismo e dei demagoghi dell’antipolitica.
Il progetto di un soggetto unitario e plurale delle sinistre, se vuole essere all’altezza delle necessità, deve prefiggersi obiettivi di grande portata, non bastano restauri, non servono soluzioni d’effetto, colpi di scena, ma processi aggregativi molecolari. Non abbiamo bisogno di direzioni eteronome. Probabilmente, non abbiamo bisogno nemmeno più del Partito, almeno nella forma con cui lo abbiamo conosciuto fino ad oggi: sovraordinato rispetto alle organizzazioni di massa, ai movimenti della società civile. [Consiglio la lettura del saggio di Pino Ferraris sull’ultimo numero di Alternative per il socialismo].
Quali sono allora i «nostri compiti»? Due e grandissimi.
Primo, provare a «dire» come immagineremo il mondo se dipendesse da noi, qual è la nostra idea di «società buona», la visione d’insieme di una società liberata dalla logica economica dominante. Un mondo capace di futuro, ospitale, equo, capace di ripudiare non solo la guerra, ma qualsiasi forma di violenza strutturale.
Secondo, provare concretamente a praticare queste trasformazioni, cioè provare a promuovere e sperimentare dal basso modalità pratiche e azioni politiche interamente intessute di legami sociali.
Da dove partire? Su questo punto non ho dubbi. Esiste una galassia di gruppi di iniziativa sociale,a associazioni, collettivi, comitati popolari, rappresentanze sindacali di base, comunità sostanziali costituenti… che formano «anelli di solidarietà», reti nazionali e transnazionali, istanze di resistenza e di cittadinanza attiva diffusa, «reti territoriali di cooperanti autonomie». E’ possibile pensare a un processo collettivo plurale di autorappresentazione politica. Un processo «auto-catalitico» , direbbero i biologi che studiano la capacità antientropica insita della materia di autoorganizzarsi, di trasformarsi da forme primordiali a forme sempre più complesse. Un processo che dia forma a uno spazio pubblico aperto, condiviso, includente. Che sia anche efficace, capace cioè di contendere ai poteri costituiti [economici e politici] il monopolio della decisione. Una forza politica capace di promuovere in proprio trasformazione e negoziazione; un immaginario simbolico della «buona società» e una organizzazione che sia già il buon «vivere assieme»; una idea di modernità alla quale valga la pena contribuire personalmente e una etica civile che ridia senso alla politica. Insomma diamo vita a: «processi di produzione di coscienza e di idealità dall’interno dell’esperienza sociale del lavoro e della vita e nel corso dell’azione diretta delle grandi masse».

24
Apr
08

Occupata l’ex Breda a Pistoia

Nella notte tra venerdi’ 18 e sabato 19 un gruppo di uomini, donne, studenti, lavoratori, associazioni e gruppi di lavoro sociale, hanno occupato lo stabile dell’Ex Breda di Pistoia in risposta all’indifferenza mostrata dall’amministrazione locale rispetto alla necessità di avere spazi sociali, di incontro, scambio e di elaborazione politica in città. L’edificio, di proprieta’ del Comune di Pistoia, e’ inutilizzato da 10 anni e gli occupanti si stanno già attivando per ristrutturarlo. Alla base del progetto per l’utilizzo dell’edificio ci saranno le idee che da sempre muovono le autogestioni: l’antifascismo, l’antirazzismo, la lotta alla guerra, la difesa dell’ambiente e la solidarietà sociale.

23
Apr
08

Edili, uno sciopero contro la barbarie e i caporali

Blocco totale il 24 Salari da fame, malattia non pagata, rapporti semifeudali, sicurezza inesistente. Anche il Nordest scopre di essere molto simile al resto d’Italia. Quasi nessuno sa dire il nome della ditta per cui lavora, si conosce solo chi ti ha fatto «entrare»
Orsola Casagrande
Venezia


Scenderanno in piazza giovedì anche a Padova i lavoratori del settore edile del Veneto. Una manifestazione che ha al centro soprattutto la richiesta di diritti. Ci tiene a sottolinearlo il segretario generale della Fillea Cgil, Enrico Piron. «Certo – dice – c’è la rivendicazione salariale, ma questo nostro sciopero è prima di tutto per chiedere che vengano riconosciuti diritti che rivendichiamo anche da venticinque anni». Il riferimento è per esempio al fatto che ancora oggi un lavoratore edile non si vede pagati i primi tre giorni di malattia. «Questi sono lavoratori che non hanno diritto di ammalarsi, anche se lavorano in condizioni terribili, al freddo, all’aperto. – dice Piron – E sono lavoratori che possono ancora essere licenziati per fine cantiere o per insubordinazione». Che significa per esempio che se un lavoratore si rifiuta di fare una determinata operazione perché non sicura rischia di essere punito. E il settore edile quanto a infortuni è quello tra i peggiori. In Veneto sono occupate oltre 60mila persone nel settore (in Italia 1 milione 200mila). Nel 2007 ci sono stati 22 infortuni mortali, su un totale di 235, che pongono la regione al secondo posto, dopo la Lombardia. Nel 2006 gli infortuni denunciati all’Inail (quindi dati per difetto) sono stati poco meno di 104mila. «Quello dell’edilizia – dice Piron – negli ultimi dieci anni è stato uno dei settori di traino dell’economia veneta nel momento in cui il tessile, meccanico, calzaturiero e alimentare perdevano terreno». Anche perché edilizia qui significa anche turismo, manutenzione alberghiera oltre a restauro monumenti. Ma l’edilizia è il settore in cui si assiste alle destrutturazione sempre più spinta delle imprese. Basta un dato: oltre il 60% della manodopera è collocata in aziende con meno di tre dipendenti e soltanto il 3% lavora in aziende con più di quindici addetti. «Si è assistito – dice Piron – alla proliferazione delle piccole aziende. Alcune sono imprese uninominali, magari di lavoratori migranti che sono stati ‘invitati’ a mettersi in proprio per bypassare le regole». Anche in Veneto il settore è ormai «una catena infinita di subappalti e si nota – dice ancora il segretario di Venezia – una preoccupante presenza del part time».
Per rendersi conto di quanto il settore sia parcellizzato basta andare in un qualunque cantiere della città e chiedere ai lavoratori per chi lavorano. «Il 60% – afferma Piron – ti dirà soltanto il nome proprio del tizio per cui lavora. Lavorano per Tony o Giuseppe, pochissimi ti diranno il nome di una ditta». E poi rimane il problema del lavoro sommerso e delle continue violazioni contrattuali. I dati dell’Inps parlano di un lavoratore su quattro fuori regola. «Il problema maggiore – dice ancora Piron – riguarda le mille sfumature di grigio che dobbiamo contrastare». Il grigio è rappresentato dall’oretta fuori busta, il sabato di lavoro, qualche ora in più alla sera. Dopo dieci anni di mestiere («perché questo – dice sempre Piron – è un mestiere che si impara con ore e ore di lavoro») un edile prende ancora 1100-1200 euro e questo non è accettabile. Gli operai arrivano ancora dalla Calabria, dalla Puglia, dalla Sicilia col pulmino e il caporale. E guai a protestare Gli ispettori sono pochi. E le violazioni sono aumentate anche dopo l’introduzione di nuovi strumenti di controllo. Un esempio su tutti: se più della metà della categoria è inquadrata al livello più basso di manovalanza, il part time, prima inesistente, dilaga da quando è stato introdotto il Durc (documento di regolarità contributiva delle imprese). Per contrastare tutto questo giovedì gli edili saranno in piazza a Padova.
23
Apr
08

conversioni

Alemanno: Buddha, patria e famiglia
Francesca Pilla (da il manifesto)


Immaginate Gianni Alemanno vagare alla ricerca dell’illuminazione, all’inseguimento del Nirvana, insomma monaco buddista. Lui con la croce celtica al collo, lui dell’ultradestra radicale, entrare in un monastero di Orvieto e uscirne dopo due giorni di meditazione, con un maestro comunista ortodosso che non ha mai nascosto i suoi orientamenti. Non è il frutto di una fantasia perversa, ma è realtà. Fino a un po’ di anni fa il Gianni alpinista era solito frequentare il monastero umbro di Luigi Maio. Uno dei discepoli più assidui, dicono alcuni monaci, e a quanto pare per oltre 15 anni. Si racconta che si sia avvicinato alla pratica meditativa per quel suo spirito montanaro e scalatore, ma che poi si sia lasciato prendere anche dall’introspezione, dalle seshin. Due giorni di concentrazione in cui per 14 ore non si fa altro che meditare 20 minuti e camminare per 10, proprio per liberare l’io dai bisogni terreni.
Alemanno non mancava mai gli appuntamenti nemmeno da ministro. Una volta al mese arrivava nella campagna di Orvieto il sabato con la sua scorta, si spogliava dei panni da postfascista, lasciava il cellulare e diventava uno come gli altri. Da un po’ medita in solitudine, non si reca più al monastero, per paura di essere attaccato dai suoi e anche perché gli alti ambienti ecclesiali non avrebbero gradito che un cattolico ortodosso e oltranzista si fosse lasciato andare a certe libertà. Nutrire l’anima senza preti, chiese, perdendosi in pensieri dove non ci sono verità e certezze, con un maestro spirituale non consacrato dal Vaticano è un eresia. E’ pur vero che esiste un filone di destra radicale «evoliano» che ai tempi dell’Asse con il Giappone trovava nella meditazione elementi di purificazione un po’ ascetici. Ma Alemanno vive nel XXI secolo e certi comportamenti «promiscui» non sono ammessi tra i fascisti, soprattutto se bisogna combattere matrimoni gay, cedimento dei valori tradizionali, emorragie di cristiani e la conseguente perdita di potere per il Vaticano. Così Alemanno, oggi candidato proprio alla guida della capitale, ex sacro romano impero, deve abiurare uno dei suoi tre «credi», tra patria, dio e buddha, l’ultimo ci rimette.
Anche se il suo maestro non la vede così. «Qui da noi – spiega Luigi Maio – nessuno chiede di cambiare orientamento o credo politico. Gianni è sempre stato un ottimo allievo anche perché quelli abituati a comandare in genere sono i più bravi ad obbedire. In Giappone ho incontrato una congrega di gesuiti che pregavano e praticavano zen. Non credo che le due cose siano in contrasto». Chissà cosa ne pensa papa Ratzinger!



a

 

Aprile: 2008
L M M G V S D
« Mar   Mag »
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
282930