Archivio per 1 Aprile 2008

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SPACCIO DI DROGA E NEOFASCISMO IN PROVINCIA DI VARESE

Sesto Calende – Due giovani legati a gruppi di estrema destra in manette per tentato omicidio di un ventisettenne marocchino.
Tommaso Guidotti – da Varese News – 29/02/2008

 

In carcere per droga anche la moglie e il cugino di uno dei due

Tommaso Guidotti da Varese News 22 febbraio 2008

Droga, coltellate, spari. Tutto condito da odio razziale e ideologia nazifascista a fare da sfondo. Una vicenda di violenza e malavita ricostruita dai carabinieri della compagnia di Gallarate, che in meno di una settimana sono riusciti ad arrestare gli autori (due italiani di 30 e 32 anni) del duplice tentato omicidio di sabato 16 febbraio a Sesto Calende. In manette anche altre due persone per spaccio e detenzione di cocaina (una donna di 28 e un uomo di 30 anni).

Tutto è cominciato sabato 16 febbraio, in piazza Mazzini a Sesto Calende. Due cittadini marocchini, di 25 e 27 anni, sono entrati in un negozio d’abbigliamento e all’uscita ad attenderli hanno trovato due italiani di 30 e 32 anni, teste rasate e fisici palestrati. È nato un diverbio, secondo i carabinieri per questioni legate al commercio di droga sull’ambita piazza sestese, ma anche connesso al razzismo delle due teste rasate, vicine ai movimenti dell’estrema destra varesina. Il più giovane degli italiani ha tentato di accoltellare il venticinquenne marocchino, tagliando jeans e slip del giovane, senza però ferirlo. I nordafricani sono scappati a piedi, inseguiti dai loro aggressori in auto: la fuga è durata poco più di 300 metri. In via Maddalena il trentaduenne italiano ha sparato due colpi di pistola, raggiungendo alla coscia il marocchino di 27 anni, ferito e giudicato guaribile in 20 giorni. Le telecamere del Comune hanno ripreso la prima fase del diverbio, fino alla fuga dei nordafricani.

I militari hanno attivato una serie di indagini e sono giunti nella stessa serata di sabato ad arrestare il primo indiziato: a Sesto Calende è finito in manette il trentenne, residente da poco a Daverio, un passato di tossicodipendenza e doping (anabolizzanti), qualche esperienza da buttafuori nei locali, è accusato di aver tentato di accoltellare uno dei due marocchini. L’arma è stata trovata nel corso delle perquisizioni. Per trovare il secondo indiziato il lavoro di indagine è stato più complesso a causa di una sorta di cortina sollevata da “fratelli e cugini”, come usano chiamarsi tra di loro gli appartenenti ad un certo mondo dell’estrema destra. Una serie di fiancheggiatori sono stati torchiati, nelle perquisizioni sono state trovate immagini, bandiere nazifasciste, gigantografie del Duce e tutta una serie di riferimenti a quella che il capitano della compagnia gallaratese Michele Lastella ha definito “fantaideologia di estrema destra”. Nella notte di ieri, giovedì 21 febbraio, intorno alle 22, anche il secondo indiziato è finito in manette per tentato omicidio e possesso di droga: i carabinieri lo hanno arrestato a Induno Olona mentre si apprestava a partire per la Svizzera o per qualche altro luogo sicuro. La moglie era già seduta sul taxi quando è scattata l’operazione dei militari: nei borsoni sono stati trovati anche 40 grammi di cocaina, bilancino e tutto l’occorrente per la divisione in dosi. Anche la donna, 28 anni, è finita in manette e come lei uno dei “fiancheggiatori”, un italiano di 30 anni, nella cui abitazione sono stati trovati 5 grammi di coca già suddivisi e pronti per la vendita e custoditi in una scatoletta per caramelle.

Entrambi gli arrestati vivono tra Varese e la provincia e sono arcinoti alle forze dell’ordine per reati connessi alla droga e a reati contro la persona. Uno dei due, il trentaduenne accusato di aver sparato contro il marocchino, ha avuto legami con i Blood&Honour, formazione di estrema destra egemone a Varese. È uscito da poco più di un mese di prigione e anni fa fu vittima di un tentato omicidio a Malnate sempre per questioni legate allo smercio di stupefacenti: un colpo di pistola gli trapassò da parte a parte il deltoide, ma se la cavò.

I carabinieri sono convinti che non si sia stato il caso a portarli a Sesto Calende: anche i due marocchini infatti sono già conosciuti per spaccio e detenzione di droga e il più vecchio è anche stato in carcere per tentata violenza sessuale. Per risalire alle identità dei responsabili del tentato omicidio i carabinieri si sono avvalsi dell’aiuto della compagnia varesina e della squadra mobile della Questura di Varese, ringraziati dal capitano di Gallarate: «Non è stato facile – ha detto Lasttella -. Un bravo ai miei uomini. I due arrestati erano coperti da una coltre di protezione difficile da scalfire, tanti giovani legati da una pseudo ideologia, dall’uso di droghe e da violenza sistematica».

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Bentornato alla vita, compagno Mumia

Diventato cittadino onorario di Parigi e Palermo, l’ex militante del Black Panther Party è perseguitato, come è successo a Mandela, soprattutto per le sue idee e per le sue lotte contro l’apartheid. Storia del programma Cointelpro, ovvero come l’Fbi si sbarazzò dei leader neri
A parte l’atroce aggravante della pena di morte rischiata per oltre 26 anni, e finalmente scongiurata, questo caso Mandela di Filadelfia, non è ancora finito. La battaglia di Mumia Abu-Jamal (alias Wesley Cook), la «voce dei senza voce», per la revisione del suo processo-farsa continua, e non sarà facile – chiedetelo a Sacco e Vanzetti – vincerla, nonostante i tanti testimoni a favore del condannato, e mai ascoltati. «Una gallina – diceva Malcolm X – non può fare un uovo d’anatra». Il sistema così come è non può liberare gli sfruttati che lottano. Bisogna cambiare sistema.
Grazie però alla grinta e alla lucidità politica del protagonista indistruttibile di questo caso-limite del sadismo giuridico Usa (ma in 3000 dormiranno anche stanotte nel «braccio della morte»), e a un quarto di secolo di mobilitazione mondiale e firme illustri per salvare dalla forca questo african-american che è cittadino onorario di Parigi e Palermo, la corte federale d’appello della Pennsylvania ha rimandato ai giudici di Philadelphia la responsabilità di un verdetto degno di uno stato di diritto. Vedremo. Ma. Chi è stato membro del Black Panther Party, cioé ha osato alzare la testa qualche centimetro di troppo, deve pagare l’arroganza di quel gesto, Obama o non Obama. Ora però, almeno, ci è più chiara la tecnica di combattimento usata in 50 anni da una illustre democrazia.
In una prima fase, più pericolosa, di lotte sociali di massa anni 60, si assassinano «indirettamente» i leader troppo carismatici (Lumumba, Malcolm X, Martin Luther King…). Poi, negli anni 70, direttamente, e senza alcun pudore, tra calunnie e delatori, squadre terroriste dell’Fbi appositamente organizzate (programma Cointelpro) annichiliscono il fulcro delle organizzazioni antisistemiche di base. Basta ricordate la quindicina di dirigenti e simpatizzanti famosi del Bpp sterminati via via dalla polizia (Bobby Hutton, Fred Hampton, Mark Clark, fratelli Solidad, Move, simbionesi, perfino Jimi Hendrix, altro che quella fandonia dell’eroina…) o messi in condizione di non nuocere (incarcerati o perseguitati o esiliati tutti gli altri, da Seale a Huey Newton a James Forman…). E chi organizzò questo massacro? W.C.Sullivan, assassinato nel 1977…
Quindi, con Reagan, una ridicola semplificazione delle procedure e della possibilità d’appello che trasformò le prigioni americane in «mattatoi quotati in borsa» per ispanici e african-american. Soldi.
Infine una tortura cinese (nel senso più dei mandarini confuciani che del Pcc), «infinita» contro i sovversivi ancora in libertà, che colpisce via via tutti, non solo il prigioniero politico Mumia Abu-Jamal, ma anche, proprio nell’agosto ‘95, Rap Brown, altro leader storico del movimento per l’emancipazione mentale degli americani, e di qualunque sfumatura di colore siano.
Ha scioccato in questi anni il silenzio e il conformismo della grande stampa e dei mass media Usa, a parte l’eccezione cinematografica. Mumia, giornalista anche radiofonico, presidente dei reporter african-american al tempo dell’arresto, non può davvero ringraziare i colleghi. Hanno taciuto, o sussurrato appena. Struzzi. Forse perché i bookmaker davano per certa, nell’agosto ‘95, l’iniezione letale che lo aspettava? Sapete, i sondaggi… Mumia è un collega di grande umorismo e cultura, che, prove in mano, «sparava» contro il governo per migliorare le cose, smascherando ingiustizie e crimini dei potenti. «Solo così sarai a posto con la tua coscienza», parola di John Belushi reporter. I colleghi di Mumia non hanno però vivisezionato o contestato con la passione dovuta quel processo, né la giuria esplicitamenter razzista, né il verdetto di colpevolezza del 1982, né l’ostinazione reazionaria del più maniaco (perversione: le forche friggenti) giudice d’America, Albert Sabo. Eppure con Mumia se ne sarebbe andata anche qualche troppo sbandierata, da loro, virtù nazionale… Ora si potrebbero riabilitare come William Styron, Alice Walker, Rushdie, Woophi Goldberg, Darrida, Stone, Breytenbach, Byrne, Tim Robbins & Susan Sarandon, Edward Asner, Michael Moore, Ossie Davis, Spike Lee e i 600 che protestarono e fecero sit-in ovunque. I libri ci sono, e anche i film (l’ultimo, In prison my whole life di Marc Evans). Ma l’incubo iniziato il 9 dicembre 1982 non è ancora finito.




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