Blocco totale il 24 Salari da fame, malattia non pagata, rapporti semifeudali, sicurezza inesistente. Anche il Nordest scopre di essere molto simile al resto d’Italia. Quasi nessuno sa dire il nome della ditta per cui lavora, si conosce solo chi ti ha fatto «entrare»
Orsola Casagrande
Venezia
Scenderanno in piazza giovedì anche a Padova i lavoratori del settore edile del Veneto. Una manifestazione che ha al centro soprattutto la richiesta di diritti. Ci tiene a sottolinearlo il segretario generale della Fillea Cgil, Enrico Piron. «Certo - dice - c’è la rivendicazione salariale, ma questo nostro sciopero è prima di tutto per chiedere che vengano riconosciuti diritti che rivendichiamo anche da venticinque anni». Il riferimento è per esempio al fatto che ancora oggi un lavoratore edile non si vede pagati i primi tre giorni di malattia. «Questi sono lavoratori che non hanno diritto di ammalarsi, anche se lavorano in condizioni terribili, al freddo, all’aperto. - dice Piron - E sono lavoratori che possono ancora essere licenziati per fine cantiere o per insubordinazione». Che significa per esempio che se un lavoratore si rifiuta di fare una determinata operazione perché non sicura rischia di essere punito. E il settore edile quanto a infortuni è quello tra i peggiori. In Veneto sono occupate oltre 60mila persone nel settore (in Italia 1 milione 200mila). Nel 2007 ci sono stati 22 infortuni mortali, su un totale di 235, che pongono la regione al secondo posto, dopo la Lombardia. Nel 2006 gli infortuni denunciati all’Inail (quindi dati per difetto) sono stati poco meno di 104mila. «Quello dell’edilizia - dice Piron - negli ultimi dieci anni è stato uno dei settori di traino dell’economia veneta nel momento in cui il tessile, meccanico, calzaturiero e alimentare perdevano terreno». Anche perché edilizia qui significa anche turismo, manutenzione alberghiera oltre a restauro monumenti. Ma l’edilizia è il settore in cui si assiste alle destrutturazione sempre più spinta delle imprese. Basta un dato: oltre il 60% della manodopera è collocata in aziende con meno di tre dipendenti e soltanto il 3% lavora in aziende con più di quindici addetti. «Si è assistito - dice Piron - alla proliferazione delle piccole aziende. Alcune sono imprese uninominali, magari di lavoratori migranti che sono stati ‘invitati’ a mettersi in proprio per bypassare le regole». Anche in Veneto il settore è ormai «una catena infinita di subappalti e si nota - dice ancora il segretario di Venezia - una preoccupante presenza del part time».
Per rendersi conto di quanto il settore sia parcellizzato basta andare in un qualunque cantiere della città e chiedere ai lavoratori per chi lavorano. «Il 60% - afferma Piron - ti dirà soltanto il nome proprio del tizio per cui lavora. Lavorano per Tony o Giuseppe, pochissimi ti diranno il nome di una ditta». E poi rimane il problema del lavoro sommerso e delle continue violazioni contrattuali. I dati dell’Inps parlano di un lavoratore su quattro fuori regola. «Il problema maggiore - dice ancora Piron - riguarda le mille sfumature di grigio che dobbiamo contrastare». Il grigio è rappresentato dall’oretta fuori busta, il sabato di lavoro, qualche ora in più alla sera. Dopo dieci anni di mestiere («perché questo - dice sempre Piron - è un mestiere che si impara con ore e ore di lavoro») un edile prende ancora 1100-1200 euro e questo non è accettabile. Gli operai arrivano ancora dalla Calabria, dalla Puglia, dalla Sicilia col pulmino e il caporale. E guai a protestare Gli ispettori sono pochi. E le violazioni sono aumentate anche dopo l’introduzione di nuovi strumenti di controllo. Un esempio su tutti: se più della metà della categoria è inquadrata al livello più basso di manovalanza, il part time, prima inesistente, dilaga da quando è stato introdotto il Durc (documento di regolarità contributiva delle imprese). Per contrastare tutto questo giovedì gli edili saranno in piazza a Padova.
Per rendersi conto di quanto il settore sia parcellizzato basta andare in un qualunque cantiere della città e chiedere ai lavoratori per chi lavorano. «Il 60% - afferma Piron - ti dirà soltanto il nome proprio del tizio per cui lavora. Lavorano per Tony o Giuseppe, pochissimi ti diranno il nome di una ditta». E poi rimane il problema del lavoro sommerso e delle continue violazioni contrattuali. I dati dell’Inps parlano di un lavoratore su quattro fuori regola. «Il problema maggiore - dice ancora Piron - riguarda le mille sfumature di grigio che dobbiamo contrastare». Il grigio è rappresentato dall’oretta fuori busta, il sabato di lavoro, qualche ora in più alla sera. Dopo dieci anni di mestiere («perché questo - dice sempre Piron - è un mestiere che si impara con ore e ore di lavoro») un edile prende ancora 1100-1200 euro e questo non è accettabile. Gli operai arrivano ancora dalla Calabria, dalla Puglia, dalla Sicilia col pulmino e il caporale. E guai a protestare Gli ispettori sono pochi. E le violazioni sono aumentate anche dopo l’introduzione di nuovi strumenti di controllo. Un esempio su tutti: se più della metà della categoria è inquadrata al livello più basso di manovalanza, il part time, prima inesistente, dilaga da quando è stato introdotto il Durc (documento di regolarità contributiva delle imprese). Per contrastare tutto questo giovedì gli edili saranno in piazza a Padova.
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