Archivia per Maggio 2008



24
Mag

video tg3 sulle cariche della polizia a marano di napoli

24
Mag

Condanna a sei mesi per riunione pubblica senza preavvisare le autorità di Pubblica Sicurezza

Napoli. Martedì 20 maggio quattro compagni e compagne del Network Autorganizzato e del Nucleo Studentesco Metropolitano si sono visti recapitare un decreto penale di condanna a sei mesi di detenzione convertita in pena pecuniaria di 3520 euro ciascuno (per un totale di 14mila e 80 euro!).

Il provvedimento di condanna è motivato con la presunta violazione dell’art. 18 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS), articolo che prevede una pena fino a sei mesi di detenzione (o la sua conversione in ammenda) per chiunque organizzi una riunione pubblica senza preavvisare le autorità di Pubblica Sicurezza.

Secondo gli accusatori, le compagne e i compagni condannati avrebbero violato tale disposizione del TULPS in occasione del presidio che si tenne nel luglio scorso in via Scarlatti, organizzato dal movimento antifascista e antirazzista napoletano e grazie al quale si riuscì ad impedire lo svolgimento di un’iniziativa di Forza Nuova.

24
Mag

Fascisti: Roma avrà via Almirante

A vent’anni dalla scomparsa, il sindaco di Roma Gianni Alemanno - l’uomo con la celtica al collo, primo sindaco di destra nella capitale - vuole intitolare una via al leader storico dell’Msi Giorgio Almirante, redattore della rivista La difesa della razza e mai pentito repubblichino di Salò. Motivo: «E’ stato il precursore della moderna destra democratica in anni tormentati in cui era difficile superare il ghetto in cui era rinchiuso l’Msi». No della sinistra romana. Agnostico il Pd: per Nicola Zingaretti «la scelta riguarda il Consiglio comunale». Di Almirante, il 28 maggio, Luciano Violante e Gianfranco Fini presenteranno alla camera la raccolta dei discorsi parlamentari.

24
Mag

i pacchetti sicurezza in pdf

ecco il pacchetto sicurezza del governo Berluasconi varato a Napoli questa settimana:

fuoriluogo.it/home/mappamondo/europa/italia/legislazione/pacchetto_sicurezza_governo_berlusconi

23
Mag

Caso Sandri

Scontri all’Olimpico Condanne pesanti
Roma


Pene pesantissime, con pochi sconti, quelle che il gup di Roma Bruno Azzolini ha dato ai quattro tifosi romani arrestati in seguito agli scontri nei pressi dello stadio Olimpico dell’11 novembre scorso, dopo la morte dell’ultras laziale Gabriele Sandri. Saverio Candamano, 28 anni, alcuni precedenti per microcriminalità è stato condannato a 5 anni di carcere e il giovanissimo Claudio Gugliotti, 21enne, a quattro anni. Per entrambi il gup ha escluso l’aggravante di «terrorismo» inizialmente contestata dai pm della procura di Roma Pietro Saviotti e Caterina Caputo. Condanne inferiori, due anni ciascuno, per Valerio Minotti (che ha avuto la pena sospesa grazie alla condizionale) e a Massimo Mongale. Un quinto tifoso arrestato sempre nell’ambito di questa inchiesta, Lorenzo Sturiale, attivista di sinistra oltre che romanista, ha già patteggiato la condanna a due anni di reclusione (pena sospesa), mentre Cristian Taglia ha scelto di essere giudicato con rito ordinario e sarà processato il 25 settembre prossimo dai giudici della V sezione del tribunale penale collegiale.
Candamano e Gugliotti, assistiti dagli avvocati Francesco Romeo e Eugenio Daidone, sono stati condannati per devastazione, erano accusati di violenza e lesioni a pubblico ufficiale. La pm Caputo aveva chiesto di confermare per entrambi dieci anni di reclusione. Eppure, le prove nei loro confronti sono piuttosto deboli. Entrambi furono presi all’esterno della caserma della polizia Maurizio Giglio, assaltata durante gli scontri partiti dallo stadio. Ma per nessuno dei due pm e investigatori erano riusciti a provare che avessero preso parte all’«invasione» della struttura.
A febbraio scorso, la procura di Roma ha arrestato un gruppo di tifosi nell’area della destra romana, alcuni dei quali legati a Forza nuova, sostenendo che fossero loro gli organizzatori degli assalti. Un area ben definita, di cui non fa parte nessuno degli imputati di ieri.
23
Mag

Ladri di bambini

Lo stereotipo senza prove che perseguita i rom
Sabrina Tosi Cambini (da Il Manifesto)
Quando si dà notizia di fatti come quello recente di Napoli, si apre una voragine in cui la confusione e i luoghi comuni si alimentano a vicenda. Uno studio sui presunti rapimenti di infanti da parte di rom e sinti (che sta per andare alle stampe presso la casa editrice Cisu) ci aiuta a capire meglio. L’indagine fa parte di un progetto di ricerca più ampio sotto la direzione di Leonardo Piasere commissionato dalla Fondazione Migrantes al Dipartimento di Psicologia e Antropologia culturale dell’Università di Verona. La ricerca originariamente copriva il ventennio dal 1986 al 2005, ma si è protratta fino al 2007. I casi studiati sono stati individuati e analizzati partendo dall’archivio Ansa e arrivando alla consultazione dei fascicoli dei tribunali. Tra i risultati generali dobbiamo anzitutto dire che non esiste nessun caso in cui si riscontra un rapimento. Nessun esito, infatti, corrisponde a una sottrazione dell’infante effettivamente avvenuta e provata oggettivamente. Anche laddove si apre un processo, il fatto contestato viene sempre qualificato come delitto tentato e non commesso, le cui circostanze aprono a una complessa valutazione dell’esistenza o meno della volontà dolosa. Inoltre, in alcuni casi l’identità rom della persona è solo ipotizzata dai denuncianti; in altri l’esito dell’intervento delle Forze dell’Ordine e delle indagine portano a ritenere che si è trattato di un equivoco, che i fatti svolti non erano tesi a un’azione criminosa e comunque all’assoluta certezza dell’inesistenza di un tentativo di rapimento; ancora: si scopre che coloro che denunciano il fatto sono persone che cavalcano volontariamente il luogo comune degli «zingari ladri di bambini» per un secondo fine; oppure controlli e perquisizioni nei campi nomadi non portano a niente.
Comparando i casi studiati è possibile notare il ricorrere di poche variabili sia per quanto riguarda gli attori coinvolti che le dinamiche: gli elementi ripetitivi dei fatti narrati vanno a costruire una struttura contestuale che si ripete. Ad esempio, nella grande maggioranza, si tratta di «donne contro donne» ossia è la madre (o un’altra parente stretta) ad accusare una donna zingara (o più donne zingare) di aver tentato di prendere il bambino; non ci sono testimoni del fatto, tranne i diretti interessati; gli eventi accadono spesso in luoghi affollati come mercati o vie commerciali; nessuno interviene in soccorso della madre. Si può affermare che laddove vi è la presenza di un infante, l’avvicinamento di una persona rom è subito vissuto come un pericolo per il proprio figlio: lo stereotipo «gli zingari rubano i bambini» risulta essere molto più potente di qualsiasi altro. Non si ha paura, infatti, che sottraggano il portafogli o la borsa (secondo lo schema mentale «gli zingari rubano»), ma che portino via il bambino. Infine, per quanto riguarda episodi di sparizione di bambini, abbiamo ricostruito i vari momenti in cui i rom e sinti entravano tra i soggetti sospetti e gli esiti degli accertamenti investigativi (sempre negativi).

22
Mag

5 ANNI: LA REBELDíA NON SI FERMA, LA REBELDíA NON SI SGOMBERA!

30 Maggio 2008. Rebeldìa compie 5 anni e per noi è una giornata di festa. 5 anni di movimento senza soste in città e non solo, attraversando le grandi lotte da quelle contro la guerra fino a Vicenza, dalle manifestazioni con i migranti contro i cpt alle mayday per rivendicare diritti e reddito. Una storia fatta di occupazioni, di sgomberi, di denunce e di luoghi abbandonati che abbiamo restituito alla città e a tutte e tutti coloro che ci vivono, ci studiano, ci lavorano…ma soprattutto una storia che continua e che cresce sempre più. Centinaia sono le donne e gli uomini che abbiamo incontrato in questi anni e che abbiamo conosciuto, con cui abbiamo imparato a lavorare e cooperare per costruire un’altra città.
Il viaggio della Rebeldia inizia esattamente 5 anni fa:
Il 30 maggio del 2003 con ancora vivi in testa i fatti di Genova e l’esperienza nazionale del movimento contro la guerra con il Trainstopping iniziammo quel percorso che ha portato a far rivivere in città stabili abbandonati da anni a quello che può davvero essere definito degrado per mano di colpevoli e cieche amministrazioni locali noncuranti dei bisogni e della realtà di una città come Pisa.
Il primo luogo che non solo ha ospitato ma ha anche innescato il fermento del movimento pisano di quei giorni è stato l’Ex-Asnu, di proprietà dell’ Università, dal quale dopo 52 giorni di occupazione ci hanno sgomberato, ma dove siamo tornati, pochi giorni dopo, per ribadire che quell’esperienza di autogestione e di creazione di alternative in città non sarebbe certo terminata.
Nonostante le numerose denunce di quel momento che ancora oggi gravano su molti dei compagne/i rebeldi, non ci siamo mai arresi. Fu solo il trampolino per l’occupazione di altri due stabili dell’Università che liberammo e restituimmo alla vivacità di una città che stentava ad uscire all’aperto, intorpidita e assuefatta ad un governo della città che guardava solo ad una parte della città, ma che continuava ad ignorare i bisogni reali della gente come il lavoro, la salute, la casa e che continuava a violare diritti inalienabili per qualsiasi cittadino, che fosse italiano o straniero. Abbiamo poi restituito alla cittadinanza pisana altri due locali da anni in abbandono, passando da altri sgomberi e denunce, prima dell’assegnazione provvisoria dello stabile dell’Ex-Etruria, esperienza, questa, che ci ha permesso di gettare le basi di quello che oggi siamo, che ci ha permesso di mescolarci e di contaminarci, a patire dalla condivisione e dall’autorganizzazione non solo di una spazio fisico ma soprattutto di uno spazio politico e sociale, con le molteplici realtà associative della città, con molti dei collettivi autogestiti e con le comunità migranti della città. Da qui siamo poi riusciti nel 2006 ad ottenere, dopo una lunga e complessa trattativa con il Comune di Pisa, quello spazio situato in via Battisti 51/633, che oggi è lo spazio che viviamo quotidianamente da più di due anni, nel quartiere della stazione ferroviaria che oramai coabitiamo soprattutto con molti migranti e studenti.
Lo spazio che abbiamo costruito oggi a Pisa che è oramai diventato un progetto per una nuova cittadinanza e un laboratorio di azioni e pratiche di affermazione e riconoscimento dei diritti, il Progetto Rebeldia, è composto da 26 associazioni che offrono alla cittadanza che mai viene considerata tale, dalla consulenza amministrativo-legale per migranti, ai corsi di italiano e di internet, Dallo sport libero e gratuito, ad una proposta musicale e culturale non omologata, dagli spazi di discussione a quelli di denuncia di quel calcolato degrado che le istituzioni pisane hanno determinato ignorando i diritti e creando sempre più marginalità.
Questo oggi è uno spazio in cui la città dei precari, dei migranti, di chi non ha casa, di chi non riesce ad avere cure, ovvero la “città che non c’è”, ha finalmente voce e prende la parola ed è per questo che è diventato scomodo e che adesso il Comune di Pisa vorrebbe smantellare.
Questa e’ la nostra storia come è stata la storia di molti degli spazi sociali d’Italia, ed è quindi un progetto per quello che è diventato e per quello che ancora può diventare e fare in città, ma solo se otterrà la stabilità e la continuità delle proprie attività e delle proprie iniziative.
Proprio per questo il 7 Giugno saremo in piazza con un corteo che speriamo e crediamo numeroso per riprendere nuovamente la parola e difendere determinati il Progetto Rebeldia nello spazio di via Battisti 51/633.
I nostri 5 anni li festeggeremo ancora una volta per le strade della città per difendere ciò che abbiamo costruito in tutti in questi anni e che nessuno mai ci potrà togliere.

Laboratorio delle disobbedienze Rebeldìa

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20
Mag

Viareggio: imbrattato il Circolo “Partigiani sempre”

Provocazione fascista contro il Circolo “Partigiani sempre” Tristano Zekanowski “Ciacco”

Viareggio. I fascisti hanno imbrattato la saracinesca del nostro Circolo in via del Terminetto 35, con i loro lugubri e criminali simboli proprio sull’immagine del partigiano “Ciacco” e danneggiato la targhetta del Circolo.
I fascisti di oggi, sdoganati da ogni parte del potere, si rifanno ai fascisti che, nell’estate del ’44, conducevano i nazisti delle SS a compiere le stragi nelle nostre zone.
Si rifanno a quel regime, persino nei comportamenti, nei saluti, nella simbologia.
Di fronte a queste spicciole e basse provocazioni, per non parlare dell’ultimo infame assassinio del giovane Nicola a Verona, gli antifascisti coerenti debbono praticare la vigilanza e la mobilitazione, come già è avvenuto con la significativa manifestazione di sabato scorso a Verona.
Ora e sempre Resistenza!

20
Mag

comunicato dell’assemblea aperta cittadina organizzatrice della manifestazione

Dodicimila persone hanno sfilato oggi a Verona per ricordare Nicola

Circa dodicimila persone hanno sfilato oggi a Verona per ricordare Nicola Tommasoli, il giovane ucciso nella notte tra il 30 aprile e il 1 maggio da cinque simpatizzanti dei gruppi neofascisti. Per Nicola la manifestazione si è fermata davanti alla chiesa di San Fermo, per un minuto di silenzio e un lungo applauso, per portare fiori e ricordi sul luogo della sua morte, lì a pochi metri, a Porta Leoni.

A questa grande e importante manifestazione si deve aggiungere quella altrettanto importante e significativa che le organizzazioni dei migranti hanno promosso in piazza Bra. Da queste manifestazioni nasce una nuova Verona che vuole propagare una nuova sensibilità fatta di socialità vitale e tolleranza. Il corteo – comunicativo, aperto, partecipato, pacifico – è stato aperto da uno striscione disegnato da un artista/writer amico di Nicola, portava questa scritta: “Nicola è ognuno di noi”.

La manifestazione, promossa dall’Assemblea aperta cittadina, ha fatto appello alla coscienza civile e alla capacità di autocritica di Verona per sconfiggere l’intolleranza e la discriminazione, un atto d’amore verso la città stessa, perché è proprio dalle condizione estreme che possono nascere pensieri e pratiche vivificanti, perché è proprio dal dissenso che possono nascere sensibilità, coscienza, saperi nuovi. E’ necessario quindi costruire progetti per nuove sensibilità, forme di vita libere.

Erano presenti molti cittadini, uomini e donne, ragazze e ragazzi, associazioni culturali, musicali, teatrali, sociali di Verona e del territorio. Tra i molti striscioni anche uno degli amici di Nicola, con la scritta: BIBOA, una gioiosa imprecazione inventata da Nicola stesso. Molte anche le realtà giovanili e i centri sociali di varie città, da Roma a Brescia, da Padova a Bologna.

A metà corteo, qualche tafferuglio provocato da poche persone è stato pacificato dai manifestanti stessi. Il corteo si è concluso a piazza Erbe e in piazza Dante con gli interventi delle realtà che hanno organizzato e partecipato alla manifestazione.

Si è manifestato per ricordare chi ci è stato affine. Non ha importanza se Nicola si dichiarasse antifascista o meno. In questi anni di ripensamenti e ricombinazioni sociali, culturali, politiche, esistenziali, abbiamo imparato a definirci non per quello che siamo ma per ciò che non siamo. A differenza dei suoi assassini Nicola non era nazista, non era fascista, non era razzista, non era leghista, non era un reazionario. Sappiamo ciò che non siamo, ciò che saremo dobbiamo
inventarlo. Lontani dalle passioni tristi, gioiosamente, naturalmente, vivere come l’aria che si respira, come ha fatto Nicola. A Nicola piacevano il surf, la montagna e il colore arancio. Skate: ebrezza e surf dell’anima. Montagna: tregua, respiro, silenzio. Colore arancio: vitalità e spiritualità. Immaginazione. Vita contro la morte

Assemblea aperta cittadina

18
Mag

10.000 in corteo a Verona per ricordare Nicola

strscione d\'apertura corteo antifa verona 17 maggio

10.000 in corteo a Verona per ricordare Nicola
17/05/2008

«Nicola è ognuno di noi» è lo striscione che ha aperto la manifestazione veronese. Il ricordo di Nicola Tommasoli, picchiato a morte la notte tra il 30 aprile e il 1 maggio, e la richiesta di non minimizzare i troppi atti di violenza che avvengono in città.



Nicola non è solo. A Verona in diecimila contro la violenza e contro il fascismo

Maurizio Pagliassotti – liberazione
Verona

In tanti e tante hanno attraversato le vie della città per ricordare il giovane ucciso e per ribadire il valore dell’antifascismo. All’inizio del corteo un gruppo ha rotto una vetrina. Ma è stato subito isolato

Pioveva a Verona ieri pomeriggio, un tempaccio. E poi c’era la diffusa fretta di dimenticare, la voglia di normalizzare, di dire: «E’ stata una ragazzata finita male». Per questo forse gli organizzatori della manifestazione non si aspettavano una grande partecipazione al corteo in ricordo di Nicola Tommaselli, morto ammazzato di botte da un branco di neonazisti. Negli ultimi giorni, non ne parlava più nessuno di quell’episodio se non i giornali di sinistra.
E invece è andato tutto in maniera diversa, perché una folla di diecimila persone ha camminato per le vie della città. Per dare un’idea di cosa significhi questa cifra basta citare la battuta di un’anziana signora che, disgustata, guardava i manifestanti: «Erano 40 anni che non vedevo una cosa del genere!».
Alla testa del corteo un gruppo di cittadini veronesi, amici e conoscenti del ragazzo ucciso, portavano uno striscione che recava la scritta: “Nicola è uno di noi”. «Perché Verona è diventata una città razzista e fascista dove chiunque rischia di finire ammazzato perché non omologato all’ormai dilagante pensiero della destra», così ha spiegato il significato dello striscione una signora che lo sorreggeva insieme ad altre venti persone. Dietro di loro un po’ tutta la sinistra che per bocca di molti manifestanti sembrava quasi sorpresa dell’affluenza: «Siamo fuori dal parlamento di Berlusconi e Veltroni, ma siamo dentro le piazze, dove loro mancano. Questo è un ottimo punto per la ripartenza» commentava Livio arrivato da Roma.

Un centinaio le realtà che hanno aderito al corteo promosso dall’Assemblea cittadina: tra gli altri i centri sociali Pink e La Chimica, Fiom, Arcigay e Arcilesbica, circoli Anpi, Emergency, collettivi universitari, Prc, Sinistra critica, Pdci, Sd veronese.
Il Prc era al gran completo: Russo Spena, Gennaro Migliore, Alfio Nicotra, Graziella Mascia, accompagnati da Giorgio Cremaschi. «La sinistra non arretra quando si tratta di difendere i diritti di migranti e lavoratori. E ovviamente non dimentica la battaglia antifascista. E’ un momento difficile per il paese, non solo per la sinistra…» così Gennaro Migliore. Loretta, una ricercatrice di Torino iscritta a Rifondazione dice: «Questo è il posto dove il partito deve stare in questo momento: nella piazza, vicino al suo popolo che si è sentito tradito da un’esperienza di governo che ha lasciato da parte i valori per cui stiamo manifestando qua oggi. Forse otterremo più così che seduti in parlamento». Dietro il Prc, Sinistra Critica, che commenta per voce di Flavia D’Angeli: «Il successo di questa manifestazione dice che vi è una diffusa richiesta di costruire una sinistra antifascista e anticapitalista, in netta opposizione alle politiche del Pdl e del Pd».
Subito dopo la partenza, avvenuta davanti al piazzale della stazione un gruppetto di ragazzi ha infranto una vetrina di un centro di collocamento temporaneo ed ha fatto qualche scritta sui muri. Ma sono stati subito isolati dagli organizzatori e le forze dell’ordine non sono intervenute evitando così lo scontro. Ad alimentare le polemiche ci ha pensato però il sindaco Flavio Tosi: «Non saranno i cittadini veronesi a pagare il conto del ripristino delle facciate degli edifici imbrattate. Manderemo il conto agli organizzatori e a chi ha autorizzato il percorso». E chiede che per la prossima volta «venga stipulata una assicurazione di responsabilità civile per eventuali danni alla città e ai suoi abitanti».
Tosi non è l’unico a non aver amato la manifestazione per Nicola. Un funzionario delle ferrovie alla stazione di Brescia – «dato che ho ricevuto ordini da Roma» – ha bloccato molti treni carichi di manifestanti provenienti da mezzo nord Italia. Il tutto perché erano utilizzati gli usuali biglietti cumulativi. Per sbloccare la situazione che ha paralizzato il traffico ferroviario per mezz’ora, alcuni manifestanti hanno occupato i binari della stazione per alcuni minuti.
Il corteo è andato avanti tranquillo e ha incrociato il presidio dei Disobbedienti e dei migranti, dove erano presenti un centinaio di persone. E la città? La Verona che vota il sindaco leghista Tosi si è dimostrata fredda, indaffarata nello shopping del sabato pomeriggio. I commenti anche in questo caso sono sempre gli stessi: gente che non ha voglia di lavorare, sono solo rompicoglioni, sono spacca vetrine eccetera…
Ma i veronesi che hanno partecipato al corteo raccontano di una città ossessionata dalla sicurezza, dalla paura e quindi dalla violenza: «Tutti sanno che esistono ronde che girano per salvaguardare la cosiddetta sicurezza. E tutti sapevamo che prima o poi qualche grosso guaio sarebbe accaduto. Noi veronesi qui presenti rifiutiamo l’idea che quanto accaduto possa essere riconducibile al caso o alla sfortuna». Moltissimi manifestanti portavano al collo un cartello che citava la famosa frase del sindaco Tosi: «Quel che è accaduto non fa testo…». Con sotto il commento: «Vergogna!». Avulsi dal contesto anche i grillini, seduti immobili con un gazebo a due passi dalla manifestazione. «Cosa pensate del corteo?» domandiamo, «Ma non sappiamo di cosa si tratta…».
La marcia si è conclusa a due passi dalla centrale piazza delle Erbe sotto gli occhi vigili della statua di Dante Alighieri. Molti gli interventi che con toni piuttosto accesi hanno sottolineato l’urgenza «di una sveglia per tutto il paese e in particolare per il Nord che vive con il cervello annebbiato dal delirio berlusconiano leghista».