Archivio per Luglio 2008

31
Lug
08

Lega Nord a congresso con i neofascisti di tutta Europa

La Lega Nord aderisce al “Congresso contro l’islamizzazione” indetto a Colonia, dal 19 al 21 settembre prossimo, dal movimento “Pro Köln”. Ne dà notizia il sito informativo francese Rue 89.

Al congresso sarà presente un po’ tutta la galassia dell’estrema destra europea. Tra gli altri interverranno il fiammingo Vlaams Belang, nato sulle ceneri del Vlaams Blok, partito sciolto dall’Alta Corte belga per incitamento alla discriminazione e all’odio razziale, e l’Npd, organizzazione orgogliosamente neonazista che in certe regioni del nord della Germania supera il 30 per cento dei consensi. L’Npd, per intenderci, è quel partito i cui deputati, un paio di anni fa, uscirono dall’aula mentre l’Assemblea osservava un minuto di silenzio in memoria delle vittime di Auschwitz, e che, in occasione del 60° anniversario della fine delle seconda guerra mondiale, pretendeva di poter andare a sventolare bandiere uncinate nei pressi della Porta di Brandeburgo, a pochi metri dal Memoriale della Shoah.

Annunciata, anche, la presenza del “Lavoro, Famiglia e Patria” di Henry Nitzsche (già membro della CDU ma indotto ad abbandonare il partito a seguito di sempre più esplicite manifestazioni di simpatia per l’estrema destra neonazista), e della rivista, anch’essa tedesca, Nation-Europa, fondata da ex appartenenti alle SS e le cui pagine possono vantare la firma di Alain de Benoist, ideologo della Nuova Destra francese nonché uno dei “Buoni Maestri” dei nostri Giovani Padani, come si può leggere sul loro sito.

Ovviamente aderiscono pure l’Fpö austriaco ed il francese Front National di Le Pen, adesione, quest’ultima, che desta qualche preoccupazione oltralpe. Ma che dire, allora, della Lega Nord, che non solo propone gli stessi odiosi argomenti di Le Pen, che non solo, a differenza di Le Pen, trova sponda elettorale presso gli altri partiti di destra e del centro destra, ma che pure, sempre a differenza di Le Pen, insieme a quegli altri partiti se ne sta tranquilla e minacciosa al governo?

Comunque vadano pure, gli impenitenti leghisti, a levare la spada dell’Alberto da Giussano in mezzo a rune e croci celtiche. Che Roberto Maroni poi la smetta di affermare, però, con un’irritante faccia tosta, che i suoi provvedimenti in materia di immigrazione sono vittime di pretestuosi “fraintendimenti”.

Daniele Sensi

31
Lug
08

I fascisti alla festa de L’Unità

«Odio la guerra, detesto gli eserciti, amo combattere». E’ lo slogan di punta degli Ultras romani: uno dei principali gruppi ultrà della curva sud della Roma. Nonostante il motto possa fungere da attrattiva in un contesto come quello della festa de L’unità di Roma, il loro stand è quasi sempre vuoto. Come mai? Il fatto che siano ultrà non c’entra. Il nocciolo della questione è un altro, ed è riferito alla loro appartenenza politica, sulla quale ci sono ben pochi dubbi: neo fascisti.
William Betti, il capo, meglio conosciuto con il poco rassicurante soprannome di “Spadino” è sempre dentro il gazebo, il primo davanti all’entrata secondaria della festa, alla fine di via Terme di Caracalla. In vendita sciarpe, cappelli, felpe, magliette e altri gadgets di tutte le fogge, rigorosamente griffati Ultras Romani.

Indubbiamente poco attenti gli organizzatori della festa, certamente abile il boss del gruppo, ultrà di professione in stile Irriducibili (due negozi tra Roma e Ostia e vendita di materiale sul sito ufficiale del gruppo ), a celare qualsiasi appartenenza politica, lo sguardo incredulo degli avventori sintetizza la domanda: che ci fanno i fascisti alla festa dei democratici?
Apertamente di destra, ma poco avvezzi alla rappresentazione iconografica del loro “pensiero” politico, gli Ultras romani, per espressa volontà del loro capo, quasi mai espongono simboli politici allo stadio. Eccezion fatta per i match contro il Livorno (i cui ultrà sono di estrema sinistra), occasione in cui la curva sud intera, generalmente, diventa il palcoscenico ideale per i suoi componenti, a maggioranza di destra.

Un vistosa celtica a coprire il loro simbolo, un leone rampante, stampato tra i lemmi ultras e romani nella partita roma-livorno del 20 febbraio 2005, ne è la dimostrazione certa: gli Ultras romani, ripetiamo, sono neo fascisti. Anche se nelle altre partite, optano per più “sobri” ululati e saluti romani, senza esporre simboli politici. Anzi, sciarpe, bandieroni e tanta voce: perché nella sud di oggi, in cui convivono più o meno pacificamente gruppi apertamente rivali, l’obbiettivo è tifare Roma e portare a casa lo stipendio. Ogni partita equivale a 90 minuti di pubblicità gratuita, da far fruttare al meglio: la merce in vendita è la passione. Lo scopo è acquisire nuovi adepti (il tesseramento si paga), imporre il proprio stile all’interno della curva, essere apprezzati dalla stragrande maggioranza delle persone che orbitano intorno al gruppo senza volerne fare parte, e vendere.

A luglio però il campionato è fermo, le trasferte – che garantiscono la maggior parte degli introiti – non si possono organizzare e Spadino, dal suo negozio in via dei Gelsi, a Centocelle, si è trasferito alla festa de L’Unità. Dall’interno del gazebo, posizionato davanti all’ingresso dell’area concerti gli è toccato ascoltare la musica di gruppi antifascisti come i Modena City Ramblers pur di guadagnare qualche soldo. Ma il concetto resta valido anche se formulato all’inverso. Perché se più di qualcuno ha strabuzzato gli occhi di fronte alla “new entry” ultrà, chissà quanti militanti o simpatizzanti del Pd non sapranno che sabato 19 ottobre del 2002, se pur si giocasse alle ore 18 il match di campionato Empoli-Roma, gli Ultras romani, al primo anno dalla fondazione e ben più attivi dal punto di vista delle violenze, preferirono partecipare alla manifestazione che gli Irriducibili della Lazio organizzarono per solidarizzare con due dei loro componenti, arrestati con l’accusa di tentato omicidio per aver pestato a sangue, il 14 ottobre 2002, Abdel Remane Kay, un marocchino che si aggirava nei pressi di via di Bossi, nel quartiere di Ostiense, dove ha sede il gruppo. L’episodio fece scalpore. E mentre Veltroni, allora sindaco di Roma, nel come suo massimo slancio antifascista accorse al capezzale del povero marocchino finito in coma, Spadino era lì, in via Bossi, a chiedere la libertà degli aggressori.
Ma il tempo passa: Veltroni non è più sindaco di Roma, non esistono più nemmeno i Ds, e alla festa del Pd c’è spazio per tutti. Anche per gli Ultras romani.

29
Lug
08

2008/08/29 Roma: In ricordo di Renato,a 2 anni dalla morte

Sono passati ormai 2 anni da quando , il 27 agosto del 2006, Renato, uscendo da una dance hall reggae sulla spiaggia di Focene, insieme alla sua fidanzata e al suo amico Paolo, fu aggredito da due giovani scesi dalla loro auto coltelli alla mano. Gli urlarono di tornare a casa, che quello non era il loro territorio. Colpirono Renato che, a 26 anni, morì poche ore dopo in ospedale. Nella disperazione di quei giorni i familiari, gli amici e i compagni si trovano a spiegare una scomoda verità: chi esce di casa armato di coltello per colpire chiunque possa essere considerato diverso, altro, di colore, gay, di sinistra, è un fascista. Che solo a Roma, nell’anno precedente c’erano state più di 130 aggressioni di matrice fascista. Oggi, che sono passati quasi 2 anni, si apre il processo per l’imputato minorenne. Il PM sostiene che Renato sia stato ucciso al termine di “banale diverbio degenerato per futili motivi”, e così lo uccidono una seconda volta.
Lettera al Pm e al Giudice del Tribunale Minorile di Roma
“Come madre di Renato Biagetti sento la necessita’ di esprimermi riguardo all’omicidio ed alle accuse con cui il PM cita in giudizio Amoroso Gioacchino. Io non sento l’esigenza di una giustizia punitiva per il crimine che ha tolto la vita a mio figlio, solo su una cosa non transigo: sulla VERITA’ che mi è dovuta e che è dovuta a Renato, che non ha compiuto nessun reato. Di una giustizia menzognera non so che farmene, non mi appartiene se la motivazione sara’ ancora ‘morte per rissa avvenuta per futili motivi tra balordi’. Se questa deve essere la modalità per avere giustizia, preferisco che vengano dichiarati entrambi innocenti e mandati liberi! Solo attraverso una OGGETTIVA VERITÀ DEI FATTI si puo’ ottenere una giustizia. Perche’ io conosco Renato e il suo modo di vivere come nessun altro. Non accettero’ mai una lettura di questo evento tragico come un semplice e banale diverbio degenerato per futili motivi ! Per tante ragioni: perche’ Renato non era un rissoso e nella sua vita non ha mai fatto a botte, non ha mai cercato lo scontro fisico con nessuno, ha sempre anteposto al suo il bene del prossimo. Era un ragazzo che ha dedicato la sua giovane vita allo studio, ottenendo sempre ottimi risultati e non riportando mai note disciplinari…potrei allegare tante dichiarazioni dei suoi insegnanti e in special modo da chi lo ha visto come allievo nell’ultimo periodo della sua generosa vita. E cosi’ e’ stato anche quella notte. Perchè Renato Laura e Paolo sono stati aggrediti – mentre stavano tornando a casa dopo una tranquilla serata reggae sul litorale di Focene – da due individui, scesi dalla loro auto già armati di coltelli. Perche’ quei due armati di coltelli gli sono saltati addosso con violenza inaudita urlando loro di tornarsene a casa perche’ non erano del luogo. Signor Giudice, Signor PM chi scende dalla propria auto con coltelli alla mano per aggredire chiunque possa considerare estraneo e diverso, non sta cercando una lite. E’ un aggressore, e’ un potenziale assassino (come i fatti hanno dimostrato). Le mani di mio figlio erano bianche, non ha mai impugnato nulla che potesse offendere l’altro, anche nel momento dell’estremo saluto accanto ad un medico del Policlinico Gemelli, notavamo come fossero perfette, senza segni, ne’ escoriazioni. Non e’ possibile ridurre la violenza di questo atto alla degenerazione tragica di un banale diverbio, perche’ sarebbe come uccidere mio figlio un’altra volta. Renato ha ricevuto 8 coltellate violentissime e non soltanto Laura e Paolo – che erano direttamente coinvolti – ma anche altri testimoni hanno visto che tutti e due avevano in mano un coltello e che entrambi hanno colpito Renato. Nel giudicare l’imputato di questo processo si deve tener conto delle testimonianze di chi era presente quella notte, di chi era al suo fianco, di chi insieme a Renato è stato aggredito e ha avuto lesioni, per ricostruire l’accaduto in modo corretto senza omettere le responsabilita’ di entrambi gli assassini. Vi chiedo, nel processo, di raccontare l’aggressione con oggettiva verità e trarre le conseguenti conclusioni. Lei, giudice, ha in mano uno strumento di comunicazione e di educazione verso i giovani. Gli atti devono raccontare la verità, una verità semplice: che due ragazzi per odio verso l’estraneo, verso il diverso da sé e dal proprio contesto, hanno aggredito e ucciso Renato e ferito Paolo e Laura. La sentenza sulla morte di mio figlio può avere una valenza per altri giovani se viene raccontata negli atti la verità sull’aggressione violenta e devastante che ha subito mio figlio, oso dire scannato come un agnello sacrificale. Per dare un senso alla morte di Renato si deve chiarire quanto siano orribili la sopraffazione e l’uso delle armi, quanto sia terribile non riconocere nell’altro un proprio simile, ma solo un nemico da battere. In tal modo la sua sentenza deve servire a convincere un ragazzo a fermarsi, a riconoscere la supremazia della vita, deve fermarlo prima che una vita ancora sia strappata. Se lei scriverà una sentenza che possa fermare un’altra aggressione, avrà restituito a mio figlio la vera essenza della vita che è l’amore universale o anche semplicemente e non secondariamente la giustizia. Certa di essere compresa la ringrazio e le porgo i piu’ distinti saluti.”
Stefania Zuccari
Il prossimo 27 agosto saranno 2 anni che una mano fascista ci ha portato via il sorriso e gli occhi di Renato. Tante iniziative in questi 2 anni, frutto della passione di tanti compagni e compagne hanno permesso di realizzare i suoi sogni. Uno di questi è la sala prove e registrazione Renoize attraversata in questi pochi mesi di vita già da tantissimi giovani gruppi musicali e fucina di riflessioni sulle autoproduzioni.

Grazie a questo progetto il prossimo 29 agosto ricorderemo Renato attraverso la musica, la sua grande passione, in un concerto in cui si esibiranno
.Apostoli della strada,
.Bestie Rare,
.Rancore,
.Filippo Gatti,
.Bobo Rondelli,
.24 Grana

e in cui attraverso i suoni, le immagini e le parole racconteremo ancora una volta la verità su cosa accadde quella maledetta notte sul litorale di Focene, quando l’odio per il diverso di due giovani di 17 e 19 anni strappò con 8 coltellate la vita di Renato.

Con Renato nel cuore, ma anche per Carlo, Dax, Federico e Nicola che sono Ognuno di Noi Venerdì 29 agosto 08 dalle 18 alle 24 Parco della Basilica di San Paolo Via Ostiense, Roma.

Con rabbia e con amore i compagni e le compagne di Renato

29
Lug
08

Cariche contro gli immigrati al Duomo di Napoli

Venerdi 25 luglio in seguito ad uno sgombero di una palazzina, 80 migranti e richiedenti asilo residenti a Pianura, sono stati abbandonati in mezzo alla strada, fuori dalle case in cui vivevano.
Mentre per gli italiani residenti è scattato un piano di pronto intervento e il trasferimento in un centro d’accoglienza, per i migranti (quasi tutti africani) tutto questo non è stato possibile a causa della protesta di una trentina di residenti fomentati da AN, FI e FN, forti oltretutto dell’approvazione del recente pacchetto sicurezza che avalla ogni comportamento razzista e xenofobo.
Alle resistenze di questo sparuto gruppo di razzisti si aggiunge la sordità e l’ipocrisia dell’amministrazione comunale incapace di trovare una soluzione dignitosa per uomini donne e bambini lasciate a dormire all’addiaccio senza acqua né servizi igienici.
Questa mattina i migranti hanno occupato il Duomo di Napoli per dare visibilità alle loro richieste e superare questa assurda situazione. La risposta non si è fatta attendere: il vicario del vescovo richiede lo sgombero e le forze dell’ordine caricano violentemente i dimostranti alla ricerca di clandestini senza permesso di soggiorno.

24
Lug
08

Va avanti il processo per l’omicidio Aldrovandi

Quasi tre anni fa moriva Federico Aldrovandi, 18enne ferrarese. Veniva ucciso a manganellate, calci e pugni da quattro poliziotti in servizio.

La sua unica colpa era di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Si trovava in Via Ippodromo, a Ferrara, proprio quando quattro esaltati, protetti dalle loro divise, decidono di dare sfogo alla loro brutalità.

La tortura e la morte. Federico viene colpito diverse volte, con violenza. Colpi così forti da rompere un manganello sulla sua schiena, e poi giù, a terra, supino e ammanettato. Due poliziotti si alternano nel posizionarsi di peso sulla schiena, umiliandolo ed uccidendolo. L’autopsia rivelerà un decesso per anossia posturale: soffocamento dovuto alla posizione (faccia a terra) aggravata dal peso dei due poliziotti. Una scena di inumana e sadica violenza, terminata solo con l’arrivo dell’ambulanza: solo allora i due torturatori in divisa scendono dal corpo, ormai esanime, di Federico.

Il depistaggio. Di fronte a quel crudele “effetto collaterale” del pestaggio, gli agenti di polizia provano subito a giustificare il loro brutale e tremendo intervento. Raccontano di essere intervenuti perchè Federico, in stato confusionale, stava prendendo a testate i pali. Di più, vanno ad intimidire i testimoni per evitare che parlino. Si sbizzarriscono in voli pindarici tesi a giustificare un’improbabile morte dovuta all’assunzione di stupefacenti (trovati in livelli minimi nel corpo di Federico) nel tentativo di far passare in secondo piano la vera causa della morte: il loro stesso l’intervento omicida. Quella notte gli sbirri non solo pestarono selvaggiamente ed a morte Federico, ma si rifiutarono persino di utilizzare il defibrillatore, presente su una volante e che avrebbero saputo maneggiare senza problemi.

La manipolazione delle prove. A seguito dell’apertura del blog dei genitori di Federico, coraggioso strumento per denunciare l’omicidio del figlio, i giornali cominciano ad occuparsi della vicenda. All’inizio, fedeli alle veline diramate dalla questura, presentano il caso come un decesso per droga. L’allora questore di Ferrara, Elio Graziani, tenta un’ultima disperata difesa dei suoi uomini. I nastri contenenti le registrazioni delle comunicazioni tra centrale operativa e le volanti intervenute a massacrare Federico improvvisamente scompaiono. I tamponi imbevuti del sangue di Federico rimangono nascosti per mesi. I poliziotti, ormai messi alle strette da un castello, quello del maldestro depistaggio, che non sta in piedi, tentano nuovamente di intimidire i testimoni.

Il rinvio a giudizio degli sbirri. Sottoposti ad una crescente pressione mediatica gli inquirenti sono costretti a concludere l’inchiesta sulla morte di Federico con un rinvio a giudizio per quattro agenti di polizia: Monica Segatto, Paolo Forlani, Enzo Pontani e Luca Pollastri. Al processo, tutt’ora in corso, si difendono ancora una volta sostenendo la vecchia tesi secondo cui Federico, esagitato per l’uso di droghe avrebbe cominciato a sbattere dappertutto. I poliziotti, chiamati da un residente della zona e mentre tentano di fermarlo sarebbero stati ripetutamente e violentemente colpiti dall’Aldrovandi prima di riuscire a bloccarlo. Federico sarebbe poi collassato: tutto rigorosamente inventato. L’impianto difensivo crolla sotto le coraggiose dichiarazioni rilasciate da numerosi testimoni, pronti a precisare che la polizia è intervenuta dieci-quindici minuti prima dell’ora mdella presunta chiamata. In secondo luogo le tracce di droga che aveva in corpo Federico si rivelano essere a livello di metaboliti, ovvero prive di qualsiasi effetto. Nello specifico i metaboliti erano di morfina e ketamina, tutt’altro che eccitanti.

L’impunità. Questi assassini, protetti dall’omertà e dall’agire mafioso imperanti all’interno delle forze dell’ordine, forti del fatto di essere figure di primo piano tra gli agenti della questura a causa dell’anzianità di servizio, protetti dai loro superiori, ora continuano ad esercitare il loro lavoro, tre in ufficio a Ferrara, una a Padova. Il questore di Ferrara, che si era speso in prima persona per minimizzare i fatti deviare le indagini, è stato trasferito del Ministro dell’Interno una volta preso atto dei suoi comportamenti. Ma è stato un provvedimento di facciata: l’ex questore ferrarese ora fa il questore a Modena. Semplicemente è stato tolto dalla gogna mediatica in cui rischiava di finire.

Il processo, partito nell’ottobre 2007 va avanti.

22
Lug
08

Genova 2001: In Italia la legge non è uguale per tutti

Un altro 20 luglio, l’ennesimo anniversario della rabbia per quelle giornate di sangue del 2001. quest’anno però la situazione è diversa: al vedere quasi la fine dei percorsi legali si sommano gli sterili contentini e le amare delusioni che la giustizia italiana consegna a chi tenta di esprimere il proprio dissenso.
Se a novembre dell’anno scorso si apprendeva con rabbia che dopo i pestaggi subiti, l’assassinio e il “terrore cileno”, non rimaneva che “pagare caro, pagare tutto,” dai danni patrimoniali a quelli d’immagine, il 14 luglio 2008 prendiamo atto della sadica solidarietà tra giurisprudenza e forze dell’ordine, tra giudici e criminali in divisa. In Italia allora, stando alle sentenze, esistono ufficialmente i vandali, che devastano e saccheggiano, ma non c’è traccia di torturatori o di sicari di Stato; troviamo solo varie sbiadite figure che abusano (abuso d’ufficio – tra l’altro reputato inesistente a Bolzaneto -, abuso di potere, ecc.) o che mentono. Il nostro è uno Stato che ha paura di sfigurare per i fatti compiuti da cittadini (molti dei quali stranieri), piuttosto che dai comportamenti incivili di un proprio organo come le forze dell’ordine.
Nonostante l’impianto accusatorio dei PM che denunciavano le violenze e le torture accadute all’interno della Caserma di Bolzaneto durante le giornate del G8 del 2001, la verità emersa dalle testimonianze delle vittime di Bolzaneto è stata solo parzialmente riconosciuta: le pene per 15 su 45 inquisiti sono state lievi. Lievi erano state le richieste, ancora più lievi sono state le condanne.
Ora, nemmeno troppo metaforicamente, ci ritroviamo come asini tra il bastone e la carota: il bastone della caserma di Bolzaneto infatti lo abbiamo appena ricevuto. E se il 21 luglio 2001 “avete fatto i bravi”, e invece che in caserma eravate a scuola, potrete aggrapparvi alla carota giudiziaria e sperare (nemmeno tanto) sulla sentenza definitiva riguardante la mattanza della Diaz. Giovedì 17 luglio i pm Zucca e Cardona Albini hanno reso note le richieste delle condanne per i superpoliziotti: 109 anni e 9 mesi in totale, con reati che vanno dall’abuso d’ufficio alle calunnie e percosse.
A settembre sapremo se ci sarà concesso mangiare la carota, o se ci procurerà anch’essa dei lividi.

22
Lug
08

Milano: scontro tra naziskin e punkabbestia

Milano/ Maxirissa in piazza Vetra: il gruppo Hammerskin fa paura
Lunedí 21.07.2008

Figurano nuove e vecchie leve dell’estrema destra milanese tra i giovani arrestati sabato sera per la maxi rissa tra un gruppo di naziskin e alcuni punkabbestia nei pressi di piazza Vetra. Sull’episodio sono ancora in corso le indagini della polizia per chiarire la vicenda. Nove le persone finite in manette e tra loro figura Davide C., 23 anni, noto alla Digos e a chi si occupa in città di monitorare il fenomeno dei gruppi di estrema destra.

Il 23enne, infatti, è stato condannato a inizio 2007 a un anno e due mesi con sospensione condizionale della pena per la rissa avvenuta nel maggio 2005 nei pressi del liceo Leonardo tra studenti di estrema sinistra e di estrema destra, tra cui appunto Davide C., e per un secondo episodio, le minacce verso un minorenne in un locale nei pressi della Stazione Centrale quando il gruppo di giovani di estrema destra, tra cui il 23enne arrestato oggi, lo riconobbe tra coloro che avevano preso parte alla rissa tra studenti di alcuni giorni prima. Tra le persone arrestate figura un altro nome già noto alle cronache, in passato, degli scontri tra gruppi di estrema sinistra e destra in città. Si tratta di Norberto S., 35enne, coinvolto oltre dieci anni fa, nel 1992, in una aggressione fuori dal centro sociale Leoncavallo e legato al gruppo cosiddetto degli “Hammerskin”.

19
Lug
08

Reggio Emilia Arriva la band nazi-rock e l’Anpi insorge

POLIZIA IN ALLERTA PER IL CONCERTO
Arriva la band nazi-rock e l’Anpi insorge
(l.s.)
I ragazzi di Aq16 smascherano la kermesse e i partigiani protestano

Si preannuncia davvero calda la notte di domani. Meteorologia a parte, sarà un gruppo rock nazi-skin ad arroventarla con un concerto che attirerà a Villa Cella centinaia di giovani dell’estrema destra e che sta già provocando, come risposta, la contromobilitazione antifascista dei centri sociali e dell’associazione dei partigiani Anpi. La kermesse è organizzata dagli Skinheads Nazionalisti Bolognesi per festeggiare il decennale del loro complesso musicale, i Legittima Offesa, sorto nel maggio 1998 allo scopo di dare espressione artistica alle loro idee politiche. L’iniziativa, forse, sarebbe passata quasi inosservata se il centro sociale Laboratorio Aq 16 non avesse lanciato l’allarme. E l’Anpi condanna e invita a vigilare.
I promotori, infatti, ne avevano dato notizia solo su internet, invitando nella nostra città i camerati di tutta Italia, senza precisare il nome del locale che li avrebbe ospitati. Ha provveduto Aq 16 a indagare e, quindi, a far sapere che il gruppo si sarebbe esibito all’Extrème Club di Cella, al numero 9 di via Garonna. Il centro sociale spiega: «Per non rivelare il luogo nel quale si sarebbe tenuta la festa, i gruppi neofascisti legati a Forza Nuova hanno lanciato su Internet l’appuntamento al casello autostradale di Reggio dalle 20 alle 21,30 circa di sabato, prevedendo l’arrivo di pullman da fuori città. I Legittima Offesa – ipotizza Aq 16 – organizzano la loro festa a Reggio perché a Bologna, in questi giorni, si tengono i Mondiali Antirazzisti. Di quel gruppo, inoltre, fa parte un giovane batterista che risiede a Reggio, a Pieve Modolena».
Ieri sera i responsabili del centro sociale si sono incontrati con il presidente provinciale dell’Anpi, Giacomo Notari, per concordare le modalità della protesta. «La posizione dell’Anpi è di ferma condanna. I partigiani reggiani invitano le istituzioni a vigilare affinché non venga recato oltraggio alla Città del Tricolore e dei Fratelli Cervi» è il commento dell’Anpi provinciale. E’ esclusa, in ogni caso, una contromanifestazione a Cella, che rischierebbe di provocare lo scontro fisico. Tuttavia le forze dell’ordine sono in allerta ed è prevedibile che presidieranno i dintorni della discoteca per scongiurare possibili intemperanze.
Il testo più noto dei Legittima Offesa è molto esplicito: «La violenza è il risultato di un sistema che ha fallito. La violenza è legittima offesa contro la vostra ipocrisia… Moschettoni pettini e mattoni, pugni e calci contro di voi… Il vostro sangue ci disseta… La rivolta è la speranza. Non c’è pace senza guerra, non c’è amore senza odio… Per essere liberi bisogna lottare».
(11 luglio 2008)

17
Lug
08

Fate pure

Torturare, minacciare, pestare e calpestare i diritti delle persone, specie se voi appartenete alle forze dell’ordine e loro sono manifestanti, in questo paese è un reato da niente. Al contrario spaccare una vetrina è una delle cose più gravi che possa capitarvi di fare. Le persone sono niente, la “roba” è tutto. Ecco la morale che esce fuori dai processi di Genova.

Nonostante l’impianto accusatorio dei PM che denunciavano le violenze e le torture accadute all’interno della Caserma di Bolzaneto durante le giornate del G8 del 2001, le pene per 15 su 45 inquisiti sono state lievi. Lievi erano state le richieste, ancora pi� lievi sono state le condanne.

Non potevamo aspettarci di più, non potevamo aspettarci di meglio, dai tribunali di un paese in cui non è previsto il reato di tortura; che c’è stata, si, ma non accompagnata dall’abuso di ufficio su cui si era retto, da un punto di vista giuridico, l’impianto processuale. Quindi, a Bolzaneto, non è successo nulla o quasi.

Nessuna violenza gratuita e nessuna violazione della Convenzione internazionale per i diritti dell’uomo. Contentino necessario ma non sufficiente per le 209 parti civili saranno i risarcimenti.

Contentino altrettanto pietoso per avvalorare la triste tesi delle mele marce le poche e lievi pene inflitte ai 15 ritenuti colpevoli, tra cui spiccano il già condannato Perugini e Gugliotta, responsabile per la penitenziaria della caserma. I reati rimasti in piedi e comminati sono un generico abuso d’autorità e fatti specifici e individuali, il che spiega la ragione delle “moderate condanne”.

Così cala il sipario, per ora, su questo processo che andrà in prescrizione nel 2009. La verità emersa dalle testimonianze delle vittime di Bolzaneto è stata solo parzialmente riconosciuta: difficile negare del tutto un’evidenza così luminosa a pochi mesi dalla sentenza per l’altro grande processo alle forze dell’ordine, quello per il raid alla diaz. Ma certo quello che racconta questa sentenza è che la tortura è un abuso d’autorità e allora perchè la Diaz non potrebbe essere letta come una tranquilla e dovuta perquisizione? C’è da essere pessimisti ma questo si era già capito.

Supportolegale

15
Lug
08

E’ risorta Indymedia-Italia

IL PREZIOSO NODO D’INFORMAZIONE MILITANTE, INDYMEDIA ITALIA, DOPO DUE ANNI DI SILENZIO è TORNATO A FUNZIONARE. L’INDIRIZZO è: HTTP://ITALY.INDYMEDIA.ORG

UN SALUTO DI BENTORNATI AI COMPAGNI DI INDYMEDIA

Anpi Giovani Ms




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