Archivio per la categoria 'internazionale'

14
Mag

La paura mangia l’anima

venerdì 16 Maggio alle ore 21, nella Sala di rappresentanza del Comune di Carrara

incontro con il poeta israeliano Aharon Shabtai ed il politico palestinese, già deputato al parlamento italiano, Alì Rashid

In occasione del 60° anniversario della nascita dello Stato d’Israele abbiamo voluto ricordare, con un ciclo di films, “ La storia dei vinti”, la situazione in Palestina , ricordare, anche e non solo, che questa data è vissuta da milioni di palestinesi come al nakba, la catastrofe, che portò esilio e perdita di tutto: l’altra faccia di una “storia bifronte”, ha scritto Isabella Camera D’Afflitto.

Purtroppo, dopo un periodo, all’inizio degli anni 90, all’epoca della conferenza di Madrid, in cui sembrava che finalmente la diplomazia internazionale mettesse in agenda la pace in quel territorio, la situazione è peggiorata e come tutte le ferite non curate, non solo la ferita si è approfondita, ma ha rischiato e rischia di infettare tutta la zona e lo stesso popolo israeliano rischia di perdere molto, in democrazia e speranza.

Di contro, in Europa e in Italia, la percezione dell’occupazione militare da parte di uno Stato di un territorio che non gli appartiene, dell’umiliazione quotidiana di un intero popolo prigioniero in casa propria, dello scontro e delle sofferenze di chi cerca di guadagnare la libertà, si è affievolita ed è stata sostituita dall’enfasi dello scontro contro il terrorismo, dalla guerra di religione, dalla guerra di civiltà.

L’undici settembre ha funzionato, per usare l’immagine di Naomi Klein, come un elettroshock: ha fatto tabula rasa delle convinzioni, delle sicurezze delle persone, insinuando la paura nelle loro menti. Inizia la guerra preventiva, siamo tutti chiamati, disposti o no, alla difesa dell’Occidente e del suo sistema di vita, lasciando sul terreno come prime vittime libertà, diritti, solidarietà e dialogo.

Noi insistiamo: venerdì 16 Maggio alle ore 21, nella Sala di rappresentanza del Comune di Carrara ci sarà l’incontro con il poeta israeliano Aharon Shabtai ed il politico palestinese, già deputato al parlamento italiano, Alì Rashid .

Chiediamo, per curiosità, a chi, con interpellanze in Consiglio Comunale, esige che l’Assessore alla Cultura non dia più il patrocinio a tali iniziative, visto che si indigna per il boicottaggio della Fiera del libro di Torino, se cinema e poesia rientrino o no nella definizione di cultura: forse, essendo così contrari al relativismo culturale, in linea con gli On. Fini e Calderoli, l’unica cultura che bisogna riconoscere è la loro.

Comitato di sostegno al popolo palestinese

Le schede

Alì Rashid è un diplomatico palestinese naturalizzato italiano. È laureato in Scienze politiche. È stato segretario nazionale dell’ Unione degli Studenti palestinesi (GUPS), ha fatto parte dell’Unione generale degli scrittori e giornalisti palestinesi e, dal 1987, è Primo Segretario della Delegazione Palestinese in Italia.È da tempo impegnato in una lotta a cavallo tra l’Europa e il Medio Oriente per la cessazione del conflitto armato nella questione palestinese e per la conclusione della controversia nel rispetto dei diritti dell’uomo e delle risoluzioni dell’ONU.Alle elezioni del 2006 si è candidato alla Camera nella circoscrizione XIII (Umbria) con Rifondazione Comunista ed è stato eletto deputato.

Aharon Shabtai è nato nel 1939 ed è considerato uno dei poeti contemporanei più importanti in Israele. Per le sue traduzioni dei Tragici, dal greco classico all’ebraico moderno, gli fu attribuito nel 1993 il Premio del primo ministro israeliano. Era il periodo del processo di pace di Oslo e Aharon Shabtai credeva che il governo fosse intenzionato a fare la pace con i palestinesi. Accettò l’ambìto riconoscimento. Nel 2003 è uscita la traduzione inglese del volume intitolato J’Accuse, vincitore del premio del PEN American Center. Richiamandosi alla famosa lettera in cui Emile Zola denunciava l’antisemitismo del governo francese durante l’affare Dreyfus, in J’Accuse Shabtai accusa il suo Paese di crimini contro l’umanità, rifiutando di abbandonare la sua fede nei valori morali della società Israeliana e di tacere di fronte agli atti di barbarie. Qualche settimana fa il poeta, uno dei più famosi nello Stato ebraico, ha declinato l’invito rivoltogli a partecipare al Salone del libro di Parigi.

11
Mag

FIERA LIBRO: CORTEO TORINO, IN MIGLIAIA SENZA TENSIONI

da www.ansa.it  (di Claudio D’Amico e Alessandro Galavotti)

TORINO - Tanta paura per nulla. Le grandi tensioni della vigilia sul corteo di protesta, promosso dall’associazione Free Palestine contro la presenza di Israele come ospite d’onore alla Fiera del Libro, si sono dissolte in un nulla di fatto. Ha vinto l’intelligenza: sia dei manifestanti, che così facendo sono riusciti a fare parlare di più della Palestina che dei libri, sia delle forze dell’ordine che hanno avuto sempre il polso della situazione in mano. In una cosa sono rimasti divisi: al corteo hanno partecipato 8-10 mila persone per i promotori, duemila per le forze dell’ordine. E’ stata premiata la linea tracciata dal questore di Torino, Stefano Berrettoni, dal suo vicario Spartaco Mortola e dal responsabile della Digos, Giuseppe Petronzi, con cui hanno collaborato con grande impegno anche carabinieri, coordinati dal colonnello Crescenzio Nardone, guardia di finanza e polizia municipale. Alla fine non è mancato il tocco di colore, quello rosso dei fumogeni lanciati dai dimostranti verso le forze dell’ordine in assetto antisommossa e poi rilanciati indietro come in una partita di ping-pong, quando si sono trovati di fronte in piazza Fabio Filzi, al termine del corteo, ma nulla di più. Nessuno voleva alzare le mani, al punto che gli stessi dimostranti hanno bloccato chi aveva iniziato a lanciare i fumogeni e dall’altra parte è stata impedita ogni risposta. Il corteo si è mosso poco dopo le 15.30 da corso Marconi. In apertura c’era una bandiera della Palestina di quattro metri per quindici e uno striscione su cui erano presenti la scritta “Boicotta Israele, sostieni la Palestina” e le immagini di guerra della striscia di Gaza. Di fianco, un giovane teneva un cartellone straziante con le fotografie di alcuni bambini palestinesi colpiti dall’orrore dei bombardamenti: Musaab di un anno, Salah di 3 anni e Rudeina di 6 anni. Molti manifestanti indossavano la kefiah e numerosa era anche la presenza delle bandiere rosse della sinistra critica e del partito comunista dei lavoratori. Quasi tutti i negozianti hanno, per precauzione, abbassato le serrande. Due negozianti in via Genova, nell’area più vicina al Lingotto, hanno affisso sulla saracinesca un biglietto di spiegazione. Sul bar Messico, “l’attività rimane chiusa per motivi di ordine pubblico”. Poco più avanti un altro negozio chiede scusa ai clienti: “siamo costretti a chiudere - si legge - per motivi di sicurezza”. “Si vuole celebrare uno Stato che occupa, invece di punirlo” ha detto Shokri Hroub dell’Unione democratica arabo-palestinese di Milano. Ma critiche per la presenza di Israele alla kermesse torinese sono state fatte anche dagli stessi ebrei. Quella della Fiera del Libro “non è un’operazione culturale, ma politica” ha detto Giorgio Forti, professore emerito di Scienza all’Università di Milano, che ha manifestato con una decina di ebrei dissidenti con lo striscione bianco con la scritta “Jews against occupation”. Che la manifestazione non avesse intenzioni violente lo si è capito anche quando il corteo non ha lanciato nessun tipo di slogan o altri suoni e rumori, mentre passava davanti all’ ospedale Molinette di Torino. “Ce lo hanno chiesto in segno di rispetto per i malati e noi - hanno spiegato gli organizzatori della manifestazione a favore della Palestina - non ci siamo tirati indietro, a dimostrazione che siamo qui soltanto per fare una manifestazione pacifica”. Ma tutto ciò non voleva dare adito a debolezze, a tal punto che in testa al corteo è anche apparsa una gigantografia con la foto di quanto è accaduto in piazza San Carlo il Primo Maggio, quando sono state bruciate bandiere israeliane e Usa tra i cartelli esposti dal corteo per la Palestina in corso a Torino. Nell’ immagine, accompagnata dalla scritta “Israele non è un ospite d’onore”, si vedevano una bandiera israeliana e due bandiere statunitensi. A fianco una persona con il volto coperto da una kefiah, che aveva in mano un fumogeno con il quale stava appiccando il fuoco ai vessilli. Anche la gente comune ha risposto bene alla manifestazione: é stata maggiore la curiosità rispetto alla paura. Molte le persone affacciate alle finestre e ai balconi, qualcuno ha scattato anche una fotografia. Altri torinesi sono scesi in strada a prendere i volantini che venivano distribuiti. Alla fine, in piazza Filzi, gli slogan hanno inneggiato all’Intifada, alla Palestina libera e hanno rimproverato a Bertinotti di essere “peggio dell’antrace”. Sono gli ultimi sussulti, insieme ai fumogeni, della grande paura sventata. E’ ora di tornare a casa. Alle 18.15 il megafono dei manifestanti ha invitato tutti ad andare alle navette per riprendere i pullman o i treni per Milano, Roma, Napoli, Palermo, Firenze, Bologna e Verona. Per Torino anche questa prova è stata superata, dopo quella di giovedì scorso con Napolitano.

08
Mag

Lettera aperta a tutte le Anpi d’Italia

Chi non si schiera si è già schierato

Sono finite da pochi giorni le celebrazioni per il 63° anniversario della Resistenza, ma noi vogliamo ricordarne una, quella di 33 anni fa, tenuta pressa l’Università degli Studi di Padova dove si affermava che “l’altro aspetto della Resistenza è, infatti, la sua universalità. Non si può celebrare una particolare Resistenza storica senza celebrare insieme ogni altra Resistenza, tutte le Resistenze passate e in atto, quelle che gloriosamente segnano un nuovo destino di libertà dei popoli che questo destino hanno pagato, seminando ogni angolo della terra di morti per giungere ad un’alba di giusta pace, e quelle che ancora duramente e tra mille sacrifici si aprono anche oggi, ogni giorno, ogni notte, sotto le raffiche della violenza liberticida, un cammino verso ancora lontani porti di pacificate famiglie e di focolari sognati nella luce di una inesausta speranza umana”.

Tra poco, esattamente l’ 8 Maggio si aprirà a Torino la Fiera del Libro che avrà come “ospite d’onore” Israele, una scelta che ci sembra in linea con l’affermazione fatta nel 1969 da l’allora primo ministro Golda Meir “Non è che in Palestina c’era un popolo palestinese che si considerava tale, e noi siamo arrivati e gli abbiamo sottratto la sua terra: esso semplicemente non esisteva”.

La Palestina invece esisteva, come esisteva ed esiste tutt’oggi il suo popolo anche senza terra, un popolo che nell’anno in cui Israele pretende di festeggiare la sua nascita, nel ‘48, ricorda quella data come l’inizio della Nakba, il disastro, la catastrofe, l’apocalisse, termine per indicare proprio quell’insieme di eventi che determinarono la loro dispersione e la creazione dello stato di Israele in terra di Palestina. Forse nessun altro termine può indicare con la dovuta precisione e intensità le sorti di questo popolo la cui tragedia continua ancora oggi. Per occultare la cacciata di un popolo intero, si è ricorsi a termini come “partenza”, “trasferimento”, “fuga”, così come si è tentato di riscrivere la storia e far dimenticare il continuo processo di svuotamento del territorio palestinese iniziato negli anni ‘47 e dovuto ad un’espulsione di massa attuata con il terrorismo e la violenza.

Deir Yassin, Saffuriyya, Zakariyya, Isdud, Ramleh, Ludd, Kawfakha, Innata, Faluja, Abu Shushe, Hittin, Ayn Hawd, Al-Walaia, Salama, Iqrit, Al Bassa, Chaifa, sono i nomi di alcuni villaggi che vennero evacuati con le “buone o con le cattive”. Delle buone non abbiamo traccia, mentre delle cattive esiste un lungo elenco che arriva fino ad oggi, e tra le quali vogliamo ricordare il massacro compiuto il 9 aprile 1948 nel villaggio di Deir Yassin dove 254 uomini, donne e bambini furono assassinati, tra questi 25 donne incinte, 52 madri con bambini di pochi mesi e circa 60 tra donne e ragazze. Un massacro ripetuto nel 1982 in Libano con la parola d’ordine “bisogna fare un altro Deir Yassin per espellere i palestinesi”.

Il 17 settembre del 1982, 400 carnefici scelti fra il fior fiore del falangismo, cioè la destra “cristiana” libanese, furono introdotti nei campi profughi di Sabra e Chatila in accordo con le truppe israeliane dirette da Sharon, allora Ministro della Difesa (nel 1948 appartenente alla formazione terroristica Haganà): 3000 persone, a maggioranza donne e bambini furono uccisi nei modi più barbari. L’eccidio fu un’operazione politica premeditata, ispirata dalla fedele volontà di seminare il panico fra i palestinesi, con torture prima dell’assedio, mutilazioni, dinamitaggio di case con gli abitanti chiusi dentro, fucilazioni di intere famiglie, meno un superstite lasciato vivo in ciascun nucleo famigliare perché potesse raccontare e spargere il terrore. Il massacro si inquadrava in una logica precisa “espellere i palestinesi verso le linee siriane e non permettere loro di tornare”.

Perché raccontare ancora queste cose? E cosa c’entra la Resistenza?

Perché i racconti dei sopravvissuti ai massacri del ‘48, a quelli di Sabra e Chatila, sono i racconti dei nostri nonni, dei nostri anziani, dei sopravvissuti agli eccidi nazi-fascisti, dei nostri partigiani, perché è la stessa la logica che sta dietro questi stragi e che ha portato alla eliminazione quasi totale di una comunità in una zona che doveva essere desertificata per motivi strategici e nella quale si muovevano le formazioni partigiane (come fu per il Libano). Azioni stragiste che avevano come finalità la repressione antipartigiana, la politica di far “terra bruciata”, il depauperamento del territorio, la preparazione di operazioni militari.

Paragonarli è naturale perché tra sionismo e fascismo esiste la stessa radice ideologica e le stesse pratiche genocide, il sionismo come il fascismo è totalmente contrario ad ogni aspirazione di progresso, di democrazia e di libertà. Ideali che animarono la nostra Resistenza, senza i quali la Resistenza non sarebbe vissuta, senza i quali gli uomini e le donne che vi aspirano non potrebbero progredire.

Denunciare la politica del massacro, espansionistica, colonialistica di Israele significa essere antisemiti? Noi crediamo che la continua equiparazione tra antisionismo e antisemitismo, fatta anche dal Presidente Napolitano sia strumentale.

Esiste una ricca documentazione, per chi volesse controllare, che stabilisce la volontà già prima del ‘48, su precisi orientamenti politici, di attuare e perseguire misure militari per prendere possesso della Palestina. Prima del ‘48 tutte le operazioni svolte, da quella dell’acquisto di terra, dall’espulsione di lavoratori arabi dalle aziende ebraiche, alla formazione di un sistema economico sionista, fanno vedere come ci si preparava alla presa della Palestina e come la Shoah fu utilizzata per giustificare la pretesa di quella terra.

Perché gli ebrei non hanno mai cercato di parteggiare per le sorti di un popolo, con il quale in parte avevano condiviso e vissuto?

Come mai non si sono mai indignati contro i massacri diretti, eseguiti e ordinati da Sharon, pur conoscendo le sue responsabilità politiche e militari, ma anzi lo hanno eletto a proprio rappresentante politico-istituzionale?

Come mai non si sono mai indignati per il massacro di Sabra e Chatila, pur sapendo dalla diretta testimonianza di uno dei falangisti assassini, intervistato dalle televisioni israeliane, come si erano svolti i fatti?

Come mai sono restati muti davanti al motto “… fare come a Deir Yassin per espellere i palestinesi!”?

Come mai non si indignano quanto gli arabi vengono definiti “sottospecie o cani”? Eppure non era così che i nazisti definivano gli ebrei?.

Come mai hanno accettato che Israele non abbia mai riconosciuto e applicato le risoluzioni dell’ONU, se non nelle parti che lo interessavano?

Come mai non si sono ribellati alla costruzione del Muro, ai check point, al rifiuto di rientrare impartito ai profughi, alla privazione dell’acqua, dei diritti e della terra ai palestinesi, all’insediamento dei coloni e alla violazione dei diritti umani sanciti dalla Convenzione di Ginevra del 1949?

Forse gli ebrei dovrebbero dichiarare apertamente, ed al mondo intero, che sostengono, appoggiano e riconoscono uno stato sionista e la sua politica colonialista, uno stato che si avvale delle complicità internazionali. Uno stato che grazie al silenzio europeo ed al pieno sostegno militare, economico e politico degli Usa, continua la sua politica segregazionista, razzista e fascista.

Si vuole ricordare che nel 1982 proprio in Libano tra le cosiddette “forze multinazionali di pace” c’era anche quella italiana, che non fece rispettare l’accordo di garantire la sicurezza dei civili palestinesi in cambio dell’evacuazione dei feddayn, lasciando libero il campo ai macellai sionisti e ai falangisti.

Abbiamo iniziato questa lettera ricordando l’universalità della Resistenza. É in nome di quella universalità di valori e contenuti che non possiamo sottrarci dallo schierarci, perché come diceva Gramsci “odio gli indifferenti, odio chi non parteggia. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria. Non è vita… Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

L’universalità della Resistenza ci ha insegnato che nessun intervento straniero, nessuna opera di corruzione e di infiltrazione, nessun assassinio politico, come nessun eccidio o guerra guidata o teleguidata dallo strapotere economico, potrà mai prevalere, se non per breve tempo, sullo spirito di Resistenza di un popolo calpestato, strumentalizzato, schiavizzato, ingannato, torturato, soffocato in ogni sua manifestazione ed in ogni sua esigenza di vita. Questa lezione storica è li, davanti agli occhi di tutti.

La libertà e la giustizia sono indivisibili.

Siamo per la giustizia e ci battiamo per la libertà e l’indipendenza effettiva, per tanto siamo coerenti per il diritto all’effettiva libertà, indipendenza e giustizia di ogni popolo.

Noi pensiamo che tutti quelli che nutrono un sentimento antifascista, tutti quelli che hanno conservato il senso della vita e dell’umanità non possano che considerare un insulto l’invito di Israele alla Fiera del Libro di Torino, per questo ci schieriamo risolutamente e apertamente al fianco del popolo palestinese e della sua lotta, in sostegno e solidarietà a tutti i popoli che lottano contro l’imperialismo.

Vi invitiamo a partecipare alla Manifestazione Nazionale per la Palestina, che il 10 Maggio si terrà a Torino durante i giorni della Fiera del Libro. Il concentramento è alle ore 15.00 in Corso Marconi. Per ulteriori informazioni: http://www.forumpalestina.org/

A.N.P.I. Giovani di Massa

06
Mag

Il 10 maggio in piazza a Torino per non rendere l´Italia complice del politicidio dei palestinesi

di Sergio Cararo

Sabato 10 maggio a Torino ci sarà una manifestazione nazionale che metterà al centro due questioni: la libertà per la Palestina e il suo popolo e la contestazione della decisione di avere come ospite d´onore lo stato di Israele nell´edizione di quest´anno della Fiera del Libro.

Sulla inopportunità di questa scelta “politica”, che celebra i sessanta anni della nascita dello Stato di Israele, ma occulta la speculare pulizia etnica ai danni della popolazione palestinese (la Nakba) e la negazione fattuale della nascita di uno Stato di Palestina sei decenni fa, è stato scritto molto e roventi sono state le polemiche in tutti gli ambiti politici, culturali, editoriali del nostro paese.

Appelli che hanno chiesto per tempo la revoca di questa vergognosa decisione sono stati sottoscritti da intellettuali italiani e stranieri, da scrittori arabi, palestinesi e israeliani, finanche da editori e case editrici. Alla Fiera mancheranno decine di autori arabi, palestinesi e israeliani progressisti, ma la direzione della Fiera del Libro è stata irremovibile. Cosa spiega e cosa manda a dire questa pervicace rivelazione della “superfluità” dei palestinesi in un evento culturale come la Fiera del Libro?

1. Questa ostinazione ci manda a dire che la questione palestinese non è più solo una seccatura messa in liquidazione dal dibattito politico e dalla coscienza democratica di questo paese, ma che si sta consumando sotto i nostri occhi quello che è stato opportunamente definito come il “politicidio dei palestinesi”.

In questi anni, abbiamo visto i nostri giornali e i nostri programmi televisivi ospitare ripetutamente tutti i soggetti della vita politica e culturale israeliana. Editoriali, interviste, lettere, commenti hanno dato concretezza al progetto di rendere Israele uno stato “normale”, con la sua dialettica e le sue asprezze interne. Questa campagna ha potuto godere anche di una indulgenza straordinaria. Se un qualsiasi scrittore avesse detto che “non vorrebbe mai avere come vicino di casa un arabo” sarebbe stato - giustamente - contraddetto dalla comunità democratica, ma nulla di tutto questo è accaduto per le affermazioni di Abraham Yoshua in una intervista ad un importante quotidiano italiano. Alla luce di quanto abbiamo visto e letto in questi anni, è difficile pensare che la “promozione del prodotto Israele” non abbia avuto sponsorizzazioni e incentivi di un certo rilievo.

2. Al contrario, se monitoriamo i giornali e i programmi televisivi di questi anni, niente di simile è stato realizzato sul versante palestinese, eppure anche lì non mancano certo scrittori, poeti, intellettuali, giornalisti, storici e voci critiche che possano dare l´idea di una società vivace e articolata per quanto ancora sotto occupazione militare e coloniale. I palestinesi sono scomparsi come soggetto dell´agenda politica italiana ed internazionale e sono scomparsi dal dibattito culturale per ricomparire solo come “miliziani”, o come  vittime senza mai l´onore di un nome, di un cognome, di una storia, di un volto o nelle vesti di dirigenti incerti e inaffidabili come i soloni di Ramallah. 

In sostanza i palestinesi sono stati annichiliti nella loro identità politica e culturale così come le truppe e i coloni israeliani ne annientano e ne condizionano la vita, la terra e la libertà.

3. I più cinici affermano che la colpa è loro che hanno scelto di continuare una lotta di liberazione disperata, i più raffinati liquidano la “seccatura palestinese” con poche frasi di circostanza (due popoli-due stati, negoziato israelo.palestinese) completamente depotenziate dalla realtà dei fatti e dalla situazione concreta sul campo. Ecco, questo è il politicidio che anche la comunità democratica in Italia e in Europa sta perpetrando contro i palestinesi e che l´organizzazione della Fiera del Libro dedicata a Israele riassume e manifesta esplicitamente.

4. I richiami moralistici contro il boicottaggio verso gli apparati politici, ideologici, militari ed economici di Israele diventano quantomeno risibili. Il boicottaggio è stato e resta un´arma a disposizione della società civile per contrastare l´azione di governi e stati che violano i diritti umani e la legalità internazionale. E´ assurdo verificare come l´Italia aderisca all´embargo contro lo Zimbabwe, Gaza, l´Iran mentre non adotta sanzioni contro Israele che porta responsabilità assai più pesanti sul piano delle violazioni dei diritti dei palestinesi  o su un assetto legislativo interno che configura un sistema legale (e non limitato al pregiudizio) di discriminazione e apartheid.

L´obiezione non può essere sul target rappresentato dalla Fiera del Libro (e allora perché le Olimpiadi sì?), semmai la vera obiezione è che l´Italia avrebbe dovuto e potuto revocare l´accordo di cooperazione militare con Israele e il vergognoso embargo contro i palestinesi di Gaza.

La sinistra al governo ha avuto due anni di tempo e 150 parlamentari a disposizione per dotarsi di una forte iniziativa politica in questa direzione….ma non ha trovato il tempo né la voglia di farlo.

5. Oggi il nuovo governo Berlusconi annuncia di voler essere il migliore alleato di Israele in Europa e le lobby filo-israeliane in Italia si sono schierate con la destra. La manifestazione del 10 maggio sarà anche la prima manifestazione pubblica contro le scelte di politica internazionale del governo delle destre. Sbaglia clamorosamente chi sottovaluta tutto questo, i risultati delle elezioni dimostrano che queste ripetute sottovalutazioni hanno provocato la dissoluzione della sinistra nel nostro paese.

La manifestazione nazionale del 10 maggio a Torino e la campagna “2008 anno della Palestina”, intendono mettersi di traverso rispetto a tale scenario e riaffermare che la comunità democratica nel nostro paese non può permettersi di rendersi complice del politicidio dei palestinesi, neanche con una Fiera del Libro concepita e organizzata con tale presupposto.

www.forumpalestina.org

17
Apr

“LA RESIEMBRA”

UNA “PRODUZIONE DAL BASSO” PER GLOBALIZZARE LA LOTTA
UN DOCU-FILM DA CO-PRODURRE CON LE BRIGATE DI SOLIDARIETA’ E PER LA PACE

Lo scorso Agosto siamo partiti in 7, uomini e donne, ragazzi e ragazze per realizzare una “Brigata di Solidarietà” in Colombia. Per un mese abbiamo condiviso abitazioni e cibo, speranze, tensioni e paure delle Comunità in Resistenza Civile dei dipartimenti del Chocò e del Meta.
Per un mese abbiamo accompagnato i loro processi organizzativi, abbiamo appoggiato, a colpi di machete, la rioccupazione delle terre da cui erano state espulse, abbiamo “insegnato” nelle loro scuole comunitarie autogestite.
Un mese di scambio e lotta COMUNE contro nemici COMUNI: le Multinazionali, il Terrore di Stato, le politiche Neoliberiste che devastano i territori, saccheggiano le risorse, espropriano le classi subalterne ed eliminano i propri oppositori.
Da questa intensa esperienza stiamo realizzando un video che documenti la coraggiosa lotta di queste Comunità, espropriate con la forza dagli apparati legali e illegali dello stato, che si sono organizzate, a partire dal 2000, per riprendersi le proprie terre dando vita a una esperienza di lotta che combina l’azione diretta, l’azione legale e l’appoggio internazionale. Comunità rinate che si dichiarano come “Zone Umanitarie” rifiutando di riconoscere lo Stato Clombiano, da cui ricevono solo morte e violenza, e costruendo le proprie forme di organizzazione produttiva, educativa, decisionale.

Abbiamo scelto di realizzare il video come una “Produzione dal Basso”
alla ricerca di co-produttori interessati piuttosto che meri finanziatori.
Guarda il Progetto su Produzioni dal Basso. Co-producilo, se ti interessa, prenotando la tua copia.
http://www.produzionidalbasso.com/pdb_263.html

Guarda il sito delle Brigate di Solidarietà e per la Pace per saperne di più su chi siamo
http://brisop.noblogs.org/

03
Apr

Comunicato “Bella Ciao vs Coca Cola”

Comunicato in circolazione sui media del Messico e d’Italia sull’uso di Bella Ciao.

Bella Ciao! vs. Coca-Cola

Anonimi fruitori del mezzo televisivo, ci hanno informato che una nota multinazionale ha recentemente realizzato uno spot televisivo il quale, per promuovere il suo nuovo prodotto, utilizza le melodie di una conosciuta canzone popolare italiana, Bella Ciao!. Detto spot é attualmente trasmesso dai canali televisivi commerciali messicani ed argentini. Già l’appropriazione di una melodia popolare per le finalità di lucro ci appare come una scelta discutibile sotto il profilo di sottrazione di un bene collettivo messo a disposizione del guadagno del privato. Ma il caso specifico ci indegna per i protagonisti di questa storia. Da un alto la Coca-Cola Company, dall’altro Bella Ciao!
La prima é una nota multinazionale degli alimenti e delle bevande, che ha saputo in questi anni diventare una delle imprese a livello globale più presenti e ricche; e che ha dimostrato di esserci riuscita a scapito delle comunità produttive e di consumatori dove é presente.
La seconda é una canzone del vasto canzoniere della guerra partigiana contro il regime fascista e contro l’occupazione nazista in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. La canzone di per sé cantata solo in certi territori liberati dalla lotta partigiana ha tuttavia assunto il ruolo di protagonista nel secondo dopoguerra, attraversando lotte e movimenti sociali che in Italia hanno costruito la sudata democrazia che oggi, ancora una volta, si rimette in gioco nell’attuale crisi politica italiana. E seppur meno cantata nell’Italia di oggi, negli ultimi vent’anni Bella Ciao! ha attraversato mari e monti per imporsi come canto delle resistenze e le lotte per la democrazia e contro ogni fascismo nel mondo. Oggi Bella Ciao! si canta in spagnolo in tutta l’America Latina, riuscendo a rompere i muri avendo conquistato anche una celeberrima traduzione inglese negli USA. Non ci sorprende la scelta di Coca-Cola Inc.. Non é la prima volta, né sarà l’ultima, che il capitale globale rappresentato da questa e molte altre imprese si appropri illegittimamente di note, linguaggi, modi, saperi e desideri che la collettività esprime con i suoi strumenti. Non vogliamo però farci sorprendere dal facile tentativo di dimenticare, lasciar perdere, far passare.
Non accettiamo che Bella Ciao! possa essere associata ad una impresa le cui pratiche commerciali e lavorative sono oggetto di molteplici denunce per violazioni dei diritti umani in diverse parti del mondo; un’impresa che impone un modello di consumo assolutamente pericoloso per la salute collettiva; un’impresa, infine, che diffonde una visione della vita assolutamente falsa e senza memoria. La memoria che abbiamo noi é un’altra: é quella della dignità, la pace, la libertà, la speranza che le nota di Bella Ciao! esprimono. Per questo continueremo a camminare sulle note di Bella Ciao! nella costruzione di una società più giusta e libera.

AlterITA -collettivo di professori di linguacultura italiana in Messico- (Carlo Almeyra, Andrea Cirelli, Matteo Dean, Manuela Derosas, Fabrizio Lorusso, Edoardo Mora, Barbara Origlio)

Per aderire, visitare: http://www.alteritamessico.blogspot.com

01
Apr

Bentornato alla vita, compagno Mumia

Diventato cittadino onorario di Parigi e Palermo, l’ex militante del Black Panther Party è perseguitato, come è successo a Mandela, soprattutto per le sue idee e per le sue lotte contro l’apartheid. Storia del programma Cointelpro, ovvero come l’Fbi si sbarazzò dei leader neri
A parte l’atroce aggravante della pena di morte rischiata per oltre 26 anni, e finalmente scongiurata, questo caso Mandela di Filadelfia, non è ancora finito. La battaglia di Mumia Abu-Jamal (alias Wesley Cook), la «voce dei senza voce», per la revisione del suo processo-farsa continua, e non sarà facile - chiedetelo a Sacco e Vanzetti - vincerla, nonostante i tanti testimoni a favore del condannato, e mai ascoltati. «Una gallina - diceva Malcolm X - non può fare un uovo d’anatra». Il sistema così come è non può liberare gli sfruttati che lottano. Bisogna cambiare sistema.
Grazie però alla grinta e alla lucidità politica del protagonista indistruttibile di questo caso-limite del sadismo giuridico Usa (ma in 3000 dormiranno anche stanotte nel «braccio della morte»), e a un quarto di secolo di mobilitazione mondiale e firme illustri per salvare dalla forca questo african-american che è cittadino onorario di Parigi e Palermo, la corte federale d’appello della Pennsylvania ha rimandato ai giudici di Philadelphia la responsabilità di un verdetto degno di uno stato di diritto. Vedremo. Ma. Chi è stato membro del Black Panther Party, cioé ha osato alzare la testa qualche centimetro di troppo, deve pagare l’arroganza di quel gesto, Obama o non Obama. Ora però, almeno, ci è più chiara la tecnica di combattimento usata in 50 anni da una illustre democrazia.
In una prima fase, più pericolosa, di lotte sociali di massa anni 60, si assassinano «indirettamente» i leader troppo carismatici (Lumumba, Malcolm X, Martin Luther King…). Poi, negli anni 70, direttamente, e senza alcun pudore, tra calunnie e delatori, squadre terroriste dell’Fbi appositamente organizzate (programma Cointelpro) annichiliscono il fulcro delle organizzazioni antisistemiche di base. Basta ricordate la quindicina di dirigenti e simpatizzanti famosi del Bpp sterminati via via dalla polizia (Bobby Hutton, Fred Hampton, Mark Clark, fratelli Solidad, Move, simbionesi, perfino Jimi Hendrix, altro che quella fandonia dell’eroina…) o messi in condizione di non nuocere (incarcerati o perseguitati o esiliati tutti gli altri, da Seale a Huey Newton a James Forman…). E chi organizzò questo massacro? W.C.Sullivan, assassinato nel 1977…
Quindi, con Reagan, una ridicola semplificazione delle procedure e della possibilità d’appello che trasformò le prigioni americane in «mattatoi quotati in borsa» per ispanici e african-american. Soldi.
Infine una tortura cinese (nel senso più dei mandarini confuciani che del Pcc), «infinita» contro i sovversivi ancora in libertà, che colpisce via via tutti, non solo il prigioniero politico Mumia Abu-Jamal, ma anche, proprio nell’agosto ‘95, Rap Brown, altro leader storico del movimento per l’emancipazione mentale degli americani, e di qualunque sfumatura di colore siano.
Ha scioccato in questi anni il silenzio e il conformismo della grande stampa e dei mass media Usa, a parte l’eccezione cinematografica. Mumia, giornalista anche radiofonico, presidente dei reporter african-american al tempo dell’arresto, non può davvero ringraziare i colleghi. Hanno taciuto, o sussurrato appena. Struzzi. Forse perché i bookmaker davano per certa, nell’agosto ‘95, l’iniezione letale che lo aspettava? Sapete, i sondaggi… Mumia è un collega di grande umorismo e cultura, che, prove in mano, «sparava» contro il governo per migliorare le cose, smascherando ingiustizie e crimini dei potenti. «Solo così sarai a posto con la tua coscienza», parola di John Belushi reporter. I colleghi di Mumia non hanno però vivisezionato o contestato con la passione dovuta quel processo, né la giuria esplicitamenter razzista, né il verdetto di colpevolezza del 1982, né l’ostinazione reazionaria del più maniaco (perversione: le forche friggenti) giudice d’America, Albert Sabo. Eppure con Mumia se ne sarebbe andata anche qualche troppo sbandierata, da loro, virtù nazionale… Ora si potrebbero riabilitare come William Styron, Alice Walker, Rushdie, Woophi Goldberg, Darrida, Stone, Breytenbach, Byrne, Tim Robbins & Susan Sarandon, Edward Asner, Michael Moore, Ossie Davis, Spike Lee e i 600 che protestarono e fecero sit-in ovunque. I libri ci sono, e anche i film (l’ultimo, In prison my whole life di Marc Evans). Ma l’incubo iniziato il 9 dicembre 1982 non è ancora finito.

27
Mar

Los Zapatistas no estan solos: una campagna europea

Partita da Atene, la proposta di una campagna europea di solidarietà e appoggio ai municipi autonomi zapatisti è stata sottoscritta da ventidue organizzazioni. In Italia, è promossa da Associazione Ya Basta, Mani Tese Lucca, Comitato Chiapas «Maribel» Bergamo, Comitato Chiapas Torino, Consolato Ribelle del Messico di Brescia, Comitato Chiapas Brescia, Coordinamento Toscano di Sostegno alla Lotta Zapatista, Rete di Sostegno al Chiapas Rebelde, Progetto Dignidad Rebelde e Carta. Pubblichiamo il testo dell’appello.

Dopo anni di apparente tranquillità non passa giorno senza che le Giunte del Buongoverno zapatiste, denuncino episodi di provocazione e di attacco contro le comunità indigene del Chiapas.
Come confermano le organizzazioni dei Diritti umani e come ha confermato il lavoro della Sesta commissione civile di osservazione dei diritti umani, dietro a questo stillicidio di episodi appare una strategia complessiva di attacco alle comunità indigene in resistenza.
Al centro di questa offensiva, fatta di attacco al diritto di vivere nelle terre recuperate al latifondo, fatta di sequestri, arresti e violenze arbitrarie c‘è la volontà di attaccare quello che l’Ezln ha costruito a partire dal 1994: la resistenza divenuta pratica di autonomia e autogoverno.
Non più la guerra visibile fatta di carri armati e corpi militari o paramilitari, ma una lunga e lacerante creazione di microconflitti spacciati come scontri tra indigeni. Una strategia che, nell’epoca dell’assordante rumore delle operazioni militari e delle stragi quotidiane della guerra globale, si vuol far passare sotto silenzio.
È una guerra che vuole far tacere il laboratorio politico rappresentato dall’esperienza zapatista, così come in molte altre parte del mondo vuole spegnere altri movimenti e laboratori sociali basati sull’autonomia.
L’autonomia zapatista parla il linguaggio delle comunità in lotta in tutto il mondo per salvaguardare i beni comuni e le risorse, per dare un senso reale alla parola democrazia, per conquistare diritti di cittadinanza per ogni essere umano.
Gli uomini e le donne dell’Ezln si misurano giorno dopo giorno nella sfida al pensiero unico del neoliberismo per costruire un presente di cambiamento e di speranza per l’umanità.
Sono una comunità in cammino insieme a molte altre in Messico, in America Latina, in altri continenti. Sono parte di un’umanità che lotta, sogna e si organizza “in basso a sinistra” come succede a casa nostra: dal Presidio No dal Molin contro la guerra, ai Comitati della Val di Susa, dalle mobilitazioni delle donne ai conflitti per la difesa del territorio, dalle mobilitazioni dei migranti per pieni diritti alle lotte sociali.
Invitiamo tutti coloro che si sentono vicini alla causa zapatista così come anche tutte quelle esperienze basate sul concetto di comunità in lotta e di autonomia a sottoscrivere questa campagna.
Media indipendenti, singoli, collettivi, artisti, musicisti, spazi sociali, a stare vicino e appoggiare questa lotta che non è poi così lontana dalla realtà italiana.

Con questa Campagna,
–Chiediamo la fine delle aggressioni contro le comunità indigene e della repressione generalizzata, basata su operativi militari, incarcerazioni e violazione dei diritti umani, attuata dal governo messicano nei confronti dei movimenti sociali, come sta succedendo con la lotta di Oaxaca e Atenco.
–Vogliamo impegnarci per far circolare le voci e le denunce che giungono dal Sud-Est Messicano.
–Vogliamo costruire una grande e variegata presenza in appoggio all’autonomia zapatista per quest’estate in Chiapas per dire insieme a molt@ da tutta Europa che: ¡LOS ZAPATISTAS NO ESTAN SOLOS!

25
Mar

Kurdistan Turco: sequestrata e picchiata la delegazione italiana al Newroz

Comunicato stampa dell’Associazione Ya Basta

Arrivano notizie gravissime dal territorio del Kurdistan turco.
La repressione durissima messa in atto dalle autorità turche, sta provocando morti e feriti nel popolo kurdo, per l’assurdo divieto posto ai festeggiamenti del capodanno kurdo.
Diverse città sono messe sotto assedio e cariche pesantissime sono in atto.
La delegazione italiana, che doveva partecipare ai festeggiamenti del capodanno kurdo, la quale era stata rassicurata fino a ieri sera dall’ambasciatore italiano della possibilità di partecipazione, è stata questa mattina oggetto di repressione durissima.
Fermati, picchiati pesantemente, messe fuori uso tutte le attrezzature fotografiche, sequestrati in un autobus, poi condotti e chiusi nell’albergo Azur di Van, mentre in tutta la città sono in atto violente cariche della polizia a danno del popolo kurdo.
Non si vogliono testimoni scomodi!
Sono state allertate l’unità di crisi della Farnesina e parlamentari italiani ed europei.
Chiediamo a gran voce che le autorita’ italiane ed europee intervengano immediatamente nei confronti del governo turco per far cessare immediatamente le violenze contro i manifestanti.  

La violazione continua dei piu’ elementari diritti umani che subisce il popolo kurdo, dietro l’angolo di una Europa”civile e democratica” che punta ad includere la Turchia alla comunità europea e’ inaccettabile.

Che si faccia qualcosa!
Solidarietà al popolo kurdo!
Solidarietà agli italiani in kurdistan!

04
Mar

Madrid - Bloccata parata nazista: scontri e arresti

A quattro mesi dalla morte del giovanissimo Carlos ucciso a coltellate da un militare fascista all’ingresso della metropolitana Legazpi, continuano a Madrid le provocazioni da parte di gruppi e partiti neonazisti.
Ieri, venerdi 29 febbraio, nella storica Plaza de Tirso de Molina , è stato autorizzato un comizio elettorale del partito neonazista “Nacion y Revolucion”.
Plaza de Tirso de Molina è storicamente una piazza antifascista ed è socialmente immersa in un melting pot di migranti e culture metropolitane; l’autorizzazione del comizio di “Nacion y Revolucion” non è stata accettata dalle realtà sociali e democratiche di Madrid che hanno risposto all’appello di mobilitazione della coordinadora antifascista. Circa un migliaio tra gruppi antifa, migranti e gente comune si sono concentrati ieri nelle vie intorno a Plaza de Tirso de Molina per bloccare la parata dei nazisti.
Rapido e violento l’intervento della polizia antidisturbios che per disperdere la manifestazione antifascista ha fatto uso di lacrimogeni e pallottole di gomma.
Numerosi i feriti tra cui un giovane ha perso un occhio a causa di un proiettile di gomma sparato in faccia dalla polizia.
9 arresti tra cui 2 minorenni.