Archivio per la categoria 'lavoro'

04
Mag

Milano - Saluto fascista ? in San Babila è reato

La sentenza Condannati in nove. «Un contesto che rievoca i neofascisti». Condanna per il gesto in piazza San Babila: il luogo-simbolo fa la differenza.

MILANO — Fare il «saluto romano »? Sebbene l’aria che tira sia quella dello sdoganamento di un gesto, derubricato a poco più che innocua intemperanza (ad esempio di recente nell’entusiasmo dei supporters di Alemanno in Campidoglio dopo la sua elezione a sindaco di Roma), può essere ancora reato di apologia di fascismo. Come pure gridare lo slogan «Camerati a chi? A noi!». O partecipare al coro «Me ne frego». Dipende dalle condizioni di contesto, dal teatro delle performance, dal «potenziale evocativo ». È questo il discrimine tracciato dalle motivazioni (depositate prima delle elezioni) di una sentenza con la quale il Tribunale di Milano il 20 Dicembre scorso aveva condannato nove persone a pene comprese fra gli 8 e i 2 mesi, assolvendone altre dodici. Di fronte all’ottava sezione penale, nessuno degli imputati negava di aver fatto i gesti e intonato i cori attestati dai video della Digos e imputati dalla Procura a 21 dei 700 partecipanti alla manifestazione nazionale pubblica (con corteo in corso Venezia e comizio in piazza San Babila) organizzata dal Movimento Sociale-Fiamma Tricolore a Milano nel pomeriggio dell’11 Marzo 2006, in un clima già teso per i gravi disordini provocati invece di mattina dal «corteo antifascista» di autonomi e centri sociali (costato 15 condanne a 4 anni per devastazione).

LE MOTIVAZIONI – L’interesse delle motivazioni sta nel fatto che esse distinguono tra i due tempi della manifestazione. Nel corteo di corso Venezia, benché di saluti romani e inni fascisti si fossero resi protagonisti alcuni degli impu-tati, scatta la loro assoluzione in quanto «si trattò di episodi isolati, che coinvolsero i manifestanti a gruppetti separati, senza che la gestualità o i canti abbiano (per compattezza, vistosità o intensità) presentato una coralità effettivamente suggestiva sulle folle». Qui i manifestanti esponevano «striscioni con rivendicazioni (come il diritto alla casa e la necessità del rispetto della legalità) dai contenuti squisitamente politici e legittimi», e sfilavano accanto ad altre persone «che non ostentavano simbologia fascista». Tutta diversa, per la relatrice delle motivazioni Concetta Locurto e i colleghi Tremolada e Rispoli, la valutazione di quegli stessi gesti e inni «nel momento cruciale del comizio» di Maurizio Boccacci «in Piazza San Babila, luogo non irrilevante» perché «San Babila, in tutta Italia e soprattutto a Milano, è un luogo già di per sé fortemente simbolico: al di là della dimensione architettonica risalente all’epoca e allo stile del ventennio fascista, la piazza evoca un immediato collegamento con le formazioni “neofasciste” milanesi che, notoriamente, l’avevano eletta a loro trincea negli anni ‘70». È qui, per i giudici, che saluti romani e inni cessano di essere «innocue parole o gesti che esprimano semplicemente il pensiero o il sentimento occasionale di un individuo», e passano invece a costituire «una rievocazione evidente dei contenuti e dei metodi del disciolto partito fascista, attraverso la spavalda ripetizione di gesti e invocazioni abituali accompagnata a una rivendicazione orgogliosa e compiaciuta delle proprie radici storico- politiche». È qui che diventa reato «una ritualità potentemente evocativa del clima del ventennio», una «chiara esortazione a manifestare pubblicamente quella stessa fede politica anche a dispetto dei divieti imposti dall’Autorità».

23
Apr

Edili, uno sciopero contro la barbarie e i caporali

Blocco totale il 24 Salari da fame, malattia non pagata, rapporti semifeudali, sicurezza inesistente. Anche il Nordest scopre di essere molto simile al resto d’Italia. Quasi nessuno sa dire il nome della ditta per cui lavora, si conosce solo chi ti ha fatto «entrare»
Orsola Casagrande
Venezia


Scenderanno in piazza giovedì anche a Padova i lavoratori del settore edile del Veneto. Una manifestazione che ha al centro soprattutto la richiesta di diritti. Ci tiene a sottolinearlo il segretario generale della Fillea Cgil, Enrico Piron. «Certo - dice - c’è la rivendicazione salariale, ma questo nostro sciopero è prima di tutto per chiedere che vengano riconosciuti diritti che rivendichiamo anche da venticinque anni». Il riferimento è per esempio al fatto che ancora oggi un lavoratore edile non si vede pagati i primi tre giorni di malattia. «Questi sono lavoratori che non hanno diritto di ammalarsi, anche se lavorano in condizioni terribili, al freddo, all’aperto. - dice Piron - E sono lavoratori che possono ancora essere licenziati per fine cantiere o per insubordinazione». Che significa per esempio che se un lavoratore si rifiuta di fare una determinata operazione perché non sicura rischia di essere punito. E il settore edile quanto a infortuni è quello tra i peggiori. In Veneto sono occupate oltre 60mila persone nel settore (in Italia 1 milione 200mila). Nel 2007 ci sono stati 22 infortuni mortali, su un totale di 235, che pongono la regione al secondo posto, dopo la Lombardia. Nel 2006 gli infortuni denunciati all’Inail (quindi dati per difetto) sono stati poco meno di 104mila. «Quello dell’edilizia - dice Piron - negli ultimi dieci anni è stato uno dei settori di traino dell’economia veneta nel momento in cui il tessile, meccanico, calzaturiero e alimentare perdevano terreno». Anche perché edilizia qui significa anche turismo, manutenzione alberghiera oltre a restauro monumenti. Ma l’edilizia è il settore in cui si assiste alle destrutturazione sempre più spinta delle imprese. Basta un dato: oltre il 60% della manodopera è collocata in aziende con meno di tre dipendenti e soltanto il 3% lavora in aziende con più di quindici addetti. «Si è assistito - dice Piron - alla proliferazione delle piccole aziende. Alcune sono imprese uninominali, magari di lavoratori migranti che sono stati ‘invitati’ a mettersi in proprio per bypassare le regole». Anche in Veneto il settore è ormai «una catena infinita di subappalti e si nota - dice ancora il segretario di Venezia - una preoccupante presenza del part time».
Per rendersi conto di quanto il settore sia parcellizzato basta andare in un qualunque cantiere della città e chiedere ai lavoratori per chi lavorano. «Il 60% - afferma Piron - ti dirà soltanto il nome proprio del tizio per cui lavora. Lavorano per Tony o Giuseppe, pochissimi ti diranno il nome di una ditta». E poi rimane il problema del lavoro sommerso e delle continue violazioni contrattuali. I dati dell’Inps parlano di un lavoratore su quattro fuori regola. «Il problema maggiore - dice ancora Piron - riguarda le mille sfumature di grigio che dobbiamo contrastare». Il grigio è rappresentato dall’oretta fuori busta, il sabato di lavoro, qualche ora in più alla sera. Dopo dieci anni di mestiere («perché questo - dice sempre Piron - è un mestiere che si impara con ore e ore di lavoro») un edile prende ancora 1100-1200 euro e questo non è accettabile. Gli operai arrivano ancora dalla Calabria, dalla Puglia, dalla Sicilia col pulmino e il caporale. E guai a protestare Gli ispettori sono pochi. E le violazioni sono aumentate anche dopo l’introduzione di nuovi strumenti di controllo. Un esempio su tutti: se più della metà della categoria è inquadrata al livello più basso di manovalanza, il part time, prima inesistente, dilaga da quando è stato introdotto il Durc (documento di regolarità contributiva delle imprese). Per contrastare tutto questo giovedì gli edili saranno in piazza a Padova.
08
Dic

Flessibile da morire

Loris Campetti

Era molto flessibile Antonio, un giovane di 36 anni ucciso ieri alla Thyssenkrupp di Torino. Ucciso non da un incidente, non da un infortunio: ucciso dallo sfruttamento selvaggio che fa tirare a mille gli impianti fino a far esplodere le macchine e costringe a un lavoro bestiale gli operai. Al momento in cui quel maledetto tubo che trasportava olio bollente è stato colpito da una scintilla sprigionatasi dal quadro elettrico s’è spezzato, trasformandosi in un lanciafiamme, Antonio e una decina di ragazzi come lui sono stati colpiti. Tutto e tutti hanno preso fuoco, gli estintori non funzionavano, la linea 5 delle ex Ferriere sembrava una città bombardata con il napalm, raccontano i sopravvissuti. Quando si è trasformato in una torcia umana, alle due di notte, Antonio era alla quarta ora di straordinario. Dunque era alla dodicesima ora di lavoro in quell’inferno.
Antonio era molto flessibile, come tutti gli altri ragazzi della Thyssenkrupp. Alle 12 ore di lavoro ne aggiungeva ogni giorno due o tre di viaggio da casa, nel Cuneese, alla fabbrica, e ritorno. Non è che gli restasse molto tempo per la sua compagna e i suoi tre bambini, la più grande di 6 anni e il più piccolo di 2 mesi. Antonio era proprio il tipo di operaio di cui ha bisogno un padrone tedesco che decide di chiudere la fabbrica di Torino per portare la produzione in Germania, ma prima di mettere i sigilli agli impianti vuole tirare fino all’ultima goccia di sangue alle macchine e agli uomini, ai ragazzi. Per questo una decina di loro ha preso fuoco, nel 2007, nell’occidente avanzato, sotto il comando di Thyssenkrupp, un nome che se scomposto in due rimanda ad altri fuochi, a un altro secolo, a un’altra guerra.
C’è la fila, adesso, di quelli che si lamentano per la mancanza di sicurezza sul lavoro. Forse tutti si erano distratti: presi com’erano a combattere l’insicurezza provocata dai rumeni si sono dimenticati della guerra quotidiana in fabbrica, nei campi, nei cantieri. Chi oggi dice che servono maggiori misure di sicurezza sul lavoro dovrebbe aggiungere che il modello sociale ed economico dominante è criminale. Chi chiede di produrre di più, per più ore nel giorno e per più anni nella vita è corresponsabile dei crimini quotidiani sul lavoro. La sicurezza è incompatibile con l’accumulazione selvaggia, togliendo dignità e diritti ai lavoratori si aumenta l’insicurezza, sul lavoro e nella vita.
I teorici del liberismo, della fine del welfare, di quella che spudoratamente chiamano flessibilità ma che per noi è precarietà, hanno tutti i diritti nella nostra società. Ma uno almeno non ce l’hanno: quello di piangere i morti sul lavoro perché quei morti sono vittime della loro cultura e della loro fame di danaro e di potere. I tre bambini di quel paesino del cuneese che si chiama Envie non sanno che farsene delle loro lacrime. E noi con loro.
Probabilmente i cancelli della fabbrica torinese della Thyssenkrupp non riaprirà mai più. Speriamo che non riapra più, il prezzo da pagare per tenerla aperta è troppo alto.