Archivio per la categoria 'politica'



05
Giu

la giornalista testimone conferma Raid Fascista al Pigneto

Raid del Pigneto. «Non era Chianelli il capo della banda: il capo era un nazista»
L’unica testimone ripete: «L’ho già detto alla Digos: il capo era giovane, aveva una bandana, un foulard con la svastica».
di Anna Tarquini

Simona, la giornalista dell’Agenzia Italia testimone diretta del raid xenofobo al Pigneto, ha ancora «l’immagine chiara» davanti a se. «Quell’uomo - racconta a l’Unità - avrà avuto sui 25 anni e aveva la svastica, era lui che guidava i violenti». Eppure tutta l’attenzione si è spostata sul pregiudicato Dario Chianelli, e sulla sua versione dei fatti: «Non è razzismo, ma la vendetta di quartiere contro uno scippo». Ma tante cose in questa ricostruzione non tornano: «Ha detto che avevano tutti il casco, ma stranamente - prosegue Simona - quello che ho visto io il casco non ce l’aveva. Dicono che c’era anche un ragazzo di colore tra gli aggressori, ma certo l’avrei notato». Ma forse per tanti - anche giornalisti - è più comodo credere a un balordo…
Ripartiamo dalla svastica. L’aggressore del Pigneto aveva o non aveva la svastica? Simona, la cronista dell’Agi che in diretta, seduta sul sellino del suo motorino, ha dettato il primo lancio di agenzia sul raid ancora oggi è sicura di sì, c’era. Ed è certa anche di un’altra cosa: questa storia è molto brutta e si sta dando più credito alla versione di un uomo che ha pure più di un precedente penale rispetto a quella di una giornalista che suo malgrado è stata testimone diretta. «Io ho visto quello che ho scritto, né più né meno. Ho visto questa bandana o questo foulard con dei segni tra cui la svastica. L’ho già detto anche alla Digos». Simona, lo diciamo subito noi, è stata minacciata. In questi giorni ha mantenuto un rigoroso silenzio sulla vicenda, anche se il suo mestiere è raccontare. Lo ha fatto perché è testimone, naturalmente, ma anche perché qualcuno le ha detto papale papale: «Al Pigneto è meglio che non ti fai rivedere per un po’». Simona non crede alla versione di Dario Chianelli, non ricorda di averlo visto davanti all’alimentari del bengalese. Dice: «può essere pure che ci fosse, ma io ho denunciato un’altra cosa, ho descritto un altro uomo come capobanda».
Ripartiamo dai fatti. La rabbia del quartiere, la violenza, l’intolleranza. Poche ore dopo il pestaggio già gira una versione che dice: «Non è razzismo, ma la storia di uno scippo vendicata dal quartiere». Ma in quelle stesse ore e ancora oggi c’è un altro fatto incontestabile: Simona, sabato 24 maggio, alle 17.15 è seduta sul motorino davanti all’alimentari del bengalese e vede arrivare un uomo seguito da altri dieci ragazzi urlanti. Alza il telefono e cerca, invano, di chiamare il 113. «L’immagine è ancora chiara davanti a me. Avrà avuto 20 forse 25 anni e aveva la svastica». Ecco il suo racconto: «Io in questi giorni non sono intervenuta. Ho fatto il mio dovere di cronista, l’ho detto alla Digos, loro hanno detto la loro verità va bene così. La cosa più bella è che per alcuni giornali, come dire, quello che ha detto una persona che comunque ha precedenti penali è oro colato. È arrivato là da solo, c’era casualmente, insomma. Ha detto che avevano tutti il casco, ma stranamente quello che ho visto io il casco non ce l’aveva. Poi ora dicono che c’era anche un ragazzo di colore tra gli aggressori, ma forse l’avrei notato invece non l’ho notato. Insomma una serie di cose che mi lasciano francamente perplessa. Però, siccome io non faccio la commentatrice, e siccome mi hanno fatto capire che devo stare attenta e non avvicinarmi al Pigneto, allora il mio profilo è ancora più basso. Dopodiché magari venisse fuori, ma a questo punto secondo me non verrà mai fuori». Per carità. Tutto può essere. «Magari - dice Simona - quelli erano veramente un’accozzaglia di gente del quartiere, magari la svastica non sanno nemmeno che vuol dire. Boh. Però so che la svastica uno ce l’aveva, poi figurati se può venir fuori, evidente che no».
Il giorno dopo il pestaggio la Digos offre la sua versione: la politica non c’entra. È uno sgarro mischiato all’intolleranza del quartiere che non ne può più di spaccio e risse. Il responsabile - dice sempre la Digos - è un uomo che cercava di riavere il portafogli da un certo Mustafà. Poi è la vendetta verso i bengalesi a colpi di bastone e di sloga: «Immigrati bastardi».
L’altra versione. Niente slogan, niente frasi come «negri bastardi». I dieci, quindici energumeni che hanno preso a mazzate le vetrine dei bengalesi non parlavano, urlavano, come se la spedizione punitiva fosse studiata da tempo a tavolino e dovesse essere rapida e precisa. Già una settimana fa Simona era stata precisa su questa circostanza. Oggi lo è ancora di più. «Sì, urlava e chiamava gli altri. Tra l’altro io ho letto che quello con la magliettina rossa, quello che si è costituito, Chianelli, dice che era il primo. E che poi gli altri sarebbero arrivati dopo. Ora, io ero seduta sul mio motorino, quindi se lui è venuto, a volto scoperto, passeggiando tranquillamente e si è messo davanti all’alimentari può anche essere che io non l’abbia visto. È possibile. E poi sono arrivati gli esagitati dietro, può essere. Detto questo io però ho davanti l’immagine del primo che arriva urlando come un pazzo, arrivano tutti urlando e insieme come massa di dieci persone, quindici persone si gettano contro quello là, contro il bengalese». Il primo che arriva davanti all’alimentari, il capo, secondo Simona non è Chianelli. «Mi sembrava un giovane. Io ho detto anche alla Digos che, considerato che era abbastanza snello, poteva avere sui 25 anni. Però questa è proprio una deduzione. Non era assolutamente Chianelli, anche perché la magliettina rossa mi avrebbe colpito, no? Invece proprio no, non aveva la maglietta rossa. Chianelli dice che è arrivato da solo, questi non li conosceva, giusto? Però poi lui dice: “però io sono di sinistra quindi non c’entra questo fatto della svastica, il razzismo non c’entra”. Però se tu non li conosci non sai quelli come si sono bardati, no? O forse li conosci perché hai visto che possono essere ragazzotti del quartiere, ma tu, se non li conosci, non lo sai quello che si sono messi addosso. Almeno dovrebbe essere così. C’è qualcosa che non mi torna, dopodiché…». Dopodiché Dario Chianelli si offre alla stampa. Racconta il raid, dice: «Sono stato io e la politica non c’entra». Giovedì 29 a mezzogiorno si costituisce. Viene interrogato e poi viene lasciato libero di tornare a casa, accolto tra gli applausi dal Pigneto. Di più. Ormai rinfrancato il quartiere confessa che tra i mazzieri c’è anche un immigrato. «La cosa più grave è la strumentalizzazione - dice Simona - , nel senso che tu fai una cosa, per me è stato uno choc terribile, e tu vedi poi che i colleghi credono più a un balordo che dice delle cose piuttosto che a una persona che non ha motivo di dirti una cazzata. Perché c’era la svastica o non c’era la svastica, sempre quello è. Sempre violenza è. Quindi non capisco perché se c’è la svastica allora è fascista ed è più grave? Io non scrivo per l’Unità, io lavoro per l’Agi quindi… non avrebbe proprio senso. Una storia proprio brutta, proprio brutta».

29
Mag

Dalla selva di Chiaiano, un appello: tutti a Chiaiano il 1° giugno!

Per la salute, per l’ambiente, per la democrazia, per la libertà di movimento!

La lotta dei cittadini contro la discarica nel quartiere di Chiaiano nella periferia nord di Napoli è una lotta straordinaria.
Un conflitto sociale a difesa della vita, della salute, del territorio di migliaia di cittadini contro una scelta irresponsabile e incompresibile: una megadiscarica da 700mila tonnellate di rifiuti all’interno delle cave della Selva di Chiaiano, distruggendo l’ultimo polmone verde della città a poche centinaia di metri da insediamenti residenziali densamente abitati e dalla zona ospedaliera.
La zona di Chiaiano é l’unica zona dell’area metropolitana dove sopravvive un economica agricola legata alla produzione di agricoltura biologica e di prodotti d.o.p. come la ciliegia.
Il 24 maggio scorso il governo Berlusconi emana un decreto legge per fronteggiare la crisi in Campania e nomina Guido Bertolaso sottosegretario con pieni poteri fra i quali l’impiego delle Forze armate per vigilare i 10 siti prescelti, oltre che per il trasporto dei rifiuti. Il decreto prevede anche il carcere per chi intralcia i lavori di gestione dei rifiuti, chi viola le aree interessati. Fino a 5 anni per i promotori della protesta.
La popolazione inizia a mobilitarsi il 29 aprile scorso. In 10.000 rispondono all’appello del Comitato in difesa delle cave di Chiaiano e Marano. La decisione poi è quella della mobilitazione permanente. Barricate, blocchi, assemblee e due presidi permanenti installati dalla comunità in lotta alla Rotonda della Rosa dei Venti al confine con il Comune di Marano ed in Cupa dei Cani in prossimità dell’accesso alla discarica.
Le vie d’accesso alla discarica sono completamente bloccate dalle barricate.
Il 21 maggio in occasione del primo Consiglio dei Ministri in trasferta a Napoli nove cortei sfilano per la città.
Sulla questione rifiuti non si torna indietro, dichiarano gli esponenti del governo. La linea dura si fa sentire subito.
Il 23 maggio le forze dell’ordine attaccano il presidio. “Ci hanno completamente massacrato, donne, bambini… eravamo tutti seduti a terra, ci hanno deliberatamente caricato” raccontano dal Presidio i cittadini. Cariche della polizia anche sul presidio sotto il tribunale per il processo per direttissima a tre fermati nella notte precedente. A fine giornata sono 7 le persone trattenute in Questura a Napoli.
Sabato 24 maggio parte il tam tam di solidarietà, da Roma a Vicenza con presidi davanti alle Prefetture.
La tensione sale ancora sabato mattina quando la polizia provocatoriamente inizia a caricare di nuovo i cittadini con la scusa di liberare la strada alle ruspe arrivate per spostare un autobus fermo in mezzo alla carreggiata. Durante le cariche un ragazzino di 12 anni è precipitato da un muretto e trasportato con urgenza all’ospedale.
La risposta è determinata, in 10.000 scendono in piazza nel pomeriggio contro la militarizzazione del territorio. La popolazione continua a mantenere i blocchi. Si svolge un incontro tra comitati, sindaci e il sottosegretario ai rifiuti Guido Bertolaso. Il 27 maggio i tecnici del commissariato e tecnici delle amministrazioni locali entrano nella cava per realizzare le prime operazioni di carotaggio.
Intanto con l’operazione “Rompiballe” la magistratura arresta 25 persone, tra cui anche gli uomini di Bertolaso e la vice del sottosegretario Bertolaso, Marta Di Gennaro.
“Chi sono i veri delinquenti?” commentano dal Presidio, “chi vuole difendere l’ambiente o chi lo devasta?”.

Arriva l’appello ai cittadini, ai movimenti, alle comunità in lotta, dai No-Tav, ai No-Dal Molin, ai No-Ponte, per una manifestazione a carattere nazionale a Chiaiano (Napoli) domenica primo giugno ore 16 con concentramento alla Metropolitana .

Per adesioni e info retecampanasaluteambiente@noglobal.org.

27
Mag

Torino - Di Cpt si continua a morire

Si è da poco conlusa la visita di avvocati e alcuni esponenti politici all’interno del centro.

Non poteva esserci inaugurazione più tragica per il nuovo Centro di permanenza temporanea di Torino in C.so Brunelleschi.
Costato 12 milioni di euro per la prima metà dei lavori in muratura, più “civile” e più “sicuro” - nelle intenzioni della Prefettura - era entrato in funzione in gran segreto lunedì mattina.
Doveva essere un periodo di rodaggio.
Sessanta persone trattenute, che diventeranno 130 a lavori ultimati.
Sabato mattina alle 8.00, in quella che i detentuti definiscono “Zona rossa”, cella numero ‘2’ è stato trovato morto Hassan Nejl, trattenuto da dieci giorni al Cpt con un decreto di espulsione firmato dal questore di Padova. “Era nel suo letto con la schiuma alla bocca - raccontano - abbiamo urlato tutta la notte per chiamare i soccorsi, ma non è venuto nessuno. L’hanno trattato come un cane”.

27
Mag

Comunicato stampa in merito al processo del 28 maggio a Lucca

Razzisti e teppaglia fascista impuniti!
Chi esprime solidarietà inquisito!

Dar fuoco a centri sociali, scagliare molotov contro immigrati e massacrare simpatizzanti di sinistra è diventato uno “sport nazionale” grazie anche al clima di veleni che la destra xenofoba e razzista ha seminato in questi anni ed alla silenziosa complicità del centro-sinistra che, di fatto, si è allineata alla destra nella demagogica propaganda sulla sicurezza.
Ma sicurezza per chi? Non certo per il lavoratore che muore bruciato o cade da un ponteggio. Non certo per il migrante che dorme all’addiaccio o per l’omosessuale o per il giovane di sinistra che incrocia i soliti squadristi. Questo clima non è spuntato dal nulla; da anni germoglia nella nostra società che, ogni giorno, diviene sempre più egoista, individualista, intollerante e, persino, razzista.
Il 1° febbraio 2004 a Viareggio, un duplice incendio di natura dolosa colpì il centro sociale “SARS” e un container di Rifondazione Comunista dove dormivano saltuariamente alcuni migranti. Sui criminali incendiari che attentarono alla vita non fu aperta alcuna indagine, in compenso la procura della Repubblica di Lucca indagò su 14 compagni, alcuni giovanissimi, colpevoli di avere promosso solidarietà e di aver denunciato questi gravi episodi in Consiglio comunale.
Le accuse di “interruzione di pubblico servizio e turbamento del Consiglio” sono ridicole e sono state, di fatto, smentite durante il dibattimento processuale. Gli stessi testimoni, pezze di appoggio del Pubblico ministero, hanno dichiarato che l’intervento di una compagna fu concesso per decisione dei capi-gruppo del Consiglio comunale.
In questi anni, abbiamo assistito ad un procedimento farsesco che aveva lo scopo di intimorire e schedare compagni e giovani impegnati politicamente. L’obiettivo non ha prodotto grandi risultati; infatti il dissenso e l’opposizione alle logiche di guerra, al razzismo, all’intolleranza non sono venute meno sul nostro territorio.
Il 28 maggio (34° anniversario della strage fascista impunita a Piazza della Loggia a Brescia) si terrà, sicuramente, l’ultima udienza e sarà emessa la sentenza. A prescindere dal tipo di verdetto, la verità è già emersa: chi incendia, devasta e compie azioni razziste rimane impunito, chi esprime solidarietà ed organizza lotte ed iniziative viene inquisito e processato.
Di fronte al dilagare di fenomeni squadristi e razzisti (non dimentichiamo le violenze a Lucca e a Torre del Lago) e di fronte all’incremento della repressione contro chi esprime posizioni di dissenso (migliaia sono i procedimenti penali dal 2001) il nostro invito è a riflettere e a mobilitarsi.

Spazio Antagonista di Resistenza Sociale (SARS)
Circolo “Partigiani Sempre”
Dada Viruz Project
Partito della Rifondazione Comunista Viareggio
Assemlea di Lotta e di Libertà di Movimento
CSA La Comune Massa
Partito Comunista dei Lavoratori sez. Lucca e Versilia
Sinistra Critica Versilia
Partito dei CARC di Viareggio
Rete del Precariato Sociale Apuoversiliese
Le/I Giovani Comuniste/i della Versilia,
Movimento d’Azione Socialista Libertaria
Gruppo Autonomo Viareggio

22
Mag

5 ANNI: LA REBELDíA NON SI FERMA, LA REBELDíA NON SI SGOMBERA!

30 Maggio 2008. Rebeldìa compie 5 anni e per noi è una giornata di festa. 5 anni di movimento senza soste in città e non solo, attraversando le grandi lotte da quelle contro la guerra fino a Vicenza, dalle manifestazioni con i migranti contro i cpt alle mayday per rivendicare diritti e reddito. Una storia fatta di occupazioni, di sgomberi, di denunce e di luoghi abbandonati che abbiamo restituito alla città e a tutte e tutti coloro che ci vivono, ci studiano, ci lavorano…ma soprattutto una storia che continua e che cresce sempre più. Centinaia sono le donne e gli uomini che abbiamo incontrato in questi anni e che abbiamo conosciuto, con cui abbiamo imparato a lavorare e cooperare per costruire un’altra città.
Il viaggio della Rebeldia inizia esattamente 5 anni fa:
Il 30 maggio del 2003 con ancora vivi in testa i fatti di Genova e l’esperienza nazionale del movimento contro la guerra con il Trainstopping iniziammo quel percorso che ha portato a far rivivere in città stabili abbandonati da anni a quello che può davvero essere definito degrado per mano di colpevoli e cieche amministrazioni locali noncuranti dei bisogni e della realtà di una città come Pisa.
Il primo luogo che non solo ha ospitato ma ha anche innescato il fermento del movimento pisano di quei giorni è stato l’Ex-Asnu, di proprietà dell’ Università, dal quale dopo 52 giorni di occupazione ci hanno sgomberato, ma dove siamo tornati, pochi giorni dopo, per ribadire che quell’esperienza di autogestione e di creazione di alternative in città non sarebbe certo terminata.
Nonostante le numerose denunce di quel momento che ancora oggi gravano su molti dei compagne/i rebeldi, non ci siamo mai arresi. Fu solo il trampolino per l’occupazione di altri due stabili dell’Università che liberammo e restituimmo alla vivacità di una città che stentava ad uscire all’aperto, intorpidita e assuefatta ad un governo della città che guardava solo ad una parte della città, ma che continuava ad ignorare i bisogni reali della gente come il lavoro, la salute, la casa e che continuava a violare diritti inalienabili per qualsiasi cittadino, che fosse italiano o straniero. Abbiamo poi restituito alla cittadinanza pisana altri due locali da anni in abbandono, passando da altri sgomberi e denunce, prima dell’assegnazione provvisoria dello stabile dell’Ex-Etruria, esperienza, questa, che ci ha permesso di gettare le basi di quello che oggi siamo, che ci ha permesso di mescolarci e di contaminarci, a patire dalla condivisione e dall’autorganizzazione non solo di una spazio fisico ma soprattutto di uno spazio politico e sociale, con le molteplici realtà associative della città, con molti dei collettivi autogestiti e con le comunità migranti della città. Da qui siamo poi riusciti nel 2006 ad ottenere, dopo una lunga e complessa trattativa con il Comune di Pisa, quello spazio situato in via Battisti 51/633, che oggi è lo spazio che viviamo quotidianamente da più di due anni, nel quartiere della stazione ferroviaria che oramai coabitiamo soprattutto con molti migranti e studenti.
Lo spazio che abbiamo costruito oggi a Pisa che è oramai diventato un progetto per una nuova cittadinanza e un laboratorio di azioni e pratiche di affermazione e riconoscimento dei diritti, il Progetto Rebeldia, è composto da 26 associazioni che offrono alla cittadanza che mai viene considerata tale, dalla consulenza amministrativo-legale per migranti, ai corsi di italiano e di internet, Dallo sport libero e gratuito, ad una proposta musicale e culturale non omologata, dagli spazi di discussione a quelli di denuncia di quel calcolato degrado che le istituzioni pisane hanno determinato ignorando i diritti e creando sempre più marginalità.
Questo oggi è uno spazio in cui la città dei precari, dei migranti, di chi non ha casa, di chi non riesce ad avere cure, ovvero la “città che non c’è”, ha finalmente voce e prende la parola ed è per questo che è diventato scomodo e che adesso il Comune di Pisa vorrebbe smantellare.
Questa e’ la nostra storia come è stata la storia di molti degli spazi sociali d’Italia, ed è quindi un progetto per quello che è diventato e per quello che ancora può diventare e fare in città, ma solo se otterrà la stabilità e la continuità delle proprie attività e delle proprie iniziative.
Proprio per questo il 7 Giugno saremo in piazza con un corteo che speriamo e crediamo numeroso per riprendere nuovamente la parola e difendere determinati il Progetto Rebeldia nello spazio di via Battisti 51/633.
I nostri 5 anni li festeggeremo ancora una volta per le strade della città per difendere ciò che abbiamo costruito in tutti in questi anni e che nessuno mai ci potrà togliere.

Laboratorio delle disobbedienze Rebeldìa

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20
Mag

comunicato dell’assemblea aperta cittadina organizzatrice della manifestazione

Dodicimila persone hanno sfilato oggi a Verona per ricordare Nicola

Circa dodicimila persone hanno sfilato oggi a Verona per ricordare Nicola Tommasoli, il giovane ucciso nella notte tra il 30 aprile e il 1 maggio da cinque simpatizzanti dei gruppi neofascisti. Per Nicola la manifestazione si è fermata davanti alla chiesa di San Fermo, per un minuto di silenzio e un lungo applauso, per portare fiori e ricordi sul luogo della sua morte, lì a pochi metri, a Porta Leoni.

A questa grande e importante manifestazione si deve aggiungere quella altrettanto importante e significativa che le organizzazioni dei migranti hanno promosso in piazza Bra. Da queste manifestazioni nasce una nuova Verona che vuole propagare una nuova sensibilità fatta di socialità vitale e tolleranza. Il corteo – comunicativo, aperto, partecipato, pacifico – è stato aperto da uno striscione disegnato da un artista/writer amico di Nicola, portava questa scritta: “Nicola è ognuno di noi”.

La manifestazione, promossa dall’Assemblea aperta cittadina, ha fatto appello alla coscienza civile e alla capacità di autocritica di Verona per sconfiggere l’intolleranza e la discriminazione, un atto d’amore verso la città stessa, perché è proprio dalle condizione estreme che possono nascere pensieri e pratiche vivificanti, perché è proprio dal dissenso che possono nascere sensibilità, coscienza, saperi nuovi. E’ necessario quindi costruire progetti per nuove sensibilità, forme di vita libere.

Erano presenti molti cittadini, uomini e donne, ragazze e ragazzi, associazioni culturali, musicali, teatrali, sociali di Verona e del territorio. Tra i molti striscioni anche uno degli amici di Nicola, con la scritta: BIBOA, una gioiosa imprecazione inventata da Nicola stesso. Molte anche le realtà giovanili e i centri sociali di varie città, da Roma a Brescia, da Padova a Bologna.

A metà corteo, qualche tafferuglio provocato da poche persone è stato pacificato dai manifestanti stessi. Il corteo si è concluso a piazza Erbe e in piazza Dante con gli interventi delle realtà che hanno organizzato e partecipato alla manifestazione.

Si è manifestato per ricordare chi ci è stato affine. Non ha importanza se Nicola si dichiarasse antifascista o meno. In questi anni di ripensamenti e ricombinazioni sociali, culturali, politiche, esistenziali, abbiamo imparato a definirci non per quello che siamo ma per ciò che non siamo. A differenza dei suoi assassini Nicola non era nazista, non era fascista, non era razzista, non era leghista, non era un reazionario. Sappiamo ciò che non siamo, ciò che saremo dobbiamo
inventarlo. Lontani dalle passioni tristi, gioiosamente, naturalmente, vivere come l’aria che si respira, come ha fatto Nicola. A Nicola piacevano il surf, la montagna e il colore arancio. Skate: ebrezza e surf dell’anima. Montagna: tregua, respiro, silenzio. Colore arancio: vitalità e spiritualità. Immaginazione. Vita contro la morte

Assemblea aperta cittadina

13
Mag

Da Massa per la manifestazione antifascista di sabato a Verona

il coordinamento antifascista promuove la partecipazione alla manifestazione di sabato a Verona, innanzitutto attraverso un presidio che si terrà mercoledì 14 alle ore 16 presso la ex P.zza delle Corriere a Massa.

Per informazioni sulla partecipazione al corteo:

340 0692837 / 333 4639178

08
Mag

Lettera aperta a tutte le Anpi d’Italia

Chi non si schiera si è già schierato

Sono finite da pochi giorni le celebrazioni per il 63° anniversario della Resistenza, ma noi vogliamo ricordarne una, quella di 33 anni fa, tenuta pressa l’Università degli Studi di Padova dove si affermava che “l’altro aspetto della Resistenza è, infatti, la sua universalità. Non si può celebrare una particolare Resistenza storica senza celebrare insieme ogni altra Resistenza, tutte le Resistenze passate e in atto, quelle che gloriosamente segnano un nuovo destino di libertà dei popoli che questo destino hanno pagato, seminando ogni angolo della terra di morti per giungere ad un’alba di giusta pace, e quelle che ancora duramente e tra mille sacrifici si aprono anche oggi, ogni giorno, ogni notte, sotto le raffiche della violenza liberticida, un cammino verso ancora lontani porti di pacificate famiglie e di focolari sognati nella luce di una inesausta speranza umana”.

Tra poco, esattamente l’ 8 Maggio si aprirà a Torino la Fiera del Libro che avrà come “ospite d’onore” Israele, una scelta che ci sembra in linea con l’affermazione fatta nel 1969 da l’allora primo ministro Golda Meir “Non è che in Palestina c’era un popolo palestinese che si considerava tale, e noi siamo arrivati e gli abbiamo sottratto la sua terra: esso semplicemente non esisteva”.

La Palestina invece esisteva, come esisteva ed esiste tutt’oggi il suo popolo anche senza terra, un popolo che nell’anno in cui Israele pretende di festeggiare la sua nascita, nel ‘48, ricorda quella data come l’inizio della Nakba, il disastro, la catastrofe, l’apocalisse, termine per indicare proprio quell’insieme di eventi che determinarono la loro dispersione e la creazione dello stato di Israele in terra di Palestina. Forse nessun altro termine può indicare con la dovuta precisione e intensità le sorti di questo popolo la cui tragedia continua ancora oggi. Per occultare la cacciata di un popolo intero, si è ricorsi a termini come “partenza”, “trasferimento”, “fuga”, così come si è tentato di riscrivere la storia e far dimenticare il continuo processo di svuotamento del territorio palestinese iniziato negli anni ‘47 e dovuto ad un’espulsione di massa attuata con il terrorismo e la violenza.

Deir Yassin, Saffuriyya, Zakariyya, Isdud, Ramleh, Ludd, Kawfakha, Innata, Faluja, Abu Shushe, Hittin, Ayn Hawd, Al-Walaia, Salama, Iqrit, Al Bassa, Chaifa, sono i nomi di alcuni villaggi che vennero evacuati con le “buone o con le cattive”. Delle buone non abbiamo traccia, mentre delle cattive esiste un lungo elenco che arriva fino ad oggi, e tra le quali vogliamo ricordare il massacro compiuto il 9 aprile 1948 nel villaggio di Deir Yassin dove 254 uomini, donne e bambini furono assassinati, tra questi 25 donne incinte, 52 madri con bambini di pochi mesi e circa 60 tra donne e ragazze. Un massacro ripetuto nel 1982 in Libano con la parola d’ordine “bisogna fare un altro Deir Yassin per espellere i palestinesi”.

Il 17 settembre del 1982, 400 carnefici scelti fra il fior fiore del falangismo, cioè la destra “cristiana” libanese, furono introdotti nei campi profughi di Sabra e Chatila in accordo con le truppe israeliane dirette da Sharon, allora Ministro della Difesa (nel 1948 appartenente alla formazione terroristica Haganà): 3000 persone, a maggioranza donne e bambini furono uccisi nei modi più barbari. L’eccidio fu un’operazione politica premeditata, ispirata dalla fedele volontà di seminare il panico fra i palestinesi, con torture prima dell’assedio, mutilazioni, dinamitaggio di case con gli abitanti chiusi dentro, fucilazioni di intere famiglie, meno un superstite lasciato vivo in ciascun nucleo famigliare perché potesse raccontare e spargere il terrore. Il massacro si inquadrava in una logica precisa “espellere i palestinesi verso le linee siriane e non permettere loro di tornare”.

Perché raccontare ancora queste cose? E cosa c’entra la Resistenza?

Perché i racconti dei sopravvissuti ai massacri del ‘48, a quelli di Sabra e Chatila, sono i racconti dei nostri nonni, dei nostri anziani, dei sopravvissuti agli eccidi nazi-fascisti, dei nostri partigiani, perché è la stessa la logica che sta dietro questi stragi e che ha portato alla eliminazione quasi totale di una comunità in una zona che doveva essere desertificata per motivi strategici e nella quale si muovevano le formazioni partigiane (come fu per il Libano). Azioni stragiste che avevano come finalità la repressione antipartigiana, la politica di far “terra bruciata”, il depauperamento del territorio, la preparazione di operazioni militari.

Paragonarli è naturale perché tra sionismo e fascismo esiste la stessa radice ideologica e le stesse pratiche genocide, il sionismo come il fascismo è totalmente contrario ad ogni aspirazione di progresso, di democrazia e di libertà. Ideali che animarono la nostra Resistenza, senza i quali la Resistenza non sarebbe vissuta, senza i quali gli uomini e le donne che vi aspirano non potrebbero progredire.

Denunciare la politica del massacro, espansionistica, colonialistica di Israele significa essere antisemiti? Noi crediamo che la continua equiparazione tra antisionismo e antisemitismo, fatta anche dal Presidente Napolitano sia strumentale.

Esiste una ricca documentazione, per chi volesse controllare, che stabilisce la volontà già prima del ‘48, su precisi orientamenti politici, di attuare e perseguire misure militari per prendere possesso della Palestina. Prima del ‘48 tutte le operazioni svolte, da quella dell’acquisto di terra, dall’espulsione di lavoratori arabi dalle aziende ebraiche, alla formazione di un sistema economico sionista, fanno vedere come ci si preparava alla presa della Palestina e come la Shoah fu utilizzata per giustificare la pretesa di quella terra.

Perché gli ebrei non hanno mai cercato di parteggiare per le sorti di un popolo, con il quale in parte avevano condiviso e vissuto?

Come mai non si sono mai indignati contro i massacri diretti, eseguiti e ordinati da Sharon, pur conoscendo le sue responsabilità politiche e militari, ma anzi lo hanno eletto a proprio rappresentante politico-istituzionale?

Come mai non si sono mai indignati per il massacro di Sabra e Chatila, pur sapendo dalla diretta testimonianza di uno dei falangisti assassini, intervistato dalle televisioni israeliane, come si erano svolti i fatti?

Come mai sono restati muti davanti al motto “… fare come a Deir Yassin per espellere i palestinesi!”?

Come mai non si indignano quanto gli arabi vengono definiti “sottospecie o cani”? Eppure non era così che i nazisti definivano gli ebrei?.

Come mai hanno accettato che Israele non abbia mai riconosciuto e applicato le risoluzioni dell’ONU, se non nelle parti che lo interessavano?

Come mai non si sono ribellati alla costruzione del Muro, ai check point, al rifiuto di rientrare impartito ai profughi, alla privazione dell’acqua, dei diritti e della terra ai palestinesi, all’insediamento dei coloni e alla violazione dei diritti umani sanciti dalla Convenzione di Ginevra del 1949?

Forse gli ebrei dovrebbero dichiarare apertamente, ed al mondo intero, che sostengono, appoggiano e riconoscono uno stato sionista e la sua politica colonialista, uno stato che si avvale delle complicità internazionali. Uno stato che grazie al silenzio europeo ed al pieno sostegno militare, economico e politico degli Usa, continua la sua politica segregazionista, razzista e fascista.

Si vuole ricordare che nel 1982 proprio in Libano tra le cosiddette “forze multinazionali di pace” c’era anche quella italiana, che non fece rispettare l’accordo di garantire la sicurezza dei civili palestinesi in cambio dell’evacuazione dei feddayn, lasciando libero il campo ai macellai sionisti e ai falangisti.

Abbiamo iniziato questa lettera ricordando l’universalità della Resistenza. É in nome di quella universalità di valori e contenuti che non possiamo sottrarci dallo schierarci, perché come diceva Gramsci “odio gli indifferenti, odio chi non parteggia. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria. Non è vita… Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

L’universalità della Resistenza ci ha insegnato che nessun intervento straniero, nessuna opera di corruzione e di infiltrazione, nessun assassinio politico, come nessun eccidio o guerra guidata o teleguidata dallo strapotere economico, potrà mai prevalere, se non per breve tempo, sullo spirito di Resistenza di un popolo calpestato, strumentalizzato, schiavizzato, ingannato, torturato, soffocato in ogni sua manifestazione ed in ogni sua esigenza di vita. Questa lezione storica è li, davanti agli occhi di tutti.

La libertà e la giustizia sono indivisibili.

Siamo per la giustizia e ci battiamo per la libertà e l’indipendenza effettiva, per tanto siamo coerenti per il diritto all’effettiva libertà, indipendenza e giustizia di ogni popolo.

Noi pensiamo che tutti quelli che nutrono un sentimento antifascista, tutti quelli che hanno conservato il senso della vita e dell’umanità non possano che considerare un insulto l’invito di Israele alla Fiera del Libro di Torino, per questo ci schieriamo risolutamente e apertamente al fianco del popolo palestinese e della sua lotta, in sostegno e solidarietà a tutti i popoli che lottano contro l’imperialismo.

Vi invitiamo a partecipare alla Manifestazione Nazionale per la Palestina, che il 10 Maggio si terrà a Torino durante i giorni della Fiera del Libro. Il concentramento è alle ore 15.00 in Corso Marconi. Per ulteriori informazioni: http://www.forumpalestina.org/

A.N.P.I. Giovani di Massa

08
Mag

Verona: sabato 17 manifestazione nazionale

dall’Agenzia di Radio Onda d’Urto
Mag. 07 Ore: 14.12. Sono tutti rinchiusi nel carcere veronese di Montorio i cinque neo-nazisti che la notte del primo maggio scorso hanno picchiato a morte Nicola Tommasoli. L’ipotesi d’accusa è per ora di omicidio doloso. Domani mattina si terrà l’interrogatorio dei cinque arrestati, mentre stamattina si è tenuta la prima fase dell’autopsia sul corpo di Nicola: un passaggio fondamentale per stabilire, dal punto di vista legale, se si tratti o meno di un’azione studiata a tavolino. Nella giornata dei funerali, previsti in forma privata domani o venerdi, si terranno presidi antifascisti in diverse città italiane. Ieri sera un’assemblea di movimento tenutasi nella città scaligera ha inoltre deciso di lanciare la proposta di una manifestazione nazionale contro il fascismo ed il razzismo per sabato 17 maggio a Verona.

06
Mag

Comunicato delle/degli antifasciste/i veronesi

Nella notte tra il 30 aprile e 1 maggio a Verona, in pieno centro, un gruppo di fascisti di Forza Nuova ha pestato brutalmente un ragazzo di 29 anni di nome Nicola riducendolo in fin di vita e in coma irreversibile. L’unica “colpa” del ragazzo è stata quella di rifiutare una sigaretta e non accettare l’atto arrogante e intimidatorio dei 5 neofascisti, un pretesto già usato in altre aggressioni per dare il via al pestaggio. Queste squadracce di nazi fascisti è oltre 3 anni che scorrazzano impunemente per il centro di Verona aggredendo, picchiando, derubando e accoltellando chiunque sia “diverso” : l’immigrato, il comunista, l’anarchico, quello con i capelli lunghi o con l’orecchino…. l’importante è fare “pulizia” nella “loro” città. La loro ferocia è rivolta a chiunque non entri nei loro canoni estetici o non sia immediatamente pronto ad abbassare lo sguardo e cambiare velocemente marciapiede al loro passaggio. Ricordiamo che da anni sono avvenuti pestaggi a danno di compagni/e, accoltellamenti a militanti antifascisti e una miriade di aggressioni e furti a ragazzi e ragazze solo perché avevano un Kebab in mano o perché semplicemente non gli piacevano ed erano nel “loro” territorio. La polizia, e in primis i carabinieri di Verona con la complicità della stampa e della televisione asservita e obbediente, per tre giorni hanno tentato in tutti i modi di coprire la matrice politica di estrema destra e hanno materialmente dato la possibilità ai fascisti assassini di poter scappare all’estero e nascondersi.
Questa continua copertura a Forza Nuova, a Fiamma Tricolore, Veneto Front, altri infami nazi fascisti e beceri razzisti, a Verona, è possibile grazie ad una serie di coperture date dal fatto che una buona parte di questi lerci individui appartengono a quella che viene definita verona bene, l’elite della verona che sfrutta e produce. Con l’avvento del sindaco Tosi i paladini della verona pura hanno trovato piena legittimità vedendo lo stesso aprire i loro cortei segnati da slogan neonazisti e a selve di braccia tese. Gli slogan lanciati dallo stesso sindaco Tosi e la sua cricca fascista che lo appoggia e lo sostiene anche in consiglio comunale con Andrea Miglioranzi e vari fascisti ripuliti di Alleanza Nazionale, non sono altro che l’appoggio a queste infami squadracce, che hanno il compito di ripulire dove polizia e i vari sgherri al soldo dello stato e del comune non possono arrivare. Questo delirio sicuritario delle ronde e delle squadracce è figlio della mentalità Leghista e dell’estrema destra che ha sempre sostenuto attivamente il sindaco Tosi. Queste aggressioni e l’assassinio di Nicola rispondono alla mentalità leghista e fascista che ormai da anni ha sviluppato la maggior parte dei “bravi” e “onesti” cittadini veronesi, che con sbirri, prefetti, e istituzioni locali, hanno dato carta bianca a questi gruppi di nazisti balordi, in nome della sicurezza e della “pulizia cittadina” e dell’eliminazione di ciò che non è uniforme.
Le istituzioni e le sinistre revisioniste riformiste hanno creato questi mostri che si sentono investiti del potere di stabilire le regole nelle città, dove la parola sicurezza significa persecuzione del diverso, mentre nello stesso territorio quella che manca è la sicurezza sul posto di lavoro, che porta a continue tragiche morti, per il profitto della classe padronale dalla quale provengono gli stessi assassini fascisti di Nicola.

Morire ancora per mano fascista ad oltre sessant’anni dalla liberazione non deve essere tollerato! Ci appelliamo a tutte le realtà antifasciste ad autorganizzarsi per stroncare queste formazioni fasciste che tutt’oggi aggrediscono ed uccidono.