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09
Set
08

Alemanno e la storia

“Il fascismo non fu così male”

Gianni Alemanno, sindaco di Roma, è in Israele. In una dichiarazione rilasciata in una pausa del tour, l’esponente di Alleanza nazionale, in riferimento al fascismo e alla definizione di ‘male assoluto’ espressa da Gianfranco Fini in passato, il politico di destra ha detto al ‘Corriere della Sera: “Non lo penso e non l’ho mai pensato: il fascismo fu un fenomeno più complesso. Molte persone vi aderirono in buona fede e non mi sento di etichettarle con quella definizione. Il male assoluto sono le leggi razziali volute dal fascismo e che ne determinarono la fine politica e culturale. Nella mia esperienza, dentro l’Msi di Giorgio Almirante, chi era antisemita veniva espulso”.

La frenesia della dichiarazione è un male comune per i politici italiani e ad Alemanno ha giocato anche in passato brutti scherzi. In realtà Almirante scrisse nel 1940: “ll razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto lo spirito alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d’una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore. Altrimenti, finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose – fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue”.

Ad Alemanno possono essere ricordati alcuni fatti. Tra il 1919 e il 1922, durante le spedizioni punitive delle bande fasciste contro gli avversari democratici, si calcola siano stati uccisi circa cinquecento oppositori. Il parroco di Argenta, don Giovanni Minzoni fu assassinato in un agguato da due uomini del gerarca Balbo, nel 1923. Nel giugno del 1924 toccò a Giacomo Matteotti, rapito e giustiziato. Nel 1926 morì in esilio Piero Gobetti, per le conseguenze di un feroce picchiaggio subito due anni prima. Giovanni Amendola spirò per le ferite riportate in un’aggressione fascista subita nel luglio 1925.

La legge n. 2008 del 25 novembre 1926 istitui il “Tribunale speciale per la difesa dello Stato”, che finì di operare solo nel 1943, alla caduta del fasismo. L’organismo, che aveva il compito di reprimere l’opposizione al regime, emise 5619 sentenze e 4596 condanne, Tra i condannati anche 122 donne e 697 minori. Le condanne a morte furono 42, delle quali 31 eseguite, mentre gli anni di carcere infilitti agli antifascisti furono 27.735. Tra le vittime del Tribunale, Antonio Gramsci, che morì in carcere nel 1938 e il presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Con le leggi razziali del 1938 cominciò la negazione dei diritti civili agli ebrei. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, le retate. La prima il 16 ottobre 1943 a Roma. Degli oltre 1250 ebrei arrestati in quell’occasione più di mille finirono ad Auschwitz e di essi solo 17 erano ancora vivi al termine del conflitto.

Due sono i casi: Alemanno non sa la storia o è fascista e quindi ritiene poco rilevanti i giudizi storici su uno dei periodi più cupi della vita italiana. Speramo che il sindaco della capitale si sia solo confuso. Non sarebbe la prima volta.

23
Apr
08

conversioni

Alemanno: Buddha, patria e famiglia
Francesca Pilla (da il manifesto)


Immaginate Gianni Alemanno vagare alla ricerca dell’illuminazione, all’inseguimento del Nirvana, insomma monaco buddista. Lui con la croce celtica al collo, lui dell’ultradestra radicale, entrare in un monastero di Orvieto e uscirne dopo due giorni di meditazione, con un maestro comunista ortodosso che non ha mai nascosto i suoi orientamenti. Non è il frutto di una fantasia perversa, ma è realtà. Fino a un po’ di anni fa il Gianni alpinista era solito frequentare il monastero umbro di Luigi Maio. Uno dei discepoli più assidui, dicono alcuni monaci, e a quanto pare per oltre 15 anni. Si racconta che si sia avvicinato alla pratica meditativa per quel suo spirito montanaro e scalatore, ma che poi si sia lasciato prendere anche dall’introspezione, dalle seshin. Due giorni di concentrazione in cui per 14 ore non si fa altro che meditare 20 minuti e camminare per 10, proprio per liberare l’io dai bisogni terreni.
Alemanno non mancava mai gli appuntamenti nemmeno da ministro. Una volta al mese arrivava nella campagna di Orvieto il sabato con la sua scorta, si spogliava dei panni da postfascista, lasciava il cellulare e diventava uno come gli altri. Da un po’ medita in solitudine, non si reca più al monastero, per paura di essere attaccato dai suoi e anche perché gli alti ambienti ecclesiali non avrebbero gradito che un cattolico ortodosso e oltranzista si fosse lasciato andare a certe libertà. Nutrire l’anima senza preti, chiese, perdendosi in pensieri dove non ci sono verità e certezze, con un maestro spirituale non consacrato dal Vaticano è un eresia. E’ pur vero che esiste un filone di destra radicale «evoliano» che ai tempi dell’Asse con il Giappone trovava nella meditazione elementi di purificazione un po’ ascetici. Ma Alemanno vive nel XXI secolo e certi comportamenti «promiscui» non sono ammessi tra i fascisti, soprattutto se bisogna combattere matrimoni gay, cedimento dei valori tradizionali, emorragie di cristiani e la conseguente perdita di potere per il Vaticano. Così Alemanno, oggi candidato proprio alla guida della capitale, ex sacro romano impero, deve abiurare uno dei suoi tre «credi», tra patria, dio e buddha, l’ultimo ci rimette.
Anche se il suo maestro non la vede così. «Qui da noi – spiega Luigi Maio – nessuno chiede di cambiare orientamento o credo politico. Gianni è sempre stato un ottimo allievo anche perché quelli abituati a comandare in genere sono i più bravi ad obbedire. In Giappone ho incontrato una congrega di gesuiti che pregavano e praticavano zen. Non credo che le due cose siano in contrasto». Chissà cosa ne pensa papa Ratzinger!
18
Apr
08

L’allarme degli ebrei: attenti ad Alemanno

Roma  (da IL Manifesto)
La comunità ebraica romana guarda con preoccupazione al prossimo 27 aprile, giorno in cui si terrà il ballottaggio per il Campidoglio. Tanto che il neo presidente Riccardo Pacifici sta pensando di rivolgere un appello per prendere ufficialmente posizione contro certi apparentamenti giudicati troppo pericolosi, come quello tra il candidato sindaco di An Gianni Alemanno e la Destra di Francesco Storace e Daniela Santanchè. «Quando in un paese democratico una forza politica mette tra i suoi valori il fascismo – ha detto ieri Pacifici -, sentiamo il dovere di fare appello a quelle decine di milioni di italiani che si riconoscono nel centrodestra e nel centrosinistra per condannare chi ha atteggiamenti nostalgici nei confronti del fascismo».
Le preoccupazioni di Pacifici cominciano quando è ormai chiaro che per eleggere il sindaco di Roma bisognerà ricorrere al ballottaggio tra Francesco Rutelli e Alemanno e dalla necessita di quest’ultimo di stringere alleanze per cercare di strappare la vittoria. Gli ammiccamenti in corso tra An e esponenti della Destra come Teodoro Buontempo fanno capire dove Alemanno andrà a cercare i voti necessari. E come se non bastasse, poi, ieri sera lo stesso Storace ha annunciato che oggi chiederà al Comitato politico di autorizzare l’apparentamento nero.
Tutti fatti che preoccupano la comunità ebraica romana, ben consapevole che il movimento di Storace e Daniela Santanché ha fatto proprio delle radici fasciste uno dei suoi punti di forza.
«Non sta alla nostra comunità – ha spiegato Pacifici – decidere quali siano le alleanze per Alemanno e Rutelli. Il nostro ruolo è quello di esprimere valori, sentimenti e, in questo caso, anche emozioni, visto che le ferite del nazifascismo a 70 anni dalle Leggi razziali non sono affatto sopite e pesano ancora tra chi le ha subite, tra chi è stato portato nei campi anche grazie alle meticolose azioni dei collaborazionisti fascisti con i nazisti». Le parole di Pacifici arrivano dopo con cui la comunità ha accompagnato tutta la campagna elettorale sia per le politiche che per le amministrative.
«Un conto – ha spiegato Pacifici – sono esternazioni di questo stampo, così come atteggiamenti razzisti o xenofobi oppure ostili all’esistenza di Israele, da parte di un singolo deputato, un altro è invece quando certe dichiarazioni giungono da chi si è candidato come premier. Come nel caso della Sundance».



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