Post contrassegnati da tag ‘gelmini

24
Ott
08

Berlusconi denuncia i “facinorosi”, Studenti-Gelmini, dialogo flop

Il premier: “Nella protesta gruppi appoggiati da sinistra estrema e da giornali”
Veltroni: “Inutile replicare, tanto smentirà”. La risposta: “Sono abituato alle calunnie”

Il Cavaliere a deputati e senatori: andate in classe a spiegare la riforma
Falliscono i primi incontri col ministro: “Consultazione tardiva e di facciata”

ROMA – Nel giorno che precede la manifestazione in piazza del centrosinistra “inattendibile”, con il quale “non esiste possibilità di dialogo”, Silvio Berlusconi denuncia la presenza di “facinorosi” nelle proteste contro la riforma della scuola, che hanno “l’appoggio della sinistra estrema e dei centri sociali” e “il supporto dei giornali”.

Dilaga la mobilitazione studentesca e le parole del premier, dalla Cina, riaccendono la polemica dopo il dietrofront su un possibile intervento delle forze dell’ordine per placare la protesta. Da Roma, Walter Veltroni sostiene che è inutile replicare, tanto il premier smentirà. E quello affonda: “Non rispondo neppure. Ho la pelle dura, sono abituato a ricevere calunnie, metto tutto in un unico fascio”. Niente dialogo nemmeno fra Mariastella Gelmini e i ragazzi: si risolve in un nulla di fatto l’invito (“farsa”, come sostengono alcuni rappresentanti degli studenti) al dialogo, con la convocazione delle prime delegazioni al ministero dell’Istruzione. “Il decreto resta”, chiosa il ministro. La protesta si amplifica, con le forme più varie: cortei, volantinaggi, lezioni all’aperto, fiaccolate, occupazioni. In serata, sit in e tensione con le forze dell’ordine anche all’Auditorium di Roma, in pieno Festival del cinema.


<!–
OAS_RICH(‘Middle’);
//–>


“Facinoroso” chi protesta. “Chi manifesta può essere uno che si oppone perché non è d’accordo – spiega Berlusconi – ma da ciò che abbiamo visto, tantissime manifestazioni della scuola sono organizzate dall’estrema sinistra e dai centri sociali, come mi ha confermato il ministro Maroni. Si può ben dire che in queste manifestazioni ci sono dei facinorosi. Non tutti, piccoli gruppi. Con il supporto dei giornali”. Questa, per il premier, è la realtà. E a chi gli riferisce le critiche del centrosinistra ribatte: “Non mi interessa. Io ho una maggioranza in Parlamento, ho avuto un voto e apprezzamenti pubblici. Vado avanti col mio programma”. Ammicca a una soluzione “spiritosa” che avrebbe in mente per convincere gli studenti a smettere di occupare: “Quando sarà attuata la mia idea la vedrete, e mi direte che avevo ragione”. E lancia la “contromobilitazione”: deputati e senatori in classe per spiegare la riforma.

Gelmini-studenti, è flop. Il ministro dell’istruzione ha iniziato a incontrare alcune rappresentanze studentesche. Falliti i primi incontri con Uds e Udu. Lapidaria l’Unione degli studenti: “Non ci siamo seduti al tavolo. Abbiamo consegnato una lettera in cui si richiede il ritiro immediato dei decreti 133 e 137. Questa consultazione è tardiva e di facciata”. Dialogo chiuso anche per l’Udu: “Non è stata accolta la nostra richiesta di abrogazione degli art.16 e 66 della legge 133, per noi prerogativa per l’apertura del dialogo”. Gelmini fa sapere di aver chiesto ai ragazzi “se la scuola e l’università, così come sono, li soddisfino,
visto che non preparano al lavoro e non consentono loro di farsi un futuro. Non è vero che in Italia si spenda poco per l’istruzione – sostiene il ministro – siamo tra i primi d’Europa. E’ che si spende male”.

E Berlusconi lancia la “contromobilitazione”. Deputati e senatori in classe per spiegare la riforma della scuola. Il premier lancia la sua contromobilitazione per rispondere alle “falsità” della sinistra e difendere il piano Gelmini. Mercoledì scorso, dal quartier generale di Forza Italia, è arrivata una email a tutti i parlamentari del Pdl. Contenuto, due allegati: un pieghevole di otto pagine con punti salienti e ragioni della riforma, e un volantino in cui si critica l’atteggiamento dell’opposizione. Sarà questo il materiale che deputati e senatori utilizzeranno, ciascuno nel proprio territorio di competenza elettorale, per contrastare la campagna di “disinformazione” della sinistra sulla scuola.

Ancora cortei e lezioni all’aperto. Oggi nuove manifestazioni, tra le altre, a Milano, Napoli, Rovigo, Cagliari, Catanzaro e Bergamo. A Roma, corteo organizzato dall’Unione degli studenti dal Circo Massimo a piazza Navona. Nel pomeriggio sit in all’Auditorium, dove è in corso il Festival del cinema: qualche tensione iniziale con le forze dell’ordine, poi un presidio che si è sciolto dopo un paio d’ore.

(24 ottobre 2008)

24
Ott
08

beata ignoranza vs Calamandrei

Piero CALAMANDREI. A difesa della scuola pubblica

Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), a Roma l’11 febbraio 1950 – pubblicato nella rivista Scuola democratica, 20 marzo 1950.

Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.

Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori, si dice di quelle di stato. E magari si danno premi, come ora vi dirò. O si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A quelle scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.

Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.

Tratto da «Internazionale» 762, 19-25 settembre 2008, p. 21.

24
Ott
08

L’ira dei ragazzi miti “Berlusconi ci teme”

SCUOLA & GIOVANI

Roma, l’Onda occupa senza nostalgie. Non ci sono le assemblee oceaniche del ‘68
né le tensioni violente del ‘77. “Movimento più partecipato degli ultimi trent’anni”

“Ho 22 anni, e vivo ogni giorno sotto ricatto. Ora sono stufo. Finalmente posso respirare”

di CURZIO MALTESe

L'ira dei ragazzi miti "Berlusconi ci teme"


ROMA – “Sai cosa c’è? Alla fine uno si rompe le balle di avere paura. Ho 22 anni e vivo ogni giorno a sotto ricatto. Paura di non farcela a riscattare tutti i crediti, del contratto da precario in scadenza, di non poter più pagare l’affitto e dover tornare dai miei, di non trovare un vero lavoro dopo la laurea, della crisi mondiale e dell’aumento delle bollette. Campo a testa china e tiro avanti sperando che domani sia migliore. Ma se mi dicono che domani non c’è più, l’hanno tagliato nella finanziaria, allora basta. Non mi spaventa più Berlusconi che dice di voler mandare la polizia. Non mi spaventa nulla, sono stufo. E finalmente, respiro”. Marco è uno degli studenti della Sapienza che occupano la facoltà di Lettere. È lui ad aver proposto in assemblea alla Sapienza lo striscione che oggi è su tutte le facoltà occupate d’Italia: “Io non ho paura”, in risposta alle minacce di Berlusconi, al solito smentite. “Non scrivere leader, che mi sfottono. Promesso?”.

Sono le nove e sulla Roma autunnale è calata un’improbabile notte di primavera. Improbabile come questo movimento, nato nel momento peggiore, cresciuto oltre ogni previsione, senza neppure il tempo di darsi un nome. Per trovarlo hanno indetto un referendum sul sito della rivolta universitaria, www.UniRiot.org, e l’ha spuntata “Onda anomala”. In breve, “l’onda”, “noi dell’onda” dicono, come fossero contradaioli.

Avete presente il ‘68, il ‘77? Altra storia. L’arrivo alla facoltà occupata è confortante o deludente per chi ha in mente e negli occhi la Sapienza delle assemblee oceaniche sessantottine o il teatro di guerra della cacciata di Lama. C’è un gran silenzio. Si sentono echi di radiocronache di pallone, autoambulanze lontane, perfino un coro classico che prova nella facoltà di Fisica. Pochi ragazzi nella piazza, sui viali qualche sperduto capannello. Vuoi vedere che è la solita montatura nostalgica di un ‘68 che non può tornare? Ma dentro le aule, i dipartimenti brulicano di centinaia di ragazzi che discutono, studiano, lavorano al computer, organizzano le manifestazioni del gran giorno, oggi, davanti al Senato. Tessono reti in tutta Italia ed è un bollettino di guerra: “Ore 11: Occupata Roma Tre! Ore 15: occupata Ingegneria! Ore 19: occupata l’Orientale di Napoli!”. E poi Firenze, Cagliari, Napoli, Bologna: “Stiamo vincendo!”. Giancarlo Ruoco, capo dipartimento di Fisica, 49 anni, un passato giovanile nei movimenti, osserva: “Il paragone di numeri col ‘77 è improponibile, ma di sicuro questo è il movimento studentesco più partecipato degli ultimi trent’anni. Non c’è Pantera o protesta contro la riforma Moratti che tenga. Allora eravamo quasi più docenti che studenti in piazza. Ora sono il doppio, il triplo, e sembrano decisi ad andare fino in fondo”


Quando i telegiornali della sera hanno diffuso il diktat poliziesco di Berlusconi, i ragazzi più grandi hanno brindato con birre e applausi, fra gli sguardi perplessi e intimoriti delle matricole. Che c’è da festeggiare se il premier minaccia manganellate? “Il fatto è che gli stiamo mettendo paura, noi a loro. È la reazione scomposta di uno che si sente debole, che non si aspettava tutto questo, non ha una strategia e pensa di risolvere al solito modo, con la polizia, come si trattasse di rifiuti, camorra o periferie insicure”. Chi parla è Luca, 23 anni, un’ottima laurea in lettere a Milano, venuto a Roma per specializzarsi in filologia romanza. È di Monza: “Perfino lì hanno cacciato la Gelmini da un comizio, e non se l’aspettava. A Monza, dov’è nata la Lega, cinquant’anni di Dc. Non hanno proprio capito che la politica non c’entra, la sinistra qui non comanda niente. Quando è venuta la ragazza mandata da Veltroni (Giulia Innocenzi, ndr), chiaramente in vista della manifestazione di sabato, le abbiamo strappato i volantini. La Cgil ha cercato di mettere il cappello sul movimento e li abbiamo costretti ad arrotolare le bandiere rosse. Per me il Pd significa poco, l’opposizione è inesistente, Berlusconi non è chissacché, non mi suscita nessun sentimento. È soltanto un vecchio che fa discorsi vecchi. Insomma, qui non c’entra la politica, c’entra la vita. Il mio futuro, quello di Francesco, Vanessa, Ilaria…”.

“La mia vita attuale è questa. Studio come un pazzo per finire in fretta e bene, lavoro in un call center, dormo in una camera a 500 euro al mese. E sopporto pure che un Padoa- Schioppa o un Brunetta o una Gelmini mi diano del bamboccione o del fannullone. Ma non che taglino i fondi all’università per fare affari con l’Alitalia, aiutare la Fiat o le banche dei loro amici. La crisi io non la pago. Questa settimana di proteste è stata la più bella esperienza di questi anni. Si respira, si parla, si discute dei sogni, del futuro. Penso sia un mio diritto. Ai vostri tempi era magari diverso. I corsi universitari duravano mesi, avevi sempre gli stessi compagni, gli stessi professori. In ufficio o in fabbrica eri solidale con l’altro operaio o impiegato. Ora io seguo decine di corsi dove non incontro mai le stesse persone e poi lavoro in un call center dove il mio vicino di scrivania cambia sempre, a ogni turno, senza contare che abbiamo tutti le cuffie e non c’è neppure la pausa caffè. In questi giorni ho alzato la testa, mi sono guardato intorno, ho conosciuto studenti da tutta Italia, mi sento vivo”.

E’ un rivolta di bravi ragazzi, della nostra meglio gioventù. Non è una rivolta contro i padri, come furono le altre, ma di giovani che prendono sul serio le parole dei padri. Vogliono studiare, uscire di casa, fare carriera per meriti e non per conoscenze, crescere insomma e scoprono che in Italia non è possibile. Non è possibile per un giovane essere “normale”. Da qui la rabbia di questi ragazzi miti. Anche un po’ secchioni. Luca e altri, con Francesco e Vanessa, ieri ospiti di Santoro, hanno tirato l’alba a studiare la legge Gelmini nei minimi particolari, scovando un’infinita serie di contraddizioni. Un bel lavoro e anche una lezione per l’opposizione parlamentare che deve aspettare la Gabanelli per accorgersi della norma salvamanager infilata nel decreto Alitalia. “La legge è piena di cazzate” mi spiegano “Taglia i fondi per la ricerca, che in Italia è l’uno per cento del Pil contro il tre della media europea e del trattato di Lisbona. Riduce il numero dei ricercatori che da noi sono tre ogni mille abitanti, contro l’obiettivo di otto. Non taglia le sedi universitarie, che in Italia sono 115, più di una per provincia, con decine di corsi frequentati da un solo studente. Soltanto Roma ha sedi decentrate a Civitavecchia, Rieti, Pomezia: Ma quelle rispondono a interessi clientelari”.

Ilaria, che incontro a Fisica, “ci vediamo sotto la lapide di Fermi”, snocciola dati statistici come formule, sospira e conclude: “Non che m’interessi più di tanto, perché fra un anno vado in Inghilterra. Però mi sembra giusto dirlo, protestare finché si può”. Il Dipartimento di Fisica, quello di Fermi e Amaldi, è il fiore all’occhiello della gloriosa e ormai sfasciata Sapienza. E’ quarta nelle classifiche europee, fra le prime dieci del mondo, dentro un’università che non compare neppure fra le prime cento. La fuga dei cervelli all’estero è la norma e cresce di anno in anno.

Nell’”Onda” Fisica è stato il laboratorio creativo. Il corpo docente, fra i migliori d’Italia, ha appoggiato senza riserve la protesta. “Tanto con l’appello contro la lectio magistralis del Papa ci aveva già criminalizzato. Peggio non può succedere”. Fernando Ferroni, professore di fisica delle particelle elementari, presidente dell’istituto nazionale di fisica nucleare, uno degli scienziati che ha collaborato all’accensione dell’Lhc al Cern di Ginevra, è solidale ma pessimista sulle sorti dell’Onda: “Hanno ragione da vendere ma il clima culturale è il peggiore possibile. Non c’è sensibilità per questioni complesse come la formazione, la ricerca. Il governo fa discorsi primitivi, insensati ma efficaci. L’opposizione ne sa poco o nulla. Non ha capito la portata del disegno. Qui stanno dismettendo l’istruzione pubblica, un pezzo per volta. E’ una cosa mai successa in nessuna parte del mondo civile. Negli Stati Uniti, il paese più malato di iper capitalismo, l’università pubblica rimane ancora fortissima. Uno studente di Fisica può scegliere di pagare quattromila dollari a Berkeley o quarantamila a Stanford, ma la qualità è la stessa, alla fine si spartiscono lo stesso numero di premi Nobel. Per non parlare dell’Europa. Qui invece fra pochi anni l’istruzione pubblica, di questo passo, sarà relegata alla marginalità, alla serie B, a quelli che non possono permettersi di meglio. Il tema è enorme, tocca l’essenza dei diritti di cittadinanza, ma temo che non passerà. Criminalizzeranno la protesta, faranno scoppiare qualche incidente, e i media andranno dietro l’onda, l’altra, quella del potere. Bisognerebbe bucare questo muro di conformismo, ma come?”

Gli studenti si sono posti il problema d’”inventarsi qualcosa di nuovo”, ne discutono in assemblea, su Internet, chiedono idee, consigli. “L’importante è evitare paragoni col passato, gli slogan in rima, le bandiere della politica, le stesse forme di lotta di fronte alle quali la gente dice “l’ho già visto”e passa oltre” spiega Laura, 23 anni, delegata alla comunicazione di Fisica. “Ci siamo inventati le lezioni in pubblico, con la lavagna a Piazza Farnese, un successo con i passanti che si fermavano a chiedere. Venerdì (oggi, ndr) saremo a Montecitorio”.

Sono rimasti a discutere le nuove forme di lotta fino alle tre, poi è entrato Stefano con le birre. “Che ha fatto la Roma?” “Lasciamo perdere… Aò, ma la volete smettere col dibattito? E fateve ‘na birra, ‘na canna, che so”. Bisogna fare la colletta per i cornetti. Che cosa? “Al picchettaggio offriamo cornetti agli studenti che vogliono entrare. Li hai mai visti i picchetti con i cornetti? Lo voglio vedere Berlusconi che manda l’esercito. A noi non ci fregano con le provocazioni, non ci vedrai mai fare questo”. E mostra il gesto della P38″. Chissà se non li fregano. Quarant’anni fa era cominciato con le colazioni ai bambini poveri, i sit-in pacifici, il clima da “Fragole e sangue”, ingenuo e fiducioso. Fino alla prima carica della polizia. Stefano prende la chitarra, sono ormai le tre, per tenere sveglia la truppa. Nella musica sono conservatori, l’eterno rock, i vecchi cantautori, da De Andrè a Ligabue, che ormai viaggia per i cinquanta. Alle quattro crolla pure il cantante, qualcuno si rinchiude nei sacchi a pelo, altri s’infrattano, qualcuno riprende a discutere fino all’alba, a parlare dei propri sogni, come tutti a vent’anni, mentre il sole sorge sempre da un’altra parte.

(24 ottobre 2008)

15
Ott
08

Appello: “Per l’Università: investimenti adeguati e interventi innovativi”

Dica133 lancia un appello all’accademia e ai cittadini italiani

 

Dica 133 (il coordinamento dei ricercatori precari del Polo delle Scienze Sociali di Firenze) ha deciso, a fianco delle altre forme di protesta che si succederanno nelle prossime settimane, di lanciare una lettera-appello per sensibilizzare il mondo dell’università, e tutta la cittadinanza in generale, sugli effetti distruttivi che avranno sull’intera Università italiana le misure contenute nella legge 133. Questa legge contiene pesanti tagli a carico del bilancio delle Università; applica il blocco delle assunzioni a un settore dove il personale è già molto anziano, e che si regge solo grazie a un esercito di precari; infine non introduce nessuna misura di trasparenza o di valutazione della qualità e del merito.

L’appello, dal titolo “Per l’Università: investimenti adeguati e interventi innovativi” mette in evidenza questi errori, ma punta a dare una risposta costruttiva, indicando le direzioni per migliorare l’Università, purtroppo ben diverse da quelle intraprese dal governo.

Le direzioni sono due: da un lato assicurare investimenti adeguati, e favorire il ricambio della classe docente; dall’altro, introdurre da subito alcune semplici misure di trasparenza e di valutazione di qualità a tutti i livelli: gestione dei bilanci degli atenei, carriere dei docenti di tutte le fasce, reclutamento dei nuovi ricercatori.

L’errore di questa legge infatti non è soltanto nell’insensatezza dei tagli, ma soprattutto nell’assenza di qualunque intervento di trasparenza e di riforma. Per questo motivo ci rivolgiamo ai docenti strutturati, che ancora forse non hanno chiaro l’impatto degli interventi; agli studenti, alle loro famiglie, ai professionisti e a tutti i cittadini che hanno a cuore l’università. Invitiamo tutti a sottoscrivere il nostro appello perché il governo inverta la rotta sull’affondamento dell’università italiana.

 

 

TESTO DELL’APPELLO

Per l’Università: investimenti adeguati e interventi innovativi

L’Università è uno dei luoghi chiave dove si costruisce il futuro di un Paese. E’ lì che molti completano la loro formazione di cittadini; è lì che si formano gli insegnanti, i professionisti e la futura classe dirigente; è lì che si sviluppano le idee e le tecnologie che scriveranno il futuro di un Paese moderno. 

Noi ricercatori precari rivendichiamo un’accurata conoscenza dell’Università italiana, e ci riteniamo parte in causa nei progetti che la riguardano, perché da anni ne assicuriamo, nei fatti, il funzionamento quotidiano. Come docenti a contratto (spesso – suonerà incredibile – a titolo gratuito, o con retribuzioni simboliche) teniamo molti dei corsi universitari, riceviamo gli studenti e svolgiamo i relativi esami. Come dottorandi, assegnisti di ricerca, o con altre vesti contrattuali, seguiamo molti studenti nelle loro tesi, e svolgiamo una gran parte del lavoro quotidiano della ricerca, in progetti che portano spesso a risultati di livello internazionale. Come medici specializzandi, assicuriamo il funzionamento quotidiano di ambulatori e cliniche. 
Molti di noi rivestono contemporaneamente più d’uno di questi ruoli, ma sempre con un unico contratto temporaneo, spesso non rinnovato con continuità, e soprattutto nell’assoluta certezza che questi anni di esperienza non contribuiscono agli scatti di anzianità di una futura (ipotetica) carriera accademica, e non ci danno titoli da spendere sul mercato del lavoro (tranne nel caso in cui decidiamo, come molti nostri colleghi, di emigrare in Università straniere). Per tutti questi motivi riteniamo di poter esprimere un parere qualificato su quale direzione debba prendere oggi l’Università italiana. 
Purtroppo dobbiamo constatare che non si tratta della direzione delineata dall’attuale governo, a cui quindi ci rivolgiamo perché cambi la sua linea di condotta. Con questo non intendiamo addossare ad esso le principali responsabilità della situazione attuale (che ricade su vari governi precedenti, nonché sul dissennato governo locale di molti atenei), ma semplicemente chiedere un immediato cambio di rotta rispetto a una direzione sbagliata.

A nostro parere l’Università italiana ha drammatico, urgente bisogno di due cose. Da un lato, investimenti adeguati; dall’altro, interventi urgenti in direzione della trasparenza della gestione, del rinnovamento del personale, e della valutazione della qualità e del merito. 

La prima richiesta (investimenti adeguati) si fonda su un dato molto chiaro: l’Italia vanta una spesa complessiva per università e ricerca tra le più basse dei paesi OCSE. Ci saremmo quindi attesi dal governo una politica, se non di sviluppo, almeno di attenzione. Viceversa il governo, tra le altre misure, ha introdotto tagli molto pesanti per i prossimi anni; e – soprattutto – ha imposto limitazioni durissime alla sostituzione delle uscite con nuove entrate (turnover). Quest’ultima misura ci pare particolarmente paradossale, alla luce della composizione attuale del corpo docente. In molti atenei italiani la struttura non è – come dovrebbe essere – piramidale, ma paradossalmente a “piramide rovesciata”: ci sono più professori ordinari, che professori associati, che ricercatori, e il tutto si regge solo per la presenza di una enorme “piattaforma” di precari (noi). 
Una politica sensata dovrebbe prevedere incentivi al prepensionamento, aprendo quindi le porte (con selezioni trasparenti) a chi già ora sta reggendo l’Università sulle sue spalle. Invece il governo va nella direzione opposta bloccando i nuovi ingressi. Il risultato sarà una sostituzione che avverrà solo nel corso di moltissimi anni, portando a una riduzione complessiva del corpo docente di circa il 50%, mentre le necessità didattiche e di ricerca rimarranno pressanti. Non solo ciò ci sembra folle, ma privo di qualunque strategia. 

La nostra seconda richiesta è altrettanto semplice: l’Università italiana secondo noi può salvarsi solo se gli atenei vengono obbligati a una gestione trasparente, e se l’intero sistema si dota di sistemi di valutazione della qualità improntati alla massima chiarezza e responsabilità. Trasparenza, responsabilità e valutazione sono indispensabili a tutti i livelli: dal governo degli atenei (in particolare la gestione dei loro bilanci!), alle carriere dei docenti di tutte le fasce, ai concorsi per il reclutamento dei nuovi ricercatori. 
Tuttavia abbiamo ragione di pensare che tutto ciò al governo non interessi, in base a vari indizi. 
1) I tagli recentemente approvati con la legge 133 colpiscono tutta l’Università in modo indiscriminato, prescindendo da qualunque valutazione sulla qualità dei singoli atenei e dipartimenti (ignorando indagini specifiche effettuate dallo stesso Ministero negli scorsi anni), e rinunciando a qualunque giudizio sulla corretta gestione dei bilanci. 
2) Il governo ha completamente abbandonato alla sua sorte il progetto di istituzione dell’Agenzia Nazionale della Valutazione (fermato mesi fa dal Consiglio di Stato per vizi di forma). 
3) Il governo ha abbandonato nello stesso modo il regolamento-Mussi sui concorsi per ricercatore (anch’esso fermato mesi fa dal Consiglio di Stato per gli stessi motivi). Si trattava di un regolamento che – pur perfettibile – introduceva notevoli elementi di trasparenza rispetto all’attuale meccanismo di concorso. 
4) Se saranno confermati – sottraendoli al blocco del turnover – i fondi-Mussi per il cofinanziamento di nuovi ricercatori per il 2008 e 2009, i nuovi ricercatori verranno selezionati ancora una volta con la vecchia procedura di concorso, che – sappiamo per esperienza – non è in grado di impedire, in molti casi, manipolazioni anche gravi. 

Per fare una prova, si sa, bastano tre indizi: noi ne abbiamo elencati quattro, che ci suggeriscono uno scarso interesse per l’innovazione nell’Università. Inoltre, dato lo stile “decisionista” di questo governo, il suo silenzio e la sua stasi su questi temi ci portano a maggior ragione a concludere che questi progetti – che aumenterebbero trasparenza e possibilità di valutazione della qualità – sono stati abbandonati. Evidentemente, al di là di vuoti proclami, migliorare l’Università non è una priorità. 

Invece al governo (e forse anche, riteniamo, ad altre forze politiche) sembra stare a cuore la possibilità per gli atenei di trasformarsi in enti di diritto privato. Ancora una volta si propone il controllo dei privati (tuttavia con fondi per ora solo pubblici!) come unica possibilità di far funzionare qualcosa, e si indica l’esempio degli Stati Uniti. Quello che tuttavia non riusciamo a capire è perché si pensa al sistema di un paese con caratteristiche storiche, culturali ed economiche diversissime da quelle dell’Italia, e non si riflette sul fatto che nessuno dei grandi paesi europei adotta questo modello. 

Ma pur con queste obiezioni, abbiamo immaginato come potrebbero funzionare le Fondazioni. In una situazione come quella italiana, riteniamo che lo scenario che si delineerà sarà ben diverso da quello degli Stati Uniti. In Italia le (poche) grandi imprese interessate a sostenere l’alta formazione e la ricerca lo stanno già facendo da anni con successo, ma solo in alcuni settori ben precisi, caratterizzati da ritorni certi sull’investimento. Quali altri soggetti avrebbero dimensioni sufficienti per farsi carico degli altri settori? Purtroppo la scarsità di grandi imprese in Italia lascia pensare che l’unico soggetto che potrebbe entrare in campo sono – ad eccezione di alcuni enti locali, che tuttavia dubitiamo avere spalle finanziarie abbastanza larghe per un simile compito – le Fondazioni bancarie. Ma fa un po’ ridere pensare che l’Università dovrebbe trovare finalmente innovazione e trasparenza dall’abbraccio con le Fondazioni bancarie. Enti che sono diretta emanazione di un mondo di banche locali non esattamente trasparente, che non molti anni fa un noto studioso definiva una “foresta pietrificata”. Siamo forse pessimisti, ma riteniamo che lo scenario futuro sia quello di un sistema universitario con pochi grandi poli nazionali di ricerca applicata, guidata quasi esclusivamente da grandi imprese; e tanti piccoli “super-licei” di provincia privi di ricerca, e quindi con una didattica di scarsa qualità (il nesso tra le due ci pare evidente), in cui le carriere seguiranno opache logiche legate ai sistemi di potere locali (di qualunque colore), senza più neanche un barlume di autorità statale a vigilare sulla trasparenza delle carriere e sulla qualità della didattica. Per tacere la futura scomparsa della ricerca di base, in tutti quei settori privi di un immediato ritorno economico. 

Con questo appello chiediamo quindi al governo di cambiare la direzione di marcia finora intrapresa – che riteniamo gravemente sbagliata – per intervenire invece garantendo investimenti adeguati, e riprendendo pochi semplici interventi in direzione della trasparenza della gestione e della valutazione. 

Chiamiamo a sottoscrivere questo appello l’intera comunità accademica e scientifica, a tutti i livelli; gli studenti, le loro famiglie, i professionisti, e tutti i cittadini che comprendono l’importanza di un’Università all’altezza delle aspettative di un Paese moderno. 
Lo facciamo perché abbiamo la precisa sensazione che molti, dentro e fuori dall’accademia, condividano queste nostre preoccupazioni e questi nostri obiettivi. A noi pare che la situazione sia giunta a un punto oltre il quale il declino dell’Università italiana (pubblica e privata, perché un pubblico scarso farà peggiorare anche il privato) potrebbe divenire irreversibile. Per questo vi invitiamo a mobilitarvi al nostro fianco perché il governo modifichi la sua politica, dando all’Università le due gambe su cui camminare: investimenti adeguati, e interventi improntati al rinnovamento, alla trasparenza e alla valutazione. Per quelli tra voi che sono d’accordo (e riteniamo che siano molti) crediamo sia venuto il momento di levare la loro voce assieme alla nostra. 

per firmare l’appello: http://www.petitiononline.com/dica133/




a

 

Novembre: 2009
L M M G V S D
« Lug    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30