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10
Dic
08

Comunicato del Collettivo autorganizzato universitario di Napoli in merito ai fatti di Atene

 

Ieri mattina abbiamo appreso con sgomento della morte di Andreas Grigoropoulos, 15 anni, ucciso qualche ora prima dalla polizia di Atene.

Sabato 6 dicembre, verso le 22, Andreas si trovava nel quartiere di Exarchia, zona di aggregazione della sinistra antagonista, che paga la sua lunga tradizione di attività politica con il controllo ossessivo e violento delle “forze dell’ordine”. Ad Exarchia girano infatti camionette blindate e corpi d’élite detti “Blue-suits”, specializzati nella repressione dei militanti politici. Ad Exarchia la polizia provoca, tira fuori i muscoli, per fare paura.   
Insieme ad altri suo compagni Andreas aveva deciso di contestare attivamente la militarizzazione del loro quartiere. A mani nude vanno a dire agli agenti speciali che la loro presenza non è gradita, che è una provocazione. Dopo un primo diverbio verbale si passa alle minacce: varie bottiglie e sassi vengono quindi lanciati contro l’autoblindo. 
Due poliziotti, di 37 e 31 anni, scendono dalla macchina ed esplodono prima delle granate stordenti, poi tre colpi di pistola. Uno di questi 
colpisce Andreas al petto. Morirà 15 minuti dopo il trasferimento in ospedale. Poco prima aveva chiamato a casa, dicendo che stava per 
tornare.
Ad Exarchia come altrove la polizia ha il grilletto facile. Ad Exarchia lo Stato mostra il suo vero volto. 
Subito dopo la morte di Andreas decine di camionette sono giunte nel quartiere scontrandosi con i compagni presenti; contemporaneamente molta gente si è radunata davanti all’ospedale di Evangelismos per impedire alla polizia di entrare. Per protestare contro la sua morte migliaia di cittadini sono subito scesi per le strade di Atene, Salonicco, Patrasso, Yannena, Iraklio, Chania, Komotini, Mitilini, Xanthi, Serres, Sparta, 
Alexandroupolis, Volos e Hania, sull’isola di Creta. Ci sono stati altri scontri, e purtroppo altri arresti e feriti. Diverse facoltà sono 
state occupate.
Sotto la pressione popolare, due ministri hanno offerto le dimissioni, che il premier di destra Karamanlis non ha accettato. D’altronde perché avrebbe dovuto? I poliziotti fanno bene il loro mestiere, certo a volte esagerano un po’, ma la morte di un ragazzo è solo un “effetto collaterale”. Si è poi saputo che gli ordini di questi agenti speciali, formati così bene dal punto di vista tattico e politico, sono quelli di rispondere senza esitazione e con tutti i mezzi disponibili a qualsiasi reazione della piazza…
Dalla Grecia all’Italia le “forze dell’ordine” si comportano come se le nostre strade fossero territori occupati. Esaltati, incoraggiati dai Governi 
e dai media, seguendo quelle che ormai sono vere e proprie regole di ingaggio, si premurano di reprimere, terrorizzare, normalizzare, 
chiunque sviluppi una coscienza critica. Intenti a servire gli interessi di un capitalismo sempre più in crisi, al desiderio di libertà e di giustizia sociale rispondono con le armi, provando a soffocare sul nascere ogni dissenso.  
Da noi i movimenti sociali, i lavoratori, gli studenti, i disoccupati, i cittadini intenti a difendere il proprio territorio dalla devastazione ambientale, non dimenticano le manganellate ricevute, le cariche, le teste rotte, le falsificazioni della stampa e delle televisioni. La nostra 
generazione ha conosciuto la violenza delle “forze dell’ordine” nelle strade di Napoli, di Genova, alla Scuola Diaz, alla caserma Bolzaneto. Carlo 
Giuliani, Federico Aldrovandi, Gabriele Sandri hanno pagato con la vita le direttive dei ministri, il clima di terrore fabbricato ad arte, la cieca obbedienza alle logiche di profitto, l’imbarbarimento della vita collettiva, l’arroganza di chi si crede uomo solo perché ha una pistola in mano.
Senza nemmeno quel minimo di decenza che il lutto dovrebbe ispirare, i media già iniziano a fabbricare menzogne: parlano di “molotov lanciate contro la pattuglia”, di “legittima difesa degli agenti”, di “proiettile rimbalzato”, di manifestazioni “violente e contro i diritti umani”… Ecco l’ideologia, l’altra faccia della violenza di Stato. Ma a noi ripugnano queste diversioni: quando la polizia manganella e apre il fuoco non abbiamo dubbi su da che parte stare. E sappiamo cosa dobbiamo fare. Resistere ora, per non essere i prossimi. Chiedere giustizia fino in fondo. Come diceva Brecht, “Fare appello alla sovversione dell’ordine esistente sembra cosa tremenda. Ma quello che esiste non è un ordine. Cercare rifugio nella violenza sembra cosa malvagia.Ma poiché quello che di norma si esercita è violenza, non è niente di strano…”
Esprimiamo tutta la nostra solidarietà ai compagni greci. E un pensiero forte, commosso e rabbioso ad un compagno che non abbiamo conosciuto, ma la cui vita è stata spezzata troppo presto.
Andreas è vivo e lotta insieme a noi!

COLLETTIVO AUTORGANIZZATO UNIVERSITARIO

07
Ott
08

Lettera aperta dei migranti ai cittadini di Pianura

 

Ai cittadini di Pianura

Siamo immigrati e rifugiati che vivono in questo quartiere. Alcuni da molti anni, serenamente.
Lavoriamo duramente, nei cantieri e altrove, alzandoci alle 5 del mattino, spesso sfruttati e malpagati. Lo facciamo per sostenere le nostre famiglie, così come tanti altri meridionali, in un passato più o meno vicino, lo hanno fatto in Germania, nel Nord Italia, negli Stati Uniti.
Molti tra noi vivono in via dell’Avvenire. Case non adeguate a una vita dignitosa, ma pur sempre un tetto sulla testa. Questo perchè il comune di Napoli e la regione Campania non hanno costruito finora politiche di accoglienza adeguate, come sarebbe necessario. Perciò da anni conduciamo una lotta per migliorare la nostra situazione abitativa.

Noi non siamo certo legati alle pietre del cortile di via dell’Avvenire, né naturalmente vogliamo impedire che dei soldi stanziati per il centro storico di Pianura possano essere usati per la sua riqualificazione (altra cosa però sarebbe scoprire che chi ha guidato in queste settimane un’autentica aggressione contro di noi è mosso dall’interesse di dirottare questi soldi verso amici suoi…).
Difendiamo però il nostro diritto a una vita degna come tutti e quindi difendiamo le nostre case in via dell’Avvenire finchè non avremo trovato una solzione adeguata.
Quello che non è assolutamente accettabile è che qualcuno abbia utilizzato una qualunque motivazione per condurre una campagna di aggressione violenta e razzista contro di noi!
Ci hanno tagliato la luce, hanno sabotato i tubi dell’acqua (e nelle case abita anche una donna che ha appena partorito…), alcuni ragazzi sono stati vigliaccamente aggrediti a bastonate o a sassate mentre tornavano dal lavoro. Sui muri sono comparse scritte da Ku Klux Klan tipo “NEGRI MORTI”.
Alcune decine di persone hanno tentato di organizzare una vera e propria trappola per scacciarci dalle case mercoledì, durante la partita Napoli-Palermo. Li guidava un noto consigliere regionale di AN, Pietro Diodato, che già l’anno scorso aveva guidato un blitz anti-immigrati.
E questi atti continuano!
Questo non può essere accettato e riguarda tutti, non solo gli immigrati di via dell’Avvenire. Riguarda tutti i cittadini e gli uomini liberi di Pianura e di Napoli. Perchè quando si decide che l’esistenza di un altro uomo non ha valore, che può essere calpestata per il proprio interesse, allora domani può succedere a un altro e poi a un altro ancora… Lo possono fare anche a te che leggi questa lettera. Noi siamo in piazza oggi per dire a questa gente che “non abbiamo paura”!

Comunità immigrati di Pianura

29
Lug
08

Cariche contro gli immigrati al Duomo di Napoli

Venerdi 25 luglio in seguito ad uno sgombero di una palazzina, 80 migranti e richiedenti asilo residenti a Pianura, sono stati abbandonati in mezzo alla strada, fuori dalle case in cui vivevano.
Mentre per gli italiani residenti è scattato un piano di pronto intervento e il trasferimento in un centro d’accoglienza, per i migranti (quasi tutti africani) tutto questo non è stato possibile a causa della protesta di una trentina di residenti fomentati da AN, FI e FN, forti oltretutto dell’approvazione del recente pacchetto sicurezza che avalla ogni comportamento razzista e xenofobo.
Alle resistenze di questo sparuto gruppo di razzisti si aggiunge la sordità e l’ipocrisia dell’amministrazione comunale incapace di trovare una soluzione dignitosa per uomini donne e bambini lasciate a dormire all’addiaccio senza acqua né servizi igienici.
Questa mattina i migranti hanno occupato il Duomo di Napoli per dare visibilità alle loro richieste e superare questa assurda situazione. La risposta non si è fatta attendere: il vicario del vescovo richiede lo sgombero e le forze dell’ordine caricano violentemente i dimostranti alla ricerca di clandestini senza permesso di soggiorno.

24
Mag
08

Condanna a sei mesi per riunione pubblica senza preavvisare le autorità di Pubblica Sicurezza

Napoli. Martedì 20 maggio quattro compagni e compagne del Network Autorganizzato e del Nucleo Studentesco Metropolitano si sono visti recapitare un decreto penale di condanna a sei mesi di detenzione convertita in pena pecuniaria di 3520 euro ciascuno (per un totale di 14mila e 80 euro!).

Il provvedimento di condanna è motivato con la presunta violazione dell’art. 18 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS), articolo che prevede una pena fino a sei mesi di detenzione (o la sua conversione in ammenda) per chiunque organizzi una riunione pubblica senza preavvisare le autorità di Pubblica Sicurezza.

Secondo gli accusatori, le compagne e i compagni condannati avrebbero violato tale disposizione del TULPS in occasione del presidio che si tenne nel luglio scorso in via Scarlatti, organizzato dal movimento antifascista e antirazzista napoletano e grazie al quale si riuscì ad impedire lo svolgimento di un’iniziativa di Forza Nuova.

24
Mag
08

i pacchetti sicurezza in pdf

ecco il pacchetto sicurezza del governo Berluasconi varato a Napoli questa settimana:

fuoriluogo.it/home/mappamondo/europa/italia/legislazione/pacchetto_sicurezza_governo_berlusconi

23
Mag
08

Ladri di bambini

Lo stereotipo senza prove che perseguita i rom
Sabrina Tosi Cambini (da Il Manifesto)
Quando si dà notizia di fatti come quello recente di Napoli, si apre una voragine in cui la confusione e i luoghi comuni si alimentano a vicenda. Uno studio sui presunti rapimenti di infanti da parte di rom e sinti (che sta per andare alle stampe presso la casa editrice Cisu) ci aiuta a capire meglio. L’indagine fa parte di un progetto di ricerca più ampio sotto la direzione di Leonardo Piasere commissionato dalla Fondazione Migrantes al Dipartimento di Psicologia e Antropologia culturale dell’Università di Verona. La ricerca originariamente copriva il ventennio dal 1986 al 2005, ma si è protratta fino al 2007. I casi studiati sono stati individuati e analizzati partendo dall’archivio Ansa e arrivando alla consultazione dei fascicoli dei tribunali. Tra i risultati generali dobbiamo anzitutto dire che non esiste nessun caso in cui si riscontra un rapimento. Nessun esito, infatti, corrisponde a una sottrazione dell’infante effettivamente avvenuta e provata oggettivamente. Anche laddove si apre un processo, il fatto contestato viene sempre qualificato come delitto tentato e non commesso, le cui circostanze aprono a una complessa valutazione dell’esistenza o meno della volontà dolosa. Inoltre, in alcuni casi l’identità rom della persona è solo ipotizzata dai denuncianti; in altri l’esito dell’intervento delle Forze dell’Ordine e delle indagine portano a ritenere che si è trattato di un equivoco, che i fatti svolti non erano tesi a un’azione criminosa e comunque all’assoluta certezza dell’inesistenza di un tentativo di rapimento; ancora: si scopre che coloro che denunciano il fatto sono persone che cavalcano volontariamente il luogo comune degli «zingari ladri di bambini» per un secondo fine; oppure controlli e perquisizioni nei campi nomadi non portano a niente.
Comparando i casi studiati è possibile notare il ricorrere di poche variabili sia per quanto riguarda gli attori coinvolti che le dinamiche: gli elementi ripetitivi dei fatti narrati vanno a costruire una struttura contestuale che si ripete. Ad esempio, nella grande maggioranza, si tratta di «donne contro donne» ossia è la madre (o un’altra parente stretta) ad accusare una donna zingara (o più donne zingare) di aver tentato di prendere il bambino; non ci sono testimoni del fatto, tranne i diretti interessati; gli eventi accadono spesso in luoghi affollati come mercati o vie commerciali; nessuno interviene in soccorso della madre. Si può affermare che laddove vi è la presenza di un infante, l’avvicinamento di una persona rom è subito vissuto come un pericolo per il proprio figlio: lo stereotipo «gli zingari rubano i bambini» risulta essere molto più potente di qualsiasi altro. Non si ha paura, infatti, che sottraggano il portafogli o la borsa (secondo lo schema mentale «gli zingari rubano»), ma che portino via il bambino. Infine, per quanto riguarda episodi di sparizione di bambini, abbiamo ricostruito i vari momenti in cui i rom e sinti entravano tra i soggetti sospetti e gli esiti degli accertamenti investigativi (sempre negativi).




a

 

Novembre: 2009
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