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03
Mar
08

INTIMIDAZIONE E ABUSI ANCHE A BOLOGNA

COMUNICATO UDI NAZIONALE 2 marzo 2008

Sabato pomeriggio a Bologna tre ragazze stavano distribuendo in zona universitaria un volantino per informare le cittadine e i cittadini che si stava organizzando un presidio per solidarietà a Mara e a tutte le donne che hanno avuto il coraggio e la forza di denunciare il loro aggressore, rompendo così il silenzio della violenza quotidiana che le donne subiscono. Il volantino esprime la volontà delle donne di volerci essere davanti al Tribunale di Bologna, dove il 4 marzo si svolge il processo contro il violentatore di Mara, STUPRATA al Parco Nord della città il 26 agosto 2006 (lo ricorderete tutte!).
Ebbene le tre donne sono state bloccate da un’auto. Sono scesi tre uomini. In strada non c’era nessuno in quel momento.

Le ragazze hanno avuto paura e si sono strette tra loro mentre questi uomini si avvicinavano gridando “Dateci i documenti”.
La più coraggiosa ha esclamato “Ma chi siete?” solo dopo si qualificavano come Digos.
Le ragazze cercavano di capire perché questo succedesse. Una di loro ha chiesto aiuto ai passanti, dato il comportamento palesemente o intenzionalmente aggressivo, idoneo a generare timore e a limitare la loro libertà morale.
Un’altra aggiungeva “Scusate, non mi fido. Voi siete in tre, ho paura”. Sono state chiamate ben tre pattuglie della polizia, e mentre una ragazza contattava un’avvocata dell’UDI che le diceva di dare le generalità, un poliziotto le sequestrava il cellulare impedendole di parlare con l’avvocata e rifiutandosi di spiegare la situazione.
Le ragazze sono state portate in Questura nonostante che, dopo la telefonata all’avvocata avessero dichiarato di voler dare le generalità. Con arroganza e fare autoritario, le hanno afferrate per un braccio e per la testa pretendendo di condurle con la forza e infilatele in macchina come delinquenti le hanno portate in Questura, fotografate e hanno preso le impronte digitali.
Trattenute per quattro ore senza motivo. C’era anche una poliziotta, che è stata allontanata dai colleghi perchè non era d’accordo con quei metodi. Questi i fatti.

Oggi viviamo un paradosso!
Le forze dell’ordine che dovrebbero garantire l’ordine pubblico e la serenità sociale, con modi sconvenienti e inurbani hanno letteralmente terrorizzato delle ragazze che legittimamente manifestavo il loro sostegno a quelle donne che hanno subito violenza.

Lo sanno o dobbiamo spiegarlo noi a questi uomini che una ragazza oggi ha paura? Quando degli uomini si avvicinano ad una donna in una strada buia e poco frequentata dovrebbero sapere che la reazione della donna è comunque di timore, PERCHE’ UNA DONNA SA QUELLO CHE PUO’ SUCCEDERLE!

E QUESTI UOMINI, QUESTI POLIZIOTTI, NON POSSONO nell’occasione del compimento di un’attività seppur legittima, DISTRUGGERE IL RISPETTO CHE L’AUTORITÀ DEVE TRARRE, NON DALLA DIVISA CHE I SUOI RAPPRESENTANTI PORTANO, MA DALLA LEGGE CHE ESSI RAPPRESENTANO
Questo tipo di atteggiamento è riprovevole nei confronti di CHIUNQUE , ma in particolar modo nei confronti delle donne che nell’occasione difendevano in maniera civile i propri diritti e dignità.
Le donne oggi sono oggetto di soprusi e di violenza che non è solo quella fisica.
Questo stato di intimidazione in cui vengono poste le donne che non stanno alle “regole” non è giustificabile, nè sopportabile.
Le nostre nonne venivano arrestate nel 1946 perchè vendevano le mimose l’8 marzo, altre venivano arrestate perchè distribuivano volantini per sostenere il diritto al voto delle donne.
STIAMO RITORNANDO BRUSCAMENTE AL PASSATO?

UDI – UNIONE DONNE IN ITALIA
Sede nazionale, via dell’Arco di Parma 15 ROMA tel. 06.6865884
udinazionale@gmail.com www.udinazionale.org

28
Feb
08

Odio, razzismo e culto della violenza

Scontri in curva
ROMA – Se alla violenza togli un progetto che non hai o non hai mai avuto, resta solo l’odio. Un odio liquido. “Er Talpa” e “Fabbrizzietto”, “er Nano” e “Vampiro”, “Ovo” e “er Bulgaro”, “er Capitano” e “Danielone”, “er Ditta”, “lo Sciacallo” e “er Cinese” odiavano sette giorni la settimana. Non solo la domenica, quando si ritrovavano in curva o in trasferta con qualche lama, qualche mazza o qualche ascia. Odiavano le “guardie infami”, “quegli zingari dei romeni”, “i napoletani”, “le “zecche” dei centri sociali”, “i pennivendoli che si s’azzardeno l’aspettamo sotto le redazioni”, il vicino di casa che si era permesso di guardare un cane ringhioso portato a pisciare senza guinzaglio.

“Fomentavano i ‘pischelli’”, ragazzini raccattati allo stadio per essere spinti come una mandria al pascolo davanti a un deposito dell’Atac da occupare, sul ciglio di una discarica in cui “fare a pizze” con gli sbirri tra cumuli di “monnezza” o ai lugubri anniversari di una Destra neo-nazista (Forza Nuova) di cui indossavano la maschera, replicavano le parole d’ordine, frequentavano i luoghi: piazza Vescovio, “il Presidio” (nel parco di Villa Ada), il pub “Excalibur”. E, alla fine, avevano deciso di sporcare di sangue anche le domeniche di festa del rugby.

Per otto mesi (dal giugno del 2007 alla scorsa settimana), tirando con pazienza e metodo il filo di un’aggressione consumata nel parco di villa Ada, il pubblico ministero Pietro Saviotti, la sezione anticrimine del Ros dei carabinieri, la Digos, sono rimasti affacciati su un abisso di collera di cui hanno registrato ogni voce, ogni smottamento, ogni esplosione. L’11 novembre, giorno in cui Gabriele Sandri, “Gabbo”, veniva ucciso sull’Autosole, hanno ascoltato gli amici del dj che lo piangevano di fronte alle telecamere, gridando la propria innocenza, pianificarne la vendetta in una notte in cui “Roma brucerà”. Ne hanno rubato le voci eccitate durante l’assalto alle caserme.

“I romeni? Je famo strippà er culo”
In principio furono i romeni. Il 30 ottobre 2007, Giovanna Reggiani viene massacrata a Tor di Quinto alle spalle di una baraccopoli. Il suo assassino è un clandestino arrivato da Bucarest. Il 2 novembre, a Torre Gaia, quattro romeni vengono bastonati a sangue nel parcheggio di un centro commerciale da una prima spedizione punitiva. “Er Vampiro” (Alessandro Petrella) ne è ammirato ed eccitato. Ne parla al telefono con Alessio Abballe – “Qualcuno comincia ad accenne le micce” – e con “Er Talpa” (Fabrizio Ferrari): “A ragà, non è che se stamo a parlà. Vedemose e annamo ad assaltà un centro sociale o annamo a pijà i napoletani sull’autostrada o pijamo dù rumeni (…) Dovemo fà na cosa da fà strippare il culo e far pensare chi ti governa dall’alto: che è successo? (…) Bisogna creà un focolaio de persone che nun c’entrano un cazzo con la politica e lo stadio. Ragà, questa è una cosa dei cittadini, una cosa sociale, d’appartenenza de una città e de un Paese. Qui, destra e sinistra e ultras da stadio nun c’entrano un cazzo”.

Chi lo ascolta non sa esattamente dove “er Vampiro” abbia intenzione di colpire. Forse dietro casa sua, nel campo nomadi di via Walter Procaccino, dove già una volta ha tirato una molotov. Sa soltanto che sono cominciate le ricognizioni, che l’assalto sarà in pieno giorno, che “er Vampiro” ne parla in questi termini a Matteo Nozzetti: “Se succede na cosa come a Torre Gaia, nun c’hai più un cazzo de risonanza. Perché sai il mondo come gira. Dopo due settimane te fanno un trafiletto ed è già finita. Famo quarcosa de serio. Pe na volta nella nostra vita deve uscì la perfezione. Je devi mette pepe ar culo. Che quelli pensano: cazzo, ma se questi hanno fatto una cosa del genere, me se presentano sotto al Parlamento e me danno la caccia”.

In macchina con “Gabbo”
Dei romeni non se ne fa nulla. Domenica 11 novembre 2007, Gabriele Sandri, “Gabbo”, viene ucciso da un colpo di pistola esploso sull’A1 da un agente della stradale che risucchia ogni goccia di odio disponibile, convogliandola altrove. Sulla macchina in cui viaggia Sandri ci sono “Ovo” (Marco Turchetti), “Maverick” (Francesco Giacca), “er Messicano” (Federico Negri), “Simone” (Simone Putzulu), il pantheon di “In Basso a destra” e degli “Irriducibili”, le sigle che ospitano i mazzieri della curva nord laziale. Ad Arezzo, Turchetti “Ovo” – un tipo che in questura hanno già fermato una volta su un furgone carico di martelli, coltelli e spranghe – piange l’amico morto e mobilita la risposta. “Er Nano” (Francesco Ceci) sale su una macchina per raggiungere Arezzo, ma intanto dà disposizioni a chi resta. “Er Nano” è un leader riconosciuto e temuto. E’ pappa e ciccia con Fabrizio Ferrari, “er Talpa”, romanista dei “Bisl” (basta Infami solo lame”), un tipo che l’ultima coltellata l’ha data il 18 febbraio, prima di Roma-Real Madrid.

“Er Nano” dà ordini a uno come Fabrizio Toffolo (capo storico degli “Irriducibili” che alterna il suo tempo tra galera e domiciliari) e, neppure due mesi prima, se l’è promessa al telefono con un tale “Carlo”, ultras napoletano, convenendo che “alla prossima, i machete dei laziali” si incroceranno con “le mannaie dei napoletani”. “Er Nano” parla col “Bulgaro” (Andrea Attilia), che di Gabbo è amico fraterno, perché senta i romanisti. Perché si mobilitino “er Vampiro” e “quel matto di Pierluigi”, Pierluigi Mattei, capobastone laziale di “In Basso a destra”. Il “Vampiro” ha problemi. Gli è morta la nonna nella notte, ma mentre in casa si piange, lui si aggiusta per la serata: “Vojo brucià tutto. Stasera vojo brucià tutto”.

Pierluigi Mattei impazzisce. Alla madre che lo chiama mentre sta andando allo stadio, grida: “A Ma’, lasciame perde… Che devo fa, eh? Sarebbe da sparaje in faccia alle guardie. Che te credi che non m’andrebbe de ammazzalla na guardia? C’hanno paura degli scontri sti coniji delle guardie. Devono avè paura”. Alla fidanzata, racconta che ha brandito un coltello tra gli occhi a un autista dell’Atac che rompeva e come ha conciato il vicino, che ha incontrato mentre portava a pisciare il cane: “Jo detto: A brutta faccia de cazzo. Che c’hai da guardà? Lo vedi sto guinzajo? Te lo metto ar collo e t’ammazzo. Nun me devi rompe li cojoni. Quando passo abbassa lo sguardo”. Con la fidanzata si vanta di aver commesso due omicidi (polizia e carabinieri non sono ancora riusciti a verificare se millanti o meno): “De rumeni n’ho mandati due al creatore e ne ho feriti gravemente altri due. Perciò, se vengono da me trovano la morte”. E quando la fidanzata gli chiede cosa farebbe lui a due rumeni se li vedesse fare a lei quel che lei gli ha visto fare ad un’estranea (palpeggiarla), dice: “Io c’avevo la macchinetta che dà le scosse. Ma quelle merde della polizia me l’hanno tolta. Perciò ne ammazzerei dieci”.

Sporchiamo il rugby
Com’è andata la notte dell’11 novembre è noto. Ma avevano deciso che all’odio non dovesse rimanere estranea la festa del rugby. Già il 13 ottobre del 2007, “Er Nano” si informa sull’arrivo dei tifosi del Livorno Rugby, impegnati in una partita con la “Futura Park”. “Mò fomento un po’ de gente. Famme sapè l’orario”. Poi, il 10 febbraio scorso, allo stadio Flaminio, si gioca Italia-Inghilterra, partita del sei Nazioni. Fuori dallo stadio, la polizia ferma Simone De Castro, cugino di Gabriele Sandri. E’ un diffidato. Non può avvicinarsi a nessun impianto sportivo del Paese. E si accompagna a un altro diffidato, Ruggero Isca. Vengono alle mani con la Polizia e il gruppo che è con loro se la squaglia. “Er Talpa” annuncia a Isca la vendetta per i conigli: “Hanno toccato mio fratello. Stavolta li ammazzo. Li faccio inginocchiare, Ruggiero”.

11
Dic
07

Il 90% degli stupri commesso da italiani

Il rischio maggiore da familiari e conoscenti!!

da repubblica.it

Non sono immigrati ma italiani i responsabili della piaga della violenza sulle donne nel nostro Paese. Secondo le stime dell’Istat, non più del 10% degli stupri commessi in Italia è attribuibile a stranieri, contro un 69% di violenze domestiche commesso a opera di partner, mariti e fidanzati. Dati che fanno crollare d’un colpo il luogo comune che associa l’immigrazione a una diminuzione della sicurezza nelle città italiane.

Secondo l’Istat, che oggi ha aperto, nella sua sede centrale a Roma, il Global Forum sulle statistiche di genere, solo il 6% degli stupri in Italia è commesso da persone estranee alla vittima: “Se anche considerassimo che di questi autori estranei la metà sono immigrati – ha spiegato Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell’istituto di statistica – si arriverebbe al 3% degli stupri; se ci aggiungessimo il 50% dei conoscenti, al massimo si arriverebbe al 10% del totale degli stupri a opera di stranieri”.

30
Nov
07

Il triangolo nero. Violenza, propaganda e deportazione.

Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne

[Si può sottoscrivere qui: http://www.petitiononline.com/trianero/petition.html]

La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d’allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando “emergenze” e additando capri espiatori.
Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L’odioso crimine scuote l’Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.
Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l’assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.
Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all’uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere.
Su queste vicende si scatena un’allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell’ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.
E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall’Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l’emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più bassi dell’ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L’omicidio volontario in Italia e l’indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide più della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.
Nell’estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l’aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell’influenza politica, l’Italia è 84esima. Ultima dell’Unione Europea. La Romania è al 47esimo posto.
Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?
Succede che è più facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell’insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.
Succede che è più facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all’assistenza sanitaria, al lavoro e all’alloggio dei migranti; che è più facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.
Succede che sotto il tappeto dell’equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno è vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, metà delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che è sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani – dopo aver “delocalizzato” e creato disoccupazione in Italia – pagano salari da fame ai lavoratori.
Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d’ora di popolarità. Non si chiedono cosa avverrà domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che è dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre già echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.
Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell’ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà, dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell’intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d’infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.
E non sembra che l’ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.
Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell’intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non è una forma di “concorso morale”.
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.
Nessun popolo è illegale.




a

 

Novembre: 2009
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